Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

Una diga italiana in Etiopia rischia di ridurre alla fame mezzo milione di persone | VICE News

Lo scorso marzo il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella era in visita nel Corno d’Africa.

Tra impegni istituzionali legati alle Nazioni Unite, discussioni sulla questione dei rifugiati e rafforzamento delle partnership per la lotta al terrorismo locale, la visita è stata segnata anche dall’approvazione definitiva del progetto GIBE IV, l’ultima delle quattro dighe made in Italy in fase di realizzazione sul territorio etiope.

Oltre a questo impianto ne sono già stati eretti altri due; un terzo – GIBE III – è in fase di costruzione, mentre sono state avviate le consultazioni per la realizzazione della diga GIBE V.

Queste opere si trovano nella valle dell’Omo, in Etiopia sud-occidentale. Si tratta di una vera e propria culla antropologica, con una popolazione indigena di centinaia di migliaia di persone e una suddivisione tribale complessa che comprende – tra gli altri – Arbore, Ari, Bena, Bodi, Bumi, Daasanech, Dorze, Hamer, Kara, Konso, Kwegu, Mursi, Tsemay e Turkana. È anche un gioiello naturalistico, arricchito da ben cinque parchi nazionali e due siti dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

È in un contesto di questo tipo che l’Italia, rappresentata a livello locale dall’azienda Salini Impregilo, sta realizzando un enorme parco idroelettrico costituito da dighe, centrali e canali.

La strategia del governo etiope è quella di rendere il Paese uno dei massimi produttori di energia elettrica dell’Africa, così come quella di avviare un processo di trasformazione rurale della regione. Le dighe regoleranno infatti i flussi d’acqua nella Valle dell’Omo, a vantaggio di nuove forme di coltivazione commerciale su larga scala — in primis la canna da zucchero.

Leggi anche: Due ex ministri etiopi accusati di genocidio vivono da 24 anni in un’ambasciata italiana

L’impatto di questa trasformazione economico-ambientale sulle popolazioni indigene che vivono da generazioni nell’area dovrebbe essere attenuato dal cosiddetto programma ministeriale di “villagizzazione.” Si tratta di un trasferimento di massa delle comunità locali in nuovi villaggi a carattere più sedentario, dove verranno aperte scuole, cliniche ed altre tipologie di infrastrutture. Un modello già adottato in altre aree del Paese, e che tuttavia non sembra avere portato i risultati sperati.

Come denunciano numerose organizzazioni internazionali, migliaia di persone rischiano infatti di perdere la loro terra e si apprestano a subire una specie di “deportazione” — sopratutto a causa dell’impianto GIBE III. Per chi resta, la vita non sarà più la stessa: la diga metterà fine alle esondazioni stagionali del fiume, unica modalità di accesso all’acqua per le comunità indigene della Valle dell’Omo.

VICE News ha parlato con Francesca Casella – direttrice di Survival International Italia, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni – per capire meglio cosa sta succedendo nella Valle dell’Omo.

“Si sta profilando un’autentica catastrofe umanitaria e ambientale,” è l’allarme lanciato da Casella. “Le esondazioni naturali del fiume Omo, da cui le tribù dell’area dipendono per le loro coltivazioni, per la pesca e la pastorizia, cesseranno, causando anche un drammatico abbassamento del livello del lago Turkana, in Kenya,” spiega la direttrice. “Per far spazio alle piantagioni industriali, le comunità indigene dell’area hanno cominciato a essere sfrattate e trasferite altrove.”

Il villaggio di Korcho della tribù Karo si affaccia sul fiume Omo e sulle piantagioni di cotone. [Foto Nicola Bailey/Survival]

Da una parte si profilano veri e propri sgomberi di massa, dall’altra intere comunità rischiano di essere private dei loro unici mezzi di sostentamento. Secondo i numeriforniti da Survival International e da altre organizzazioni non governative come Human Rights Watch, sarebbero in 500mila a subire in modo più o meno indiretto le conseguenze economico-ambientali legate alla costruzione della diga GIBE III.

“Le fasi di riempimento del bacino della diga sono cominciate all’inizio del 2015, e come conseguenza l’anno scorso non si è verificata nessuna piena,” prosegue Casella, che sottolinea come alcune tribù – quali i Dassanach o i Kwegu – non abbiano potuto coltivare il sorgo o appoggiarsi sulle riserve ittiche dell’area già completamente esaurite, dovendo così rinunciare alla loro unica forma di approvvigionamento. “Moriranno di fame,” afferma la direttrice, “o andranno ad alimentare le fila dei diseredati del Paese che dipendono dagli aiuti alimentari.”

