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Guatemala. La tragedia dimenticata | Q CODE Magazine

di Roberto Meloni

Era l’otto marzo. Ricordo bene la data anche perché ero a lavoro, stavo accompagnando il bel corteo che si estendeva lungo le vie principali del centro storico di Città del Guatemala. Non so se poterlo definire un giorno di festa, ma sicuramente in quel corteo si respirava voglia di riscatto e di lotta sociale.

In America Latina, mi si perdoni la semplificazione, il machismo è presente in troppi momenti quotidiani delle donne, tanto da non permettere loro neanche di decidere liberamente come vestirsi, per non dover sopportare il continuo acoso callejero, che va dallo sgradevole apprezzamento a parole, a un vero e proprio rischio per l’incolumità della donna stessa.

Sì, quell’otto marzo era certamente un giorno di lotta molto importante. C’erano migliaia di persone che erano arrivate da molte regioni del Guatemala e che avevano viaggiato per ore ed ore per essere presenti alla manifestazione. Il Guatemala, nella cartina geografica è quel paese “sotto” il Messico, piuttosto piccolo e piuttosto sconosciuto. Ancora oggi, molti dei miei amici mi chiedono: “Dov’è che hai lavorato di preciso lo scorso anno?”. Il Guatemala non è molto conosciuto, eppure molti sanno che la civiltà Maya, una delle più grandi civiltà umane mai esistite, si è sviluppata proprio in Mesoamerica, ovvero l’attuale territorio guatemalteco e il sud del Messico. Molti meno sanno che le popolazioni Maya sono ancora maggioranza nel paese, nonostante alcune di essere siano letteralmente state sterminate in vari momenti, prima dai conquistadores spagnoli e recentemente dai militari durante il conflitto armato interno conclusosi solo nel 1996.

 

Ma l’otto marzo del 2017, il conflitto armato non c’è più da più di vent’anni. Gli accordi di pace sono stati firmati da Alvaro Arzú, attuale sindaco della capitale, e Presidente della Repubblica al tempo della loro firma. La manifestazione si svolge festosa e rivendicativa, proprio quando si inizia a spargere la notizia che nel Hogar Seguro Virgen de la Asunción (casa sicura, ndr) c’è stato un incendio nel quale sarebbero morte alcune bambine.

L’Hogar Seguro Virgen de la Asunción si trova a pochi chilometri di distanza dalla Carretera a El Salvador, una delle zone residenziali più ricche della capitale guatemalteca. Casa “sicura” gestita dalle istituzioni statali, ospitava circa 800, nonostante la capienza massima fosse di 500 ospiti, fra bambini e bambine, ragazzi e ragazze che teoricamente venivano ospitati in quel luogo per essere stati abbandonati, maltrattati o addirittura violentati nei luoghi dove vivevano in precedenza. Doveva essere quindi un luogo dove i ragazzi e le ragazze sarebbero dovuti essere protetti dallo Stato, ed è stato invece il luogo dove moltissimi e moltissime di loro hanno trovato ancora più violenza e maltrattamenti.

E dove 41 di loro hanno trovato la morte. 41 bambine e ragazze.

Quattro mesi prima di quell’otto marzo, il giornale PLAZA PUBLICA AVEVA PUBBLICATO UN REPORTAGE dove venivano descritti i continui maltrattamenti nei confronti dei bambini e delle bambine che abitavano quell’inferno. Molti e molte di loro, negli anni, hanno provato a scappare per sfuggire a quella terribile sorte che le rincorreva in un posto che di “sicuro” non aveva nulla.

Anche la notte fra il sette e l’otto marzo c’era stato un tentativo di fuga. Nomada racconta che alcune persone che vivono vicino all’Hogar Seguro hanno raccontato di aver visto le ragazze tirare pietre ai loro maestri e alla polizia mentre gridavano “Violentateci qui di fronte a tutti. Venite pure a violentarci, se lo volete fare di nuovo!”. Quel tentativo di ribellione però, non è andato a buon fine e, dopo l’intervento delle forze dell’ordine, 52 bambine sono state riportare dentro la casa e rinchiuse a chiave in una stanza. (https://nomada.gt/las-razones-del-amotinamiento-de-las-ninas-del-hogar-seguro/)

L’epilogo di quella vicenda io l’ho letto sui giornali quando, conclusasi la manifestazione dell’otto marzo nella Piazza centrale di Città del Guatemala, tornado a casa già non si parlava d’altro. La versione ufficiale era stata che le ragazze e le bambine avevano dato fuoco ai loro materassi per protestare per il cibo che veniva dato loro. Le istituzioni avevano già un colpevole: le bambine che si erano ribellate. Le bambine erano colpevoli della loro stessa morte.

In poche ore però la società civile, profondamente indignata, si auto-organizza e si reca di fronte al Palazzo Presidenziale. “Chi ha iniziato il fuoco? Chi le ha chiuse a chiave impedendo loro di scappare? Chi le ha violentante?”. Le molte domande portavano sempre alla richiesta di verità e giustizia per quelle bambine che erano state affidate allo stato, e lo stato le stava restituendo in delle piccole bare bianche, senza neanche voglia alcuna di rendere loro giustizia.

“Come Red de Sanadoras Ancestrales del Feminismo Comunitario abbiamo partecipato alle manifestazioni immediatamente appena abbiamo avuto la notizia” mi racconta Lolita Chavez, donna Maya Kechí, integrante della rete femminista e difensora dei diritti umani. “Sapevamo che le bambine avevano già denunciato abusi e soprusi nei mesi precedenti; quando abbiamo saputo quel che è successo, per noi è stato uno shock tremendo, ma subito ci siamo sentite identificate con quelle bambine, dato che la situazione dei popoli indigeni in Guatemala è una storia di razzismo, di esclusione e di oppressione.”

