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Il business dei permessi di soggiorno tra le palazzine olimpiche occupate – lastampa.it/torino

lastampa.it/torino – Il business dei permessi di soggiorno tra le palazzine olimpiche occupate. Decine di episodi al vaglio della questura  – federico genta

torino  – Gli episodi su cui sta lavorando la questura sono già decine. Permessi di soggiorno contraffatti, trovati nelle mani di stranieri già allontanati da Torino oppure ancora di chi si era già visto rifiutare la stessa domanda d’asilo.

Succede anche questo tra le palazzine occupate dell’ex villaggio olimpico del Lingotto. E a maggior ragione preoccupa il fatto che il fenomeno sembra essere cresciuto negli ultimi mesi.

LE RICEVUTE

Una precisazione è doverosa. Più che di permessi di soggiorno, è più corretto parlare di «ricevute». Termine tecnico che definisce il documento rilasciato al richiedente dall’Ufficio immigrazione, quando avvia la pratica per ottenere la carta di soggiorno.

Si tratta insomma di un documento provvisorio, che riporta le generalità dello straniero, la data in cui si è presentato davanti ai funzionari di polizia e una sua fotografia identificativa. In cosa consiste la contraffazione?

Il titolare vende direttamente la ricevuta originale a un secondo soggetto, quasi sempre connazionale, che nella maggior parte dei casi non deve fare altro che sostituire la fotografia.

Chi vende questo documento, può richiederne successivamente un duplicato. E anche nel caso questo venga ritrovato nel portafogli della persona sbagliata, non rischia quasi nulla.

Perché può sempre giustificarsi – ed è quello che è successo finora – dicendo di averlo smarrito oppure che qualcuno glielo ha rubato.

E siccome i dati contenuti nella ricevuta non sono altro che un’autocertificazione, è evidente come i potenziali acquirenti non possano che essere cittadini con precedenti di polizia o per cui lo stesso questore di Torino ha firmato il foglio di via.

LEGGI ANCHE: Altri 400 disperati nascosti nei sotterranei dell’ex Moi  

IL BUSINESS

Le prime indagini sono scattate dopo l’arresto di alcuni spacciatori e l’accompagnamento in commissariato di persone sospette, perché è chiaro che lo stratagemma può funzionare soltanto se i controlli dei documenti avvengono in strada, visto che i dati riportati sul permesso corrispondono a quelli registrati negli archivi.

Manco a dirlo, nessuno di loro si è mostrato particolarmente collaborativo nel far luce sul giro d’affari. Quanto costa, al Moi, una ricevuta originale della questura? Difficile dirlo. Perché, ancora una volta, sembra non esserci un’unica regia dietro al business dei permessi falsificati.

Come già succede per la gestione degli alloggi occupati nell’ex Moi, ogni diversa etnia gestisce in maniera autonoma gli spazi e i letti che di volta in volta restano liberi.

Il sospetto che qualcuno lucri è evidente, ma in tanti anni non sono mai state trovate le prove di un passaggio di denaro sistematico. Certa è, invece, la presenza di soggetti, sempre di origine africana, che pur non abitando nel complesso di via Giordano Bruno riescono a esercitare forme di pressione sugli occupanti.

Come? Ad esempio staccando la luce agli ospiti che diventano indesiderati.

Sorgente: Il business dei permessi di soggiorno tra le palazzine olimpiche occupate – La Stampa

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