La visione di Survival International è condivisa da diverse altre organizzazioni internazionali, così come da figure accademiche di spicco nel campo degli studi ambientali. Claudia Karr, Professor al Department of Environmental Science, Policy, & Management della University of Berkeley, da anni si occupa dell’impatto che queste dighe avranno sulle popolazioni indigene della Valle dell’Omo.

Leggi anche: Così il business del fotovoltaico sta trasformando la Sardegna

Nel paper Humanitarian Catastrophe and Regional Armed Conflict Brewing in the Transborder Region of Ethiopia, Kenya and South Sudan: The Proposed Gibe III Dam in Ethiopia, la ricercatrice sottolinea come “un numero estremamente elevato di persone si troverebbe ad affrontare la fame, la malattia e la morte. […] Questo disastro umano potrebbe poi portare ad una situazione di caos e di conflitti in tutta la regione.”

Carr, inoltre, denuncia l’assenza di uno studio ambientale e socioeconomico realistico che verifichi l’impatto che la diga GIBE III avrà sulla zona, così comeil modo repressivo in cui il governo etiope sta procedendo agli sgomberi. Una eventualità, questa, smentita a VICE News dalla Salini Impregilo.

Il governo italiano sembra indifferente a queste preoccupazioni. In visita al cantiere della diga GIBE III, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha elogiato il lavoro della Salini Impregilo S.p.a.: “Siete una delle aziende più forti al mondo per le infrastrutture, la numero uno per le dighe; capace di innovare, di costruire, di seminare pezzi di futuro. Siamo orgogliosi di voi, di quello che fate e di come lo fate.” Sulla stessa linea c’è il premier etiope Desalem, che di recente ha dichiarato: “Ci vorrebbero tanti Salini in Etiopia.”

Mauro Van Aken, docente di antropologia culturale all’Università di Utrecht e all’Università Bicocca ed esperto del rapporto tra pianificazione idrica e cambiamento sociale e culturale, ha sottolineato a VICE News come il ruolo dell’Italia in Etiopia si inserisce in una tradizione di più ampio raggio spazio-temporale.

“L’Italia ha avuto una storia fortissima di grandi opere idrauliche. Nella Valle del Giordano, ad esempio, imprese venete costruivano già dopo il 1948. C’era un vero e proprio primato a livello di conoscenze idrauliche, tra expertise e saperi tecnici.” Secondo il professore, il nostro Paese si è tradizionalmente contraddistinto per un approccio “sviluppista,” fondato su una logica acritica e non legata alla dimensione sociale delle opere di modernizzazione. “Negli ultimi dieci anni si è riattivata quella tendenza del silenziare il dissenso politico in nome della tecnica, come racconta bene il caso della Val di Susa,” continua Van Aken. “L’Italia ha una forte storia di legittimazione di queste opere — a casa nostra come altrove.”

Secondo Van Aken, opere di queste tipo – presentate dai governi locali in un’ottica emancipatrice e di “sviluppo per tutti” – sarebbero un rigurgito dell’era coloniale, tornato di moda negli ultimi anni. “Si tratta di progetti che spesso sono fallimentari dal punto di vista economico rispetto agli investimenti fatti ma che hanno una enorme valenza simbolica, poiché producono forme di autorità e di controllo sulla popolazione e sul territorio.”

Gli indigeni della bassa valle dell’Omo dipendono dalle esondazioni stagionali per irrigare le coltivazioni e abbeverare il bestiame. [Foto Terry Hughes/Survival]

Intanto, la situazione sul territorio sembra in fermento: da un lato c’è stata un’impennata di arresti tra le voci critiche all’interno del Paese, sopratutto giornalisti; dall’altra sono aumentate le violenze nei confronti delle comunità locali.

Secondo Francesca Casella, le popolazioni non sarebbero mai state consultate nella fasi precedenti all’avvio del progetto.

“Anche la Costituzione Etiope, oltre che varie Convenzioni internazionali firmate da Etiopia e Kenya, garantirebbero loro il diritto alla ‘piena consultazione’ e alla espressione del proprio punto di vista nella pianificazione e attuazione di politiche e progetti ambientali che li riguardano, ma di fatto non sono stati propriamente né informati né consultati,” spiega a VICE News. “C’è oscuramento delle notizie, e il dissenso è spesso sedato con la forza: intimidazioni, pestaggi, stupri e arresti arbitrari.”

