Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

La guerra delle statue e la nuova fine della Storia in America – huffingtonpost.it

huffingtonpost.it – il blog –  La guerra delle statue e la nuova fine della Storia in America Massimo Faggioli Professore di Storia del Cristianesimo, Villanova University

C’è un’ondata iconoclasta che attraversa l’America in questa estate 2017.

Dalla fase iniziale in cui erano nel mirino le statue dei generali sudisti e schiavisti sconfitti nella guerra civile siamo passati ad altre statue, incluse quelle di Cristoforo Colombo e quella di Italo Balbo (ferrarese come il sottoscritto), donata da Mussolini alla città di Chicago nel 1933 per onorare la trasvolata atlantica.

Ma la questione non va letta in salsa nazionalista: in un contesto di crisi che non è politica ma culturale e civile, è del tutto marginale la questione della nazionalità degli immortalati nelle statue. C’è piuttosto da chiedersi chi sarà il prossimo prossimamente: missionarie e missionari cattolici?

Da un certo punto di vista, ovvero da quello di chi come me tende a osservare quanto si muove nella società americana dalle finestre di un’aula universitaria, rassicura vedere che gli americani – i giovani in particolare – stanno riprendendo la parola nelle strade e nei campus dei college. Potrebbe essere una svolta rispetto al riflusso antipolitico degli ultimi anni.

Non ci si preoccupa più, adesso, del supposto cinismo e pragmatismo dei giovani studenti, tutti concentrati a lasciare il college prima possibile per trovarsi un lavoro; ora, al contrario, è visibile un risveglio dell’attivismo e idealismo dei giovani universitari e ci si preoccupa di come mantenere questo nuovo attivismo nei canali di un dialogo non violento.

Da un altro punto di vista, di quello che insegna storia ai giovani americani, è difficile non farsi qualche domanda di fronte a questa furia iconoclasta.

Va premesso che è necessario comprendere come l’eredità del razzismo e della segregazione razziale – che da qualche anno a questa parte almeno è il dibattito che attraversa gli Stati Uniti, da Obama a Trump – non sia una storia passata, e in un certo senso non sia neanche storia. Come scrisse William Faulkner, “il passato non è mai morto. Non è neanche passato”.

Le statue e i memoriali dei generali confederati Robert Lee e Thomas Jackson ora sotto attacco furono costruiti a inizio Novecento in una campagna lanciata deliberatamente per riaffermare la causa schiavista uscita sconfitta dalla guerra civile oltre mezzo secolo prima.

Il razzismo e la segregazione razziale continuano innegabilmente a segnare le vite degli americani e a pesare come uno dei peccati originali del progetto nazionale, civile, morale e religioso che sono gli Stati Uniti d’America.

Questa permanenza del passato razzista della “supremazia bianca” in America oggi quindi non si discute. Da un punto di vista culturale, tuttavia, il punto critico è l’idea di storia ovvero la fine della storia nell’universo della politica identitaria o identity politics in Occidente.

Non è la “fine della storia” di cui parlava nel 1992 il politologo nippo-americano Francis Fukuyama, secondo il quale con la fine del comunismo si era giunti anche alla fine della storia nel senso della fine di un dramma storico tra ideologie totalizzanti diverse e contrapposte: tutti saremmo diventati liberi cittadini di un mondo liberato dal capitalismo, con la universalizzazione della democrazia liberale come la forma finale e definitiva nella storia dei modelli che gli umani si sono dati per governarsi.

Si tratta di un’altra “fine della storia”, che deriva dalla crisi della democrazia liberale – crisi di cui gli Stati Uniti di Trump sono il preclaro esempio.

È la fine della storia come atto di fede nella possibilità di comprendere e creare un mondo che è condiviso pur tra universi di differenze.

Gli studiosi di storia (i professionisti, gli studenti, i lettori di libri e giornali) devono confrontarsi con una nuova tradizione di studi sociali e culturali che rigetta l’apporto della storia se non è capace di supportare, con argomenti da tribunale della storia, una logica riparazionista verso le vittime della storia: la storia viene così ridotta a una narrazione con una finalità ideologica dichiarata, quella di servire all’identità di un preciso gruppo (nazionale-etnico-razziale, di genere, sociale) dal quale la narrazione scaturisce e al quale è indirizzata.

Ci sono storie diverse per quanti sono i gruppi sociali, etnici, religiosi, e ideologici diversi.

Queste diverse storie formano la vita di persone appartenenti a gruppi diversi che coesistono in uno stesso paese, ma che sempre più vivono mondi vitali diversi: mass media diversi, scuole diverse, ambienti lavorativi diversi.

È l’America del “big sort” di cui ha parlato Bill Bishop quasi dieci anni fa: divisione tra culture, separazione tra fasce economiche, e polarizzazione politica.

La distruzione delle statue rivendica la necessità di fare i conti con un presente di razzismo sistemico che deriva dalla schiavitù e dalla segregazione razziale fino a tutta la metà del secolo XX almeno. Ma la motivazione antirazzista esprime solo una delle identità alla ricerca di un proprio ruolo nel pluralismo americano oggi.

Alla rottura di una supremazia culturale bianca (espressa da quelle statue) sta seguendo una fase indisponibile a leggere la storia nazionale in modo condiviso. Il momento attuale è particolarmente critico nella storia di quell’esperimento che è da sempre l’America. La storia futura dell’America dipenderà anche dal modo di guardare alla sua storia passata

Sorgente: La guerra delle statue e la nuova fine della Storia in America

Spread the love
  •  
  •   
  •   
  •   
  •   
  •  
  •  
468 ad
< >

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

.