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Licenziare conviene più della cig: Nestlé mette fuori 340 operai

Effetto Jobs Act. La riforma degli ammortizzatori ha le sue conseguenze sulla Perugina: piano di esuberi shock. Manifestazione cittadina davanti allo storico stabilimento di San Sisto. E dire che Matteo Renzi un anno si era vantato di aver risolto la vertenza

Domani sarà passato esattamente un anno. Il 29 settembre 2016 Matteo Renzi – in piena campagna referendaria – visitava la Perugina, uno degli stabilimenti italiani più grande della Nestlé, pontificando

sull’aumento degli investimenti esteri delle multinazionali. E – dopo aver visitato la casa del cioccolato e il museo storico che racconta la storia del nome della pralina più famosa al mondo – l’allora premier sentenziò: «Dal Cazzotto al Bacio è una metafora bellissima, anche per l’Italia».

Qualche mese fa «il cazzotto» è arrivato in pancia ai lavoratori del San Sisto, la storica fabbrica alla periferia del capoluogo umbro. La crisi della Perugina – che va avanti da un decennio ma che il governo Renzi si vantava di aver risolto nel 2016 – è prontamente riscoppiata. A giugno è arrivata la richiesta shock: 340 esuberi, in pratica un dipendente su due e dunque l’anticamera della chiusura di un pezzo importante di storia industriale italiana.

Il motivo è sempre lo stesso: la produzione Perugina e Nestlé è stagionale e se fino a qualche anno fa gli ammortizzatori sociali coprivano i periodi di minor produzione, ora il Jobs Act li ha ridotti – a giugno 2018 terminerà il ricorso alla Cig straordinaria, non più rinnovabile – e alla Nestlé conviene più licenziare.

Il tutto alla faccia dell’accordo del 2016 che prevedeva 60 milioni di investimenti per migliorare e rinnovare le produzioni e «impatto sociale zero».

Ma fin da giugno tutta Perugia si è mobilitata per salvare la storica fabbrica. E ieri mattina dalle 5 davanti allo stabilimento di San Sisto lo sciopero unitario – adesione al 100 per cento – di Cgil, Cisl e Uil si è trasformato in una manifestazione di popolo: per la Cgil erano presenti tutte le categorie della città, dai dipendenti pubblici della Fp ai pensionati dello Spi. Il blocco stradale è andato in scena in contemporanea con la partenza del tavolo di crisi al ministero dello Sviluppo economico dove la viceministra Teresa Bellanova ha riunito sindacati e impresa.

«Grazie alla grande mobilitazione dei lavoratori, di politica, istituzioni e società civile locale, per la prima volta l’atteggiamento monolitico dell’azienda ha vacillato. Per la prima volta non sono stati rimessi sul tavolo i numeri degli esuberi», ha spiegato Mauro Macchiesi, segretario nazionale Flai Cgil, al termine dell’incontro. «Nel merito siamo ancora lontani da una soluzione, ma abbiamo apprezzato la disponibilità di ministero e Regione a mettere risorse sul piano industriale per implementare sviluppo e ricerca. Chiederemo un tavolo di confronto presso Confindustria Umbria e seguitiamo a mantenere alta l’attenzione su tutto il gruppo Nestlé. Ci auguriamo – conclude Macchiesi – di poter ragionare su altro che non siano gli esuberi e speriamo che l’azienda colga l’invito del governo a non procedere con azioni unilaterali».

La viceministra Bellanova ha stilato una road map «per arrivare entro sei mesi alla prospettiva condivisa di attuazione del piano industriale che le istituzioni auspicano possa concludersi senza alcun licenziamento». In più «è stata prevista l’istituzione di tavoli di monitoraggio bimestrali presso il ministero dello Sviluppo, il primo dei quali è in programma il 9 novembre».

Sorgente: Licenziare conviene più della cig: Nestlé mette fuori 340 operai

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