L’Italia, intanto, sembra chiudere gli occhi e rafforzare di giorno in giorno la cooperazione economica con il governo etiope. Negli ultimi anni, la partnership tra i due Paesi è cresciuta, anche e sopratutto attraverso l’approvazione del cosiddetto “Programma Paese” da parte del nostro Ministero degli Esteri – un pacchetto di 98,8 milioni di euro per il triennio 2013-2015. Tra i settori coinvolti nel finanziamento, paradossalmente spiccano anche programmi legati alla sicurezza alimentare.

Leggi anche: “Ecco come l’Europa dovrebbe ‘europeizzare’ l’accoglienza dei rifugiati”

Tuttavia, la Cooperazione Internazionale italiana si è defilata nel 2010 dal finanziamento del progetto GIBE III, dopo che il governo etiope aveva ritirato la richiesta. Una mossa, questa, che secondo la direttrice di Survival International Italia è stata influenzata dalla forte pressione esercitata sulla Farnesina.

Altri attori internazionali ad altre azioni di questo tipo: nel 2010 sia la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) che la Banca Africana di Sviluppo (AfDB) hanno reso noto di non essere più interessate a finanziare l’impianto. La Banca Mondiale intervenne invece nel 2012, accettando di finanziare unicamente le linee di trasmissione di energia.

Un po’ di Italia ricompare comunque nella lista degli enti coinvolti nel progetto, benché con finanziamenti indiretti. Il DAG – Gruppo d’assistenza allo Sviluppo – un consorzio dei più grandi donatori di aiuti all’Etiopia di cui fanno parte, anche Stati Uniti, Regno Unito, Banca Mondiale, e appunto Italia, finanzia la villagizzazione. “Il DAG ha fornito una significativa assistenza finanziaria all’amministrazione locale, che a sua volta è responsabile degli sfratti e del processo di villagizzazione,” dice Francesca Casella.

Secondo la direttrice, la responsabilità principale della catastrofe in corso è da imputare ai governi di Etiopia e Kenya, che anziché proteggere i diritti dei loro cittadini, hanno violato essi stessi alcune leggi nazionali e convenzioni internazionali come la Carta Africana dei Diritti dell’Uomo, e due Patti sui diritti umani delle nazioni Unite.

Tuttavia, anche la Salini Impregilo S.p.a. dovrebbe accettare la sua parte di responsabilità: “La Salini non ha fatto un reale studio di impatto socio-ambientale, non ha informato i popoli interessati di quello che sarebbe successo e di conseguenza non ha chiesto, né tanto meno ottenuto, il loro consenso alla realizzazione del progetto.”

VICE News ha contattato la Salini Impregilo S.p.a. per una richiesta di commento. “Il funzionamento della diga,” si legge in una nota dell’ufficio stampa, “oltre che fornire energia elettrica al paese, permetterà di mitigare fin da subito gli effetti dei cambiamenti climatici e delle esondazioni che negli anni passati hanno spazzato via interi villaggi (nel 2006 morirono circa 900 persone in Etiopia, di cui 364 solo nella valle in futuro protetta dalla diga), migliorerà le pratiche agricole e le condizioni igienico-sanitarie. E, a maggior ragione oggi, di fronte agli effetti drammatici causati anche dal Niño, potrà esercitare il suo compito salva-vite anche nei periodi di siccità, grazie ad un flusso d’acqua regolato.”

L’azienda italiana nega comunque di aver operato in assenza di studi socio-ambientali d’impatto, così come di non aver consultato le popolazioni locali. “Nell’ambito degli studi ambientali e sociali sono state condotte consultazioni pubbliche nel 2006, 2007 e 2008, nel corso delle quali circa 2000 membri di comunità locali sono stati coinvolti. Le consultazioni sono state fatte coinvolgendo le popolazioni a valle della diga, situate lungo la valle dell’Omo ed appartenenti a diverse etnie.”

I Turkana vivono nei pressi del lago Turkana tra Kenia ed Etiopia. Anche loro sono seriamente minacciati dal progetto Gibe III. [Foto Federica Miglio/Survival]

Infine, la Salini Impregilo afferma che per favorire l’accesso all’acqua di quelle comunità che vivevano delle esondazioni naturali del fiume Omo, sono state predisposte apposite esondazioni artificiali controllate. “L’impianto idroelettrico potrà garantire un flusso controllato delle acque, limitando gli effetti della siccità o delle inondazioni. (…) Gli organi di scarico della diga restituiscono l’acqua al territorio, consentendo di creare in modo controllato delle piene che riproducono gli esiti di quelle naturali, evitandone, invece, le catastrofi attuali e le conseguenti perdite di vite umane, come successo in passato.”

