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Le sanzioni contro la Corea del Nord servono a qualcosa? – Il Post

No, anche perché vengono aggirate con facilità: per esempio con l’appoggio della Cina

Giovedì il presidente statunitense Donald Trump ha aggiunto un nuovo tassello alla sua “guerra economica” contro la Corea del Nord, come l’ha chiamata CNNannunciando nuove sanzioni finanziarie contro il regime nordcoreano. Nove giorni prima era stato il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad approvare nuove sanzioni, stabilendo tra le altre cose una limitazione delle importazioni di petrolio. Il regime nordcoreano, come già successo in passato, è sembrato non preoccuparsene troppo e il 15 settembre ha lanciato un altro missile che ha sorvolato l’isola giapponese di Hokkaido prima di finire in mare. Sono cose a cui ormai siamo abituati: la Corea del Nord lancia un missile, o fa un test nucleare, e la comunità internazionale risponde imponendo delle sanzioni. E quindi viene spontaneo chiedersi: queste sanzioni, alla fine, funzionano?

La risposta è no, ed è per questo che si parla spesso dell’ipotesi di un intervento militare in Corea del Nord con l’obiettivo di fermare i programmi missilistici e nucleari nordcoreani e mettere fine a un regime che minaccia quotidianamente gli Stati Uniti e i suoi alleati nella regione, Giappone e Corea del Sud. Le sanzioni non funzionano soprattutto perché la Corea del Nord ha trovato diversi modi per aggirarle, come hanno descritto diversi rapporti dell’ONU e del governo americano (il tema dell’efficacia delle sanzioni in generale è molto ampio e dibattuto: se ne può leggere qui).

Cosa s’intende quando si parla di sanzioni alla Corea del Nord
Le sanzioni sono uno dei pochi strumenti che la comunità internazionale ha saputo trovare per fare pressione su un altro governo e costringerlo a mettere fine a una guerra, a fermare un programma di sviluppo di armi vietate, a imporre il rispetto dei diritti umani, o a danneggiare una élite politica ed economica che si è resa responsabile di atti riconosciuti come illeciti nel diritto internazionale. Come disse Jeremy Greenstock, ambasciatore britannico alle Nazioni Unite tra il 1998 e il 2003, le sanzioni sono uno strumento così usato perché «non c’è nient’altro tra le parole e l’azione militare, se vuoi fare pressione su un governo». Nella pratica le sanzioni possono essere decise dalle Nazioni Unite tramite una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, dai singoli paesi e dall’Unione Europea; possono essere diplomatiche ed economiche, generali o mirate.

Negli ultimi 11 anni la Corea del Nord è stata colpita praticamente da tutti i tipi di sanzioni esistenti, diventando uno dei regimi più sanzionati al mondo. Le prime sanzioni le furono imposte da Stati Uniti, ONU e Unione Europea dopo il primo test nucleare realizzato nel 2006. Le sanzioni sono aumentate sensibilmente dal 2013, due anni dopo l’arrivo al potere di Kim Jong-un, l’attuale dittatore nordcoreano, che ha accelerato i programmi missilistici e nucleari creando grande preoccupazione in Occidente e tra i suoi alleati. Nel corso degli anni sono stati decisi: un embargo sulla vendita di armi; il diritto dei paesi sanzionatori a sequestrare e distruggere i carichi da e per la Corea del Nord sospettati di contenere materiale per fini militari; diverse limitazioni ai trasferimenti di denaro e l’espulsione della Corea del Nord dal sistema finanziario internazionale; il divieto di esportare diversi materiali, tra cui carbone e ferro; il divieto di aumentare il numero di lavoratori nordcoreani in paesi stranieri, per limitare il contributo delle rimesse all’economia della Corea del Nord.

