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Brexit non è più la stessa. La vigilia di May a Firenze in 5 punti – ilsole24ore.com

ilsole24ore.com – che cosa è cambiato in un anno – Brexit non è più la stessa. La vigilia di May a Firenze in 5 punti – –di

Il 23 giugno 2016 il 52% dei britannici vota per uscire dall’Unione europea, primo paese a lasciare un blocco che nel frattempo si è allargato a 28 Paesi. A poco più di un anno dal referendum molto è cambiato e tanto è da rifare. Ha cambiato la storia di Brexit proprio colei che si proclamava alfiere della volontà popolare che davanti a un sì/no ha scelto l’addio all’Unione.

La premier May chiede e ottiene elezioni anticipate l’8 giugno ma le perde e si ritrova adesso con un governo di minoranza. Domani, 22 settembre, la prima donna premier dopo lady Thatcher parlerà a Firenze e illustrerà una nuova via d’uscita. Da mesi ha dismesso lo slogan «Brexit vuol dire Brexit», da nessuna parte leggiamo più che sarà hard.

Pare che Theresa May presenterà un accordo che farà della Gran Bretagna una nuova Svizzera. In ogni caso il discorso di una leader debole ratificherà quello che è sotto gli occhi di tutti: a un anno dalla vittoria refendaria, Brexit non è più la stessa. Sembra sempre più la storia di una sconfitta che è difficile vedere come punto di partenza di una futura vittoria. La Firenze di May non sembra la Dunkirk per Churchill, volendo forzare il paragone con la storia raccontata dal film ora nelle sale. Ecco cinque cose da ricordare alla vigilia del discorso di May.

1) Il prezzo di un divorzio
Ieri il Financial Times anticipava che Londra offrirà all’Unione europea 20 miliardi di euro per l’addio. Con venti miliardi di euro si coprono solo gli impegni presi con l’Ue fino al 2020: in questi mesi Bruxelles ha dato numeri più alti, da 60 a 100 miliardi. Solo nel 2015 la Gran Bretagna ha versato alla Ue 10,75 miliardi di euro netti. Se May ufficializza 20 miliardi, vuol dire che si inizia davvero a trattare ma, come in una qualsiasi contrattazione, si parte dal minimo ben consapevole che la cifra sarà più alta. Rispetto a quando il governo britannico rifiutava sdegnato qualsiasi riferimento al vile denaro, è un grosso passo avanti per i negoziati, ma anche una resa.

2) Le imprese non hanno più fiducia nel futuro senza Ue
Grandi, piccole e medie imprese non vedono più buone prospettive di crescita fuori dalla Ue, le previsioni si fanno sempre più cupe. Si susseguono indagini sulla fiducia delle imprese che tocca livelli sempre più bassi per la gioia degli economisti che stavolta hanno indovinato le previsioni (gli stessi non videro la crisi del 2007 e furono rimproverati dalla Regina). A fine agosto un’indagine fra 601 datori di lavoro condotta dal Recruitment and Employment Confederation (Rec) registra un significativo numero di imprese che si aspetta un peggioramento dