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D’ALEMA CONTRO TUTTI …

D’ALEMA CONTRO TUTTI: UNA PARABOLA POLITICA CHE CHIAMA 
IN CAUSA CHI E’ STATO COMUNISTA. 
UN DESTINO ESISTENZIALE CHE CHIAMA IN CAUSA GLI ULTRASSESSANTENNI

Dopo un lungo silenzio, Massimo D’Alema è tornato a dire la sua. Ha distribuito sarcasmo su tutti. Su Giuliano Pisapia. Su Marco Minniti. Su Paolo Gentiloni.
Massimo D’Alema non è un politico qualunque: è uno dei 27 italiani che nel dopoguerra ha guidato un governo e gli italiani nati dal 1945 ad oggi sono stati assai più di cento milioni. Un politico di razza che anche in questa fase ha le idee chiare. Ma con una differenza: stavolta le esprime da una posizione laterale. Guida una tendenza all’interno di un partito (Mdp), a sua volta minoritario. Ma in questo doppio posizionamento, così eccentrico per un uomo come D’Alema, è contenuta una grande novità per la tradizione che viene dalla storia del Pci, una tradizione che ha sempre rivendicato il primato del Partito e il ruolo ancillare delle minoranze interne. O dei partiti più piccoli, come il Psi, i Radicali, il Pdup.
E proprio D’Alema, da 30 anni, è il personaggio che ha incarnato con più coerenza questa concezione, perseguita in democrazia da Palmiro Togliatti, proseguita da Enrico Berlinguer e poi dai suoi epigoni. Seguendo alcuni assiomi inossidabili. 1) Il centro della politica è il Partito. Nel 1996, primo governo progressista nella storia d’Italia, D’Alema preferisce restare segretario del Pds. 2) Meglio aver torto assieme al partito che ragione da soli 3) Il noi deve sempre prevalere sull’io. Una concezione del partito che D’Alema espresse compiutamente nel celebre convento di Gargonza, quando cancellò l’ideologia dell’Ulivo, inteso come metodo democratico (collegi uninomali, Primarie) che avvicinava i cittadini alla politica e rivendicando il primato del Partito tradizionale. Su quella ideologia cadrà il primo governo Prodi, non su un complotto, che non è mai esistito. Con la recente scissione di Mdp, quella concezione del Partito ha subito un duro colpo. Si potrebbe dire: la scoperta che le minoranze agguerrite pesano quanto i grandi partiti è un ingresso nella modernità. Una cosa è certa: l’antica concezione del Partito è ammainata.
Ma D’Alema, da tempo, dice chiaramente un’altra cosa, che forse condiziona tutte le altre e spiega questa sua maturità così “radicale”: vorrebbe tornare in Parlamento. In linea di principio difficile negare quanto possa essere utile un personaggio della sua esperienza. Ma qualcuno dei suoi possibili alleati obietta: D’Alema potrebbe far perdere più voti di quanti ne faccia guadagnare perché restituisce il ricordo di una politica conflittuale e oltretutto andando incontro ad obiezioni del tipo: nella sua vita ha fatto tutto (dal presidente del Consiglio al presidente della Bicamerale, passando per la segretaria del partito e per il ministero degli Esteri) e ora vuole tornare proprio dove ha cominciato 30 anni fa? Forse per D’Alema rientrare in Parlamento rappresenta uno status symbol? Come la barca a vela e le scarpe costose? Sono le domande scomode che circolano da settimane. D’Alema non sembra sfiorato dall’idea di essere ingombrante. Lui vuol decidere da solo se candidarsi o meno. Sbaglia chi ironizza su questo. E’ in un’età, 68 anni, nella quale si sente in forze intellettuali e politiche. E’ in un passaggio della vita complicato per tutti: stare ancora dentro o un po’ di lato? Qualcuno potrebbe sintetizzare questo tormento personale, ipotizzando che D’Alema sia prigioniero del proprio io, proprio come il detestato Renzi. Una cosa è certa: per D’Alema il partito non è più il centro del mondo e l’io conta più del noi. Massimo D’ Alema non incarna più l’ordinata compostezza dei comunisti e dei post-comunisti. Ognuno può liberamente decidere se fosse migliore quello di prima. O invece quello di ora. Più moderno. Più contemporaneo. Toccherà a lui decidere se sia il caso di stare ancora dentro la contesa quotidiana. Oppure se sia meglio risultare autorevole. – Fabio Martini

 

Sorgente: face book.com

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