Quello delle esondazioni artificiali è un altro punto contestato da più parti. Nel paperWhat future for Lake Turkana? pubblicato per l’University of Oxford, Sean Avery – consulente in “Hydrology and Water Resources” – afferma che “nonostante il progetto della GIBE III prevedesse delle esondazioni artificiali annuali nel mese di settembre a fini ecologici, non vi è nessuna base scientifica a sostegno di ciò nella documentazione del progetto.”

Le comunità locali, dice Avery a VICE News, “dipenderanno dall’acqua che arriverà alle loro coltivazioni attraverso canali artificiali, i quali richiedono una manutenzione imponente e frequente che va bel al di là delle loro capacità.” Quando l’acqua non raggiungerà questi canali, continua il consulente, “le comunità dipenderanno poi da altri canali e questo introdurrà ulteriori incertezze e potenziali conflitti. Questo è sviluppo? Il tempo ce lo dirà, ma sinceramente ne dubito.”

Nel 2010 la Banca Europea per gli Investimenti ha commissionato alla Sogreah, un’azienda di consulenti indipendenti in ingegneria specializzati nel settore, un’indagine in merito alla questione delle esondazioni artificiali nella valle dell’Omo. La società concluse che “l’inondazione controllata era stata prevista senza pienamente qualificare il problema e senza studiare la sua efficacia, considerata la principale debolezza del piano di mitigazione a valle.”

“Secondo Sogreah, il rilascio di esondazioni artificiali avrebbe comportato per l’azienda energetica etiope una perdita di utili fino a 10 milioni di dollari l’anno,” puntualizza la direttrice di Survival International Italia. “Sogreah giudicava improbabile che qualcuno all’EEPCo potesse tollerare questa perdita. Gli eventi sembrano averle dato ragione: la prima esondazione artificiale avrebbe dovuto materializzarsi nel settembre 2015, ma non si è mai verificata.”

Le comunità indigene a valle non hanno dunque potuto per ora beneficiare di quelle misure alternative presumibilmente in grado di mitigare il cambiamento ambientale in corso. Il direttore dell’Agenzia keniota per la Conservazione ha recentemente dichiaratoal riguardo che la diga sta provocando “uno dei peggiori disastri ambientali che si possano immaginare.” L’UNESCO ha invece più volte invocato la cessazione dei lavori.

Survival International ha deciso di impugnare la questione dinanzi all’OCSE, presentando un’istanza contro la Salini Impregilo S.p.a. “È irrealistico pensare a uno smantellamento della diga, ma siamo ancora in tempo per evitare che si confermi essere una sentenza di morte per i popoli indigeni colpiti,” dice Francesca Casella.

Infine, che il progetto possa avere un impatto violento sulle comunità locali lo ha ammesso anche il DAG stesso. Nel 2014, il gruppo decide di inviare una missione sul campo per analizzare le conseguenze che la diga porterà alle comunità locali.

Questa piantagione di canna da zucchero occupa un’area che le tribù della bassa valle dell’Omo abitano da tempo immemorabile. [Foto Ethiopian Sugar Corporation]

Una delle conclusioni tratte dai membri del DAG nella relazione finale è la seguente: “Considerando gli attuali sviluppi che accelerano i processi di cambiamento strutturale, ci sembra inevitabile che la cultura e lo stile di vita delle tribù Mursi e Bodi così come li conosciamo oggi cambieranno in poco tempo fino ad essere irriconoscibili. Il governo afferma di volersi impegnare a preservare l’eredità culturale di questi gruppi attraverso la creazione di un museo sulle culture dell’Omo – e attraverso “villaggi culturali” in diversi woreda. Questo approccio sembra indicare che questo patrimonio culturale sarà confinato a un numero di villaggi prescelti orientati al turismo.”

“Impoverimento, morte e zoo umani sono un prezzo troppo alto da pagare al presunto ‘progresso’ e sono inaccettabili,” conclude Francesca Casella. “Occorrono nuovi modelli di ‘sviluppo’ che non calpestino i diritti umani. Non solo per i popoli indigeni, ma per tutta l’umanità.”

Sorgente: Una diga italiana in Etiopia rischia di ridurre alla fame mezzo milione di persone | VICE News

Spread the love
  •  
  •   
  •   
  •   
  •   
  •  
  •  
468 ad
< >

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *