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Elezioni annullate, il Kenya riparte dalla Corte Suprema – Il Sole 24 ORE

Un americano John Kerry avrebbe potuto immaginare che potesse accadere. La decisione della Corte Suprema di Nairobi di annullare le elezioni presidenziali vinte da Uhuru Kenyatta contro l’eterno rivale Raila Odinga non ha precedenti e va contro tutte le aspettative americane e occidentali.

Era stato proprio Kerry, insieme agli osservatori dell’Unione Europea e africani, ad annunciare come capo della missione del Centro Carter che le elezioni in Kenya erano state «trasparenti e corrette». Un coro di congratulazioni, a partire da quelle di Donald Trump, aveva accolto la rielezione del figlio di Jomo Kenyatta, fondatore della patria e leader della lotta al colonialismo britannico, ritenuto a Washington, nonostante alcune ombre sul suo passato, alleato fondamentale degli Stati Uniti in Africa orientale, nella lotta al terrorismo e per la stabilizzazione della regione, dalla Somalia, all’Etiopia al Sud Sudan.

Gli Usa, con i donatori internazionali, avevano messo 24 milioni di dollari sul tavolo per ammodernare il sistema elettorale e Kenyatta, per non deluderli, aveva assunto la società Cambridge Analytica, la stessa di Trump e del “leave” della Brexit, per monitorare a dovere le tendenze dell’elettorato.

Ma ora, in attesa di una nuova tornata elettorale entro 60 giorni, forse sarà meglio tenere a mente due nomi: Mathare e Kibera, i due grandi slum di Nairobi dove, a seconda dei momenti, può esplodere la gioia o la rivolta. Qui la popolazione della minoranza Luo, che sostiene Odinga, celebrava ieri la sentenza della Corte Suprema ma è in queste baraccopoli che nel 2007 divampò la protesta contro la vittoria alle presidenziali di Kenyatta: i morti furono migliaia. Forse è anche per questi precedenti sanguinosi che gli osservatori internazionali si erano affrettati a dare il loro imprimatur alle elezioni dell’8 agosto, temendo che una vittoria contestata di Kenyatta potesse scoperchiare il vaso di pandora delle proteste.

Eppure c’erano stati segnali inquietanti che in Kenya le elezioni non fossero così trasparenti come pretendevano Kerry e la comunità internazionale. Qualche giorno prima del voto era stato ritrovato il corpo assassinato del capo del sistema informatico elettorale, Chris Msando, un personaggio che godeva della fiducia anche del partito di opposizione di Odinga. Assai interessante era stato anche il rapporto della Kpmg, la società di auditing incaricata di vagliare le liste dei votanti. Poche settimane prima del voto la Kpmg aveva annunciato che rispetto al 2013 c’erano 5 milioni di nuovi elettori, con un aumento sorprendente del 36% rispetto alle presidenziali precedenti. Ma ancora più curiosa, anche se forse non del tutto inaspettata, era stata un’altra scoperta: nelle liste erano dati ancora per votanti un milione di morti, una sorta di “esercito di riserva elettorale” che trasmigrava nel tempo da una votazione all’altra dello Stato africano. «Non ho visto nessun morto andare a votare», così Kerry aveva liquidato con sarcasmo la questione.

Detto questo non è per niente scontato che alle prossime elezioni vincerà Odinga e che il Kenya trovi una sua stabilità. La Borsa di Nairobi, dove hanno sede in Africa numerose multinazionali, ha accusato con bruschi sussulti l’annullamento delle elezioni che sono importanti per un’intera regione dipendente dalla vie di comunicazione, dai porti e dalle raffinerie di petrolio del Kenya e di Mombasa. Nel 2007-2008, quando Odinga perse con Kenyatta, ci furono migliaia di morti a colpi di machete negli scontri etnici tra la minoranza dei Luo e la maggioranza dei Kikuyu e per settimane furono anche interrotti i rifornimenti alimentari ed energetici dei Grandi Laghi.

Il Kenya è un hub strategico dell’Africa orientale. In questo contesto rientra il “Kenya’s standard gauge railway” (Sgr), una ferrovia di 600 chilometri che collega Mombasa a Nairobi finanziata dai cinesi dell’Exim. Un progetto che verrà esteso a Uganda e Rwanda mentre sono in costruzione un porto e una raffineria di petrolio sulla costa di Lamu, con una ferrovia lunga 1.500 chilometri per collegare lo scalo a Sud Sudan e Etiopia, accompagnata da un’autostrada e da un oleodotto sullo stesso percorso.

Il piano potrebbe cambiare gli equilibri dell’intera Africa orientale. Il corridoio darebbe all’Etiopia un nuovo sbocco al mare alternativo a Gibuti (dove già arriva da Addis Abeba la ferrovia dei cinesi) e consentirebbe al Sud Sudan di liberarsi dal potere che esercita Khartoum sulla sua produzione petrolifera. Ecco perché forse c’era tanta fretta di chiudere la partita tra i due grandi rivali del Kenya.

Sorgente: Elezioni annullate, il Kenya riparte dalla Corte Suprema – Il Sole 24 ORE

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