Per il futuro dell’Italia meglio “un parlamento senza maggioranza”, che non “un governo di grandi, ma non così grandi coalizioni o un esecutivo del Movimento 5 Stelle”.

Su questo punto, la banca americana Citigroup non ha dubbi: è convinta che, con un parlamento bloccato e un governo ad interim, le riforme possano passare più facilmente e il mercato azionario possa ripartire.

Lo riferisce nero su bianco un report sul Paese datato 4 settembre: “Dopo venti anni nella Seconda Repubblica – si legge nelle 72 pagine di analisi realizzate dal team di Mauro Baragiola – l’Italia è in bilico sul ritorno al sistema proporzionale della Prima Repubblica.

Mentre gli italiani speravano in una “Liberazione 3.0”, pensiamo che – rebus sic stantibus – il Paese potrebbe trarre maggior vantaggio da un parlamento paralizzato che non da governi a maggioranza debole come nel recente passato o dal ritorno ad una legge elettorale che favorisca la nascita di coalizioni di governo”.

Per gli analisti di Citigroup, in questo modo, si potranno forse affrontare gli eterni problemi strutturali del Paese: “Cinicamente se nessuno sta governando, nessuno può lamentarsi per l’introduzione di riforme impopolari e tasse – prosegue lo studio -.

Quindi, un parlamento senza maggioranza – e un governo ad interim basato su una maggioranza fluida – potrebbe consentire all’Italia (e all’Europa) di completare un processo che istituzioni più deboli hanno iniziato nel 2011”.

Per gli esperti della banca statunitense, è la storia stessa del Paese a testimoniare a favore dell’opzione “parlamento paralizzato”.

Rimasta “in un certo senso ancora una ‘espressione geografica’ per dirla alla Von Metternich, l’Italia non ha fatto strutturalmente meglio in governi di maggioranza: storicamente i partiti vincitori hanno iniziato a discutere sull’agenda pochi minuti dopo le elezioni con l’opposizione pronta a chiedere nuovamente le urne limitando le riforme” spiega lo studio.

Stando così le cose, per Citigroup, un governo ad interim potrebbe dare “un calcio d’inizio di un ciclo virtuoso – specialmente con il supporto europeo per completare un processo che le istituzioni hanno avviato nel 2011”.

Secondo lo studio, l’Italia non è ancora fuori dal tunnel. Nonostante il Paese abbia evitato una dolorosa crisi bancaria e registri i primi segnali di ripresa, Roma rappresenta ancora un rischio per la tenuta dell’Unione. Il Paese “non sta meglio rispetto al settembre del 2011, al picco della crisi che portò all’ uscita di scena di Silvio Berlusconi – prosegue il report -: il debito pubblico è oggi al 133,5% contro il 116,5% del pil del 2011, con le misure straordinarie della Bce (Qe) che volgono al termine.

Il pil reale è ancora giù del 2% rispetto al secondo trimestre 2011, la produzione industriale del secondo trimestre 2016 era ancora del 16% più bassa rispetto al 2008; il tasso di disoccupazione era più elevata del 2,7% rispetto al 2011 nonostante il jobs act. Infine, l’Italia è entrata in un territorio politico non definito (tripolare) senza una coerente legge elettorale”.

 Insomma è “sempre la vecchia Italia”. Certo i rischi sembrano assai “ridotti rispetto ad un anno fa quando il paese ha affrontato una potenziale crisi bancaria e una controversa riforma istituzionale – proseguono gli esperti di Citigroup – . Ciononostante, – restano – crescenti rischi politici, uno scenario macroeconomico povero e un elevato debito pubblico.

E, a fronte di una interminabile campagna elettorale, l’Italia ha forse perso l’opportunità negli ultimi due anni – se non nell’intera legislatura – di fare le riforme. Molte sfide del passato sono ancora sul tavolo, lasciando il rischio strutturale di lungo periodo invariato”. Inclusa la revisione della legge elettorale.

“Nonostante i dati macro stiano migliorando, l’Italia non è ancora fuori dal tunnel con alcuni indicatori economici chiave che sono ancora sotto i livelli del 2008 – prosegue il report -. Fondamentalmente, il debito pubblico (e la spesa) restano ostinatamente elevati – mettendo a rischio la sostenibilità di lungo periodo del Paese (e possibilmente dell’euro)”.

Le soluzioni a questi problemi non sono dietro l’angolo, ma esistono. “Mentre l’Unione potrebbe lottare per prevenire i problemi italiani che si stanno diffondendo nel continente, il braccio di ferro fra l’Italia e le istituzioni europee può ancora portare a realizzare le riforme più indispensabili – aggiunge lo studio – .

In particolare, la flessibilità di breve periodo (favorendo investimenti e abbassando le tasse sul reddito) potrebbe essere scambiata con una tassa sul patrimonio (principalmente sugli immobili) e con l’introduzione dell’imposta di successione in un paese ricco e vecchio”.

Ma post-elezioni, previste da Citigroup per febbraio, quale partito potrebbe realizzare le tanto attese riforme strutturali? Difficile dirlo perché lo scenario politico è molto complesso. “Matteo Renzi ha vinto facilmente le primarie del Pd – prosegue lo studio – ma l’affluenza alle urne è stata inferiore rispetto al passato.

Il che suggerisce che Renzi è forte all’interno del partito, ma il partito è probabilmente più debole rispetto all’elettorato”. Senza contare che “in funzione delle elezioni in Sicilia, ci aspettiamo una diaspora dal Pd” si legge nell’analisi.

Quanto al Movimento 5 Stelle, invece, secondo il report il punto centrale è la ‘mancanza di credibilità’. “Il Movimento 5 Stelle basa i suoi principi sulla democrazia diretta in cui ‘ognuno è uguale agli altri’ – riferisce lo studio – Tuttavia questo principio può rappresentare il vero handicap del Movimento: la mancanza di candidati credibili con competenze ed esperienza di governo (in altri termini, i leader non sono uguali agli altri per definizione)” prosegue il report.

Secondo gli analisti di Citigroup, proprio questo aspetto potrebbe penalizzare il Movimento nelle elezioni locali, mentre sul fronte nazionale è attesa una performance positiva per effetto di “un approccio demagogico che offre semplici rimedi a problemi complessi o semplicemente puntando sullo slogan che ‘non ci può essere altro peggio’”.

Infine, Silvio Berlusconi è “più debole di quando non suggeriscano le proiezioni” evidenzia la banca statunitense.

Il motivo? “Non c’è un’agenda comune fra i tre partiti né un leader per la coalizione (dato che Berlusconi non può può correre per l’incarico)” aggiunge il report suggerendo che la creazione di un unico partito è una “attività impossibile persino per Berlusconi”.

Soprattutto in un Paese in cui 324 parlamentari, come ha riferito la Stampa, “hanno cambiato idea 502 volte lasciando il partito in cui erano stati eletti riflettendo la tendenza in Italia di “aiutare il vincitore a vincere in maniera più decisa” – si legge nel report -. Storicamente questa tendenza è stata esacerbata sotto il sistema maggioritario indebolendo i governi della Seconda Repubblica”.

Ecco perché, alla fine dei conti, a Citigroup “non dispiace l’idea di un parlamento bloccato”. Anche perché a vigilare sul buon funzionamento dell’Unione ci penserà Mario Draghi che nel 2019 diventerà presidente emerito della Banca centrale europea con un posizionamento utile a “garantire il rispetto delle regole europee in Italia e in tutta l’Unione”.

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