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“Dio converta i cuori dei sicari della droga” – La Stampa

Durante l’incontro con sacerdoti, le religiose, i seminaristi e le loro famiglie Francesco ricorda la piaga del narcotraffico: «Medellin mi ricorda le vite dei giovani distrutte dai sicari della droga». E ammonisce: “L’abuso dei bambini non può trovare spazio nella nostra comunità”

«I giovani sono naturalmente inquieti, di un’inquietudine tante volte ingannata, distrutta dai sicari della droga». Papa Francesco alza gli occhi dal discorso preparato per citare la piaga del narcotraffico, del quale questa città è divenuta un simbolo. «Medellin mi fa ricordare questo – aggiunge improvvisando il Papa – Mi evoca tante vite giovani troncate, scartate, distrutte. Vi invito a ricordare e accompagnare questa luttuosa processione. E a chiedere perdono per coloro che hanno distrutte le illusioni di tanti giovani, chiedere al Signore che converta i loro cuori. Chiedere che questa disfatta dell’umanità giovane abbia fine».

 

Nello stadio coperto La Macarena migliaia di sacerdoti, religiosi, suore, consacrati, seminaristi e i loro familiari fanno corona a Papa Francesco nel suo ultimo appuntamento della giornata trascorsa a Medellin. L’abbraccio dei consacrati è l’occasione per riflettere ancora una volta sull’essenziale della vocazione religiosa, ma senza dimenticare chi inganna i giovani, chi distrugge le loro vite. E parla in modo positivo dell’inquietudine delle giovani generazioni. Aggiungendo, sempre a braccio: «Durante il viaggio della GMG in Polonia, nel pranzo che ho fatto con quindici giovani, uno mi ha chiesto: che cosa posso dire io a un mio compagno, giovane ateo che non crede? Ho risposto: guarda l’ultima cosa che devi fare è dirgli qualcosa. Comincia a comportarti in modo tale che l’inquietudine dentro di lui gli faccia chiedere, e tu puoi iniziare a dire qualcosa. È importante questo “callejar”, camminare per strada, far camminare la fede, la vita».

 

Bergoglio ricorda che tutti abbiamo «in comune l’esperienza di Gesù che ci viene incontro, ci precede e in questo modo ci ha “catturato” il cuore». Poi ricorda che le vocazioni non nascono sempre in situazioni ottimali e anche in Colombia sono nate «sicuramente in ambienti pieni di contraddizioni, di chiaroscuri, di situazioni relazionali complesse. Ci piacerebbe avere a che fare con un mondo, con famiglie e legami più sereni, ma siamo dentro questa crisi culturale, e in mezzo ad essa, tenendo conto di essa, Dio continua a chiamare».

 

«Sarebbe quasi illusorio pensare – aggiunge il Papa – che tutti voi avete ascoltato la chiamata del Signore all’interno di famiglie sostenute da un amore forte e pieno di valori come la generosità, l’impegno, la fedeltà e la pazienza. Alcune, Dio voglia molte, saranno così. Ma tenere i piedi per terra vuol dire riconoscere che i nostri percorsi vocazionali, il sorgere della chiamata di Dio, ci trova più vicino a ciò che riporta la Parola di Dio e che ben conosce la Colombia: “un sentiero di sofferenza e di sangue… la violenza fratricida di Caino su Abele e i vari litigi tra i figli e tra le spose dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe”».

 

Ma «fin dall’inizio è stato così: Dio manifesta la sua vicinanza e la sua elezione; Egli cambia il corso degli avvenimenti chiamando uomini e donne nella fragilità della storia personale e comunitaria. Non abbiamo paura, in questa terra complessa, Dio ha sempre fatto il miracolo di generare buoni grappoli, come le buone focacce a colazione». Poi il Papa ha improvvisato ancora: «Ieri sera una bambina diversamente abile, nel gruppo che mi ha dato il benvenuto nella nunziatura, ha detto che il nucleo dell’umano sta nella vulnerabilità. E spiegava perché, e mi è venuto di domandarle: tutti siamo vulnerabili, però c’è Qualcuno che non è vulnerabile. Mi ha risposto: Dio. Ma Dio ha voluto farsi vulnerabile, e ha voluto uscire per strada con noi, ha voluto vivere la nostra storia così come era, ha voluto farsi uomo in mezzo a una contraddizione, in qualcosa di incomprensibile, con l’accettazione di una ragazza che non comprendeva però ha obbedito, e di un uomo giusto che ha portato a termine il compito che gli è stato affidato. Però tutto questo in mezzo a contraddizioni».