E mentre l’hashtag sui social network si andava tristemente adattando al numero di morti certificate, arrivando al triste #NosFaltan41, ce ne mancano 41, il presidente della Repubblica del Guatemala ed ex comico, Jimmy Morales, ha impiegato 34 ore prima di fare una dichiarazione ufficiale sull’accaduto. “Sono tutti responsabili” ha detto evadendo alle domande dei giornalisti. Tutti responsabili, nessun responsabile. Nessuna dimissione da cariche istituzionali, nessuna richiesta da parte del presidente.

“Il Guatemala -continua Lolita Chavez- è un narcostato. Ed è anche per questo motivo che i diritti delle donne e molto di meno quelli delle bambine non esistono. Ci siamo organizzati per levantar la voz, per alzare la voce, mi dice Lolita. Abbiamo aiutato le poche famiglie delle bambine che sono arrivate alle manifestazioni in piazza; abbiamo trasformato il dolore personale delle famiglie in dolore collettivo, dato che lo stato guatemalteco non solo ha cercato di nascondere quanto era successo, ma non ha neppure fatto un’azione pubblica per dare dignità alle vittime. Per questo motivo, le famiglie stavano vivendo il lutto in maniera isolata. Proprio perché questo lutto ci appartiene, abbiamo occupato la piazza per stare loro vicine. Da quel momento, la piazza principale della città capitale, per noi è diventata “Plaza de las niñas de Guatemala”, piazza delle bambine del Guatemala. Con le nostre azioni simboliche, abbiamo gridato a gran voce la voglia di giustizia e verità. Lo abbiamo fatto anche con i simboli, quelli che più ci appartengono. Lo abbiamo fatto con il fuoco (facendo alcuni rituali, anche rituali maya, ndr) che è un simbolo parte della nostra cosmovisione. E lo abbiamo fatto mettendo nella piazza dei simboli: per alcuni sono croci, mentre per me e molte altre persone, rappresentano i quattro punti cardinali, ovvero i quattro cammini che ciascuna di quelle bambine e ragazze avrebbero intrapreso se non fossero state ammazzate brutalmente. Avevano la loro storia, i loro sogni, le loro vite. Le abbiamo chiamate per nome, mentre tutti i mezzi di comunicazione parlavano solo di numeri. Durante i primi tempi la polizia è venuta a intimidirci, mentre eravamo nella piazza ricordando le bambine. Ma non ci siamo lasciate impaurire, e abbiamo gridato forte le nostre parole:las niñas no se queman, las niñas no se violan, las niñas no se matan, le bambine non si bruciano, non si violentano, non si uccidono!”

Oggi sono sei mesi che quelle bambine sono state lasciate brutalmente bruciare, solo perché chiedevano di avere una vita normale. È iniziato un processo contro i responsabili della struttura ma tutto lascia intendere che ci sarà molto da attendere per arrivare ad una sentenza definitiva.

Le catture sono state otto fino a questo momento, e per i presunti responsabili sono iniziati i processi alcune settimane dopo l’accaduto. Dato il clamore dell’accaduto e date le partecipate manifestazioni di piazza che chiedevano giustizia e verità al governo, ci si aspettava grande appoggio e solidarietà anche durante le udienze. Ma a quanto pare non è così.

Stef, del Colectivo 8 Tijax, organizzazione che segue i processi legali e dà accompagnamento alle famiglie delle vittime e alle bambine sopravvissute, mi racconta che inizialmente la partecipazione era molta, dato che quanto accaduto aveva provocato un vero shock per la società guatemalteca. Adesso pare non sia più così.

“Il collettivo è nato a partire dall’emergenza dell’8 marzo. Eravamo un gruppo di volontarie che ha iniziato a dare la notizia alle famiglie, fino addirittura ad accompagnarle per il riconoscimento delle bambine.”

Sul resto della società civile mi dice che “curiosamente, la gente non è più interessata a questo tema. Sembra che ormai sia passato di moda! Ci sono state vari sondaggi per capire cosa pensa la gente di quanto accaduto (a qualche mese dai fatti, ndr), ma ormai le persone non sanno cosa rispondere e nessuno sa come stanno andando i processi. Fortunatamente i mezzi di comunicazione sono presenti alle udienze in tribunale, ma la società civile ha iniziato a stigmatizzare le famiglie delle bambine, e a dare loro la colpa. È normale che si cerchi un colpevole, ed è per questo che molti hanno iniziato a dire che la colpa è dei genitori che non hanno saputo tenere le proprie figlie a casa. Invece di dar la colpa a chi ce l’ha veramente, hanno iniziato a prendersela con i genitori. L’appoggio verso le famiglie è ormai quasi inesistente. A volte, alle udienze arrivano alcune organizzazioni dei diritti umani, ma niente di più. Invece, per gli otto accusati, arrivano molte persone che riempiono la sala del tribunale dove si svolge il processo.”

Al momento, mi conferma Stef, il processo è sospeso a causa di vari ricorsi processuali ma, mi ricorda che in Guatemala ci saranno sempre persone che staranno attente a questo processo, e continueranno a chiedere a gran voce verità e giustizia per le bambine.

In un paese dove l’impunità raggiunge livelli piuttosto considerevoli, è facile immaginare che ci sarà chi farà di tutto affinché questo processo non arrivi alla fine, ma c’è da scommettere che ci saranno persone che non si stancheranno di chiedere verità e giustizia per quelle 41 bambine, cui unica responsabilità è stata chiedere una vita degna e che venissero rispettati i loro diritti. E per questo hanno trovato la morte.

Sorgente: Guatemala. La tragedia dimenticata | Q CODE Magazine

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