Come aggira le sanzioni la Corea del Nord?
Il governo statunitense e l’ONU hanno pubblicato diversi rapporti per cercare di capire in che modi la Corea del Nord riesca ad aggirare le sanzioni e ne hanno individuati alcuni. Il regime nordcoreano, per esempio, scambia il suo carbone e altri minerali che estrae dal suo territorio per beni di cui ha bisogno e che non può importare a causa delle sanzioni, per esempio componenti per la costruzione di armamenti: scambiando beni con beni, riduce la possibilità che vengano tracciate le transazioni finanziarie (una delle aziende coinvolte in questo tipo di traffico, secondo il dipartimento del Tesoro statunitense, è la cinese Dandong Zhicheng Metallic Materials). Un altro modo, che coinvolge trafficanti di altri paesi, soprattutto cinesi, è spegnere i transponder delle navi quando entrano nelle acque territoriali della Corea del Nord: dopo avere caricato i beni nordcoreani, queste navi si dirigono verso altri paesi, tra cui per esempio la Russia, dove vengono effettuate le operazioni di scarico dopo avere falsificato i documenti relativi alla provenienza della merce. La Corea del Nord ha inoltre trovato un modo per evitare ispezioni internazionali sulle navi straniere che trasportano i suoi beni: ha cominciato a registrarle come parte della sua flotta nazionale, anche se poi finiscono in acque internazionali.

Sempre dalla Cina, la Corea del Nord ha importato materiale non sottoposto a embargo ma riusato per fini militari. Per esempio durante la grande parata militare che si è tenuta ad aprile a Pyongyang, fu fotografato un mezzo che trasportava un missile Pukguksong-1: il mezzo aveva il logo di Sinotruk, una società cinese. Un’indagine dell’ONU ha confermato che Sinotruk ha venduto grossi camion alla Corea del Nord dal 2010 al 2014, sotto la garanzia nordcoreana che non sarebbero stati usati con fini militari.

Infine ci sono altri tre modi usati dalla Corea del Nord per evitare l’isolamento internazionale: il primo è l’apertura da parte di compagnie nordcoreane di conti correnti all’estero per le loro società di copertura in cui accumulare i loro profitti, riducendo così il rischio di essere tracciati nei trasferimenti di denaro tra banche di Pyongyang. Il secondo è l’attività molto ambigua dei diplomatici nordcoreani all’estero, che usano la libertà di azione garantita dalla loro carica per aprire diversi conti bancari e gestire traffici illeciti: sembra sia per questo che martedì il governo spagnolo ha annunciato l’espulsione dell’ambasciatore nordcoreano a Madrid, Kim Hyok-chol. Il terzo è la vendita di armi a diversi paesi dell’Africa e del Medio Oriente: alcuni dei compratori, ha scoperto un’indagine dell’ONU, sono Angola, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Mozambico, Namibia, Siria, Uganda e Tanzania, paesi che non hanno grande interesse a rispettare le sanzioni imposte alla Corea del Nord.

Uno dei motivi per cui le sanzioni contro la Corea del Nord non stanno funzionando è proprio la capacità del regime nordcoreano di aggirarle, che non è però solo una capacità “tecnica”. L’isolamento internazionale della Corea del Nord può essere raggiunto solo con la volontà di tutti gli stati coinvolti, soprattutto della Cina, l’unico grande alleato dei nordcoreani. Nonostante le sanzioni dell’ONU siano vincolanti, infatti, la loro applicazione viene di fatto lasciata ai singoli stati: l’unico modo per punirli in caso di violazioni, oltre alle pressioni politiche, è l’imposizione di altre sanzioni. In particolare sembra che le sanzioni non stiano avendo gli effetti desiderati né dal punto di vista economico né tantomeno riguardo al programma missilistico e nucleare nordcoreano, i cui progressi degli ultimi anni hanno stupito analisti ed esperti. Per quanto riguarda il primo punto, secondo i dati diffusi dalla banca centrale della Corea del Sud, nel 2016 l’economia nordcoreana sarebbe cresciuta del 3,9 per cento, il miglior risultato degli ultimi 17 anni (il giornalista Simone Pieranni ne ha spiegato le ragioni qui); per quanto riguarda il secondo, non c’è completo accordo tra gli esperti, ma sembra che il regime nordcoreano abbia sviluppato delle capacità e una tecnologia sufficienti per portare avanti il proprio programma missilistico senza necessariamente un grande aiuto esterno, un traguardo che rende inevitabilmente meno influenti le sanzioni internazionali.

Sorgente: Le sanzioni contro la Corea del Nord servono a qualcosa? – Il Post

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