 

Francesco ha quindi ricordato che «la nostra chiamata dev’essere nella verità. Non può avvenire, se siamo tralci di questa vite, se la nostra vocazione è innestata in Gesù, per l’inganno, la doppiezza, le scelte meschine».

 

Infatti, aggiunge il Papa, «le vocazioni di speciale consacrazione muoiono quando vogliono nutrirsi di onori, quando sono spinte dalla ricerca di una tranquillità personale e di promozione sociale, quando la motivazione è “salire di categoria”, attaccarsi a interessi materiali, che arriva anche all’errore della brama di guadagno. Come ho già detto in altre occasioni, il diavolo entra dal portafoglio». E questo «non riguarda solo gli inizi, tutti dobbiamo stare attenti perché la corruzione negli uomini e nelle donne che sono nella Chiesa comincia così, poco a poco, e poi – lo dice Gesù stesso – mette radici nel cuore e finisce per allontanare Dio dalla propria vita».

 

«Ci sono situazioni, atteggiamenti e scelte – spiega il Papa – che mostrano i segni dell’aridità e della morte: non possono continuare a rallentare il flusso della linfa che nutre e dà vita! Il veleno della menzogna, delle cose nascoste, della manipolazione e dell’abuso del popolo di Dio, dei più fragili e specialmente degli anziani e dei bambini non può trovare spazio nella nostra comunità; sono rami che hanno deciso di seccarsi e che Dio ci comanda di tagliare».

 

Ma «la buona notizia è che Lui è disposto a purificarci, che il nostro percorso non è finito, ma come buoni discepoli siamo in cammino. E come taglia Gesù i fattori di morte che attecchiscono nella nostra vita e distorcono la chiamata? Invitandoci a rimanere in Lui; rimanere non significa solamente stare, bensì indica mantenere una relazione vitale, esistenziale, assolutamente necessaria; è vivere e crescere in unione intima e feconda con Gesù, fonte di vita eterna». 

 

Per rimanere in Gesù bisogna «toccare» l’umanità di Cristo, essere buoni samaritani che si commuovono «davanti alle necessità delle persone, soprattutto quando queste si trovano succubi dell’ingiustizia, della povertà disumana, dell’indifferenza, o dell’azione perversa della corruzione e della violenza». «Con i gesti e le parole di Gesù, che esprimono amore ai vicini e ricerca dei lontani; tenerezza e fermezza nella denuncia del peccato e nell’annuncio del Vangelo; gioia e generosità nella dedizione e nel servizio, soprattutto ai più piccoli, respingendo con forza la tentazione di dare tutto per perduto, di accomodarci o di diventare solo amministratori di sventure».

 

Bisogna poi contemplare la divinità di Gesù, meditando la sua Parola, pregando e adorando: «Che tutto il nostro studio ci aiuti ad essere capaci di interpretare la realtà con gli occhi di Dio, non sia uno studio evasivo rispetto a ciò che vive la nostra gente e neppure segua le onde delle mode e delle ideologie. Che non viva di nostalgie e non voglia ingabbiare il mistero; non cerchi di rispondere a domande che nessuno si pone per lasciare nel vuoto esistenziale quelli che ci interpellano dalle coordinate dei loro mondi e delle loro culture».

 

Infine, «occorre rimanere in Cristo per vivere nella gioia». «Se rimaniamo in Lui, la sua gioia sarà in noi. Non saremo discepoli tristi e apostoli avviliti. Al contrario, rifletteremo e porteremo la gioia vera, quella piena che nessuno potrà toglierci, diffonderemo la speranza di vita nuova che Cristo ci ha donato. Dio non ci vuole sommersi nella tristezza e nella stanchezza che vengono dalle attività vissute male, senza una spiritualità che renda felice la nostra vita e persino le nostre fatiche. La nostra gioia contagiosa dev’essere la prima testimonianza della vicinanza e dell’amore di Dio».

Sorgente: “Dio converta i cuori dei sicari della droga” – La Stampa

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