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Livorno, la tragedia del maltempo. La famiglia annegata dentro casa. «Il fango arrivava al soffitto»

Livorno, le vittime sono sei e due i dispersi. Un uomo è morto per salvare figlio e nipotiLa pioggia fa esondare i quattro torrenti. Gli abitanti: «Noi chiedevamo di pulirli»

Nel giardino del civico numero 12 di via Nazario Sauro ci sono un triciclo, una piscinetta gonfiabile, un canotto e il suo remo che galleggiano sopra due metri di fango e acqua. Sembra uno stagno, uno di quelli con la superficie salmastra, recintato dalle mura che delimitano l’elegante palazzina Liberty e sorto la scorsa notte in pochi minuti di tempesta. Un passante ci getta un sasso. Non affonda. Sotto a quella superficie spessa che ha alzato il livello del terreno fin quasi a farlo pareggiare con la strada è scomparsa una famiglia intera. «Un boato e capisco che è crollato il muro del cortile. Mi affaccio alla finestra e sento gridare aiuto». Mario Gazzerini, un imprenditore di Trento, vive al piano rialzato dell’edificio costruito ai primi del Novecento tra lo stadio e l’Accademia navale, nella zona residenziale dell’Ardenza, il borgo divenuto quartiere dove aprirono i primi stabilimenti balneari di Livorno. «Scendo e sulle scale che portano al giardino c’è Simone Ramacciotti che tiene in braccio una bambina, sua figlia. Accanto a lui c’è Roberto, suo padre. Sono bagnati dalla testa ai piedi. Portala in salvo, mi dicono, che noi andiamo a prendere gli altri. Il giardino sul quale si affaccia il loro appartamento non c’è più. Al suo posto c’è una distesa viscida. Mi butto. Entro. Quando capisco che l’acqua è ormai a dieci centimetri dal soffitto e sarei morto anch’io, risalgo. Dal boato a quel momento sono passati al massimo due minuti, non di più».

Simone e Glenda Ramacciotti

Simone e Glenda Ramacciotti avevano acquistato l’appartamento al pianterreno tre anni fa. Roberto, il padre del marito, viveva dal 1990 al primo piano. Ne erano entusiasti, raccontano i vicini. Aprivi la porta i loro bambini erano liberi di correre in giardino. Si è salvata solo la più piccola, Camilla, due anni, da una fine orrenda, travolti da ondate di melma nei loro letti mentre dormivano ignari, sentendosi sicuri come ci si può e ci si deve sentire a casa propria, e gli aggettivi postumi per i due uomini, che gestivano insieme una filiale delle Generali a Empoli, «morti da eroi» cercando di salvare Glenda e Filippo, che aveva quattro anni, non possono e non devono oscurare l’assurdità di quel che accaduto. Annegati, nel centro di Livorno. A un chilometro di distanza dal mare o da qualunque fiume o ruscello. L’acqua che li ha uccisi scorreva sotto casa loro. Adesso c’è il rimpallo delle responsabilità, sindaco contro Protezione civile e viceversa, poi parlerà la magistratura, come è scontato che sia per un evento che in tutto ha fatto finora sei vittime accertate e due dispersi. Oltre ai quattro membri della famiglia Ramacciotti ci sono altri nomi da aggiungere a un elenco che sembra destinato ad allungarsi. Raimondo Frattali è stato travolto dal torrente Ardenza mentre cercava di mettere in sicurezza la sua auto. La moglie e la figlia hanno assistito impotenti alla scena dal tetto sul quale erano salite per salvarsi. Roberto Vestuti è annegato nel mezzo di una via a Montenero, dove la piena ha divelto i binari della funicolare e piazza delle Carrozze è ancora irraggiungibile a causa dei detriti nelle vie adiacenti.

«Quel che resta del tunnel sotterraneo»

Un vigile del fuoco solleva un pezzo di quella che sembra la sezione circolare di un arco. «Quel che resta del tunnel sotterraneo». Il Riomaggiore scorre all’aperto fino al cimitero dell’Ardenza terra. Poco oltre, per i suoi ultimi due chilometri che attraversano Ardenza mare e fino alla foce, è tombato, opera che risale agli anni Sessanta. Il rivo, sarebbe esagerato chiamarlo torrente, è letteralmente esploso all’imbocco della rampa del garage di un gruppo di palazzine di edilizia popolare in via Rodocanacchi, che confinano con la più elegante villetta Liberty. Alle 5.45 del mattino di domenica l’acqua ha invaso la strada e il cortile del condominio. La pressione dell’acqua ha fatto andare in pezzi il muro del cortile dietro al quale dormivano i Ramacciotti. Le tre lampade bianche sopra alle porte finestre che si aprivano sul giardino portano ancora il segno scuro del livello al quale è giunta l’acqua. Almeno tre metri di altezza. Non hanno avuto scampo. Il garage di via Rodocanacchi sembra diventato una piscina dal colore marrone, nella quale sembrano galleggiare scooter e auto. Gli abitanti delle case al pianterreno allineano sul marciapiede oggetti sporchi di fango, indumenti, utensili, elettrodomestici. Sono scene che si vedono in quasi tutta l’Ardenza, il quartiere più popoloso della città, e anche in zone periferiche come Montenero e Collinaia. È stato un temporale notturno, per quanto intenso. Dalle 3 alle 5. In due ore sarà anche caduta tutta in una volta una quantità d’acqua superiore a quella degli ultimi mesi, segnati dalla siccità. Ma quasi nello stesso istante sono saltati tutti e quattro i rivi che attraversano Livorno. Oltre al Rio maggiore, da sempre il più insidioso e temuto: il Chioma ha fatto crollare un ponte mentre il Banditella, in parte chiuso, è saltato ad Antignano, allagando tra le altre anche la casa del sindaco Filippo Nogarin.

«Se non puliscono, allaga»

L’Ardenza, l’unico che scorre per l’intero corso all’aperto, è impazzito poco prima di tuffarsi in mare, in zona Tre ponti, che deve il nome agli archi sotto ai quali passa la foce del rivo. «Se non puliscono, allaga» ripetono all’arrivo di ogni autunno gli anziani. In passato i comitati di quartiere hanno consegnato numerose petizioni che chiedevano di portare via erbacce, rovi e detriti dal greto del torrente. «Ogni 3-4 anni i nostri piccoli corsi d’acqua prendono ed escono» afferma Sandro Bernardini, un commerciante dall’aria sconsolata che spazza il fango del negozio di alimentari in via Pacinotti. «L’abbiamo detto in ogni modo, ci è stato risposto che non c’erano i soldi». Il sistema idrico di Livorno non ha retto. Come ad ogni temporale, i tombini si sono presto intasati. Ai Tre ponti, quasi ventiquattro ore dopo, l’acqua continua a sgorgare da sotto la strada. In via Catanzaro un tombino in mezzo alla strada è stato tappato dai residenti che ci hanno appoggiato sopra un pellet di legno un bidone pieno dell’umido. Piove ancora. Il cielo è plumbeo. I sommozzatori dei Vigili del fuoco continuano a dragare la darsena davanti al monumento dei quattro mori.

Sorgente: Corriere della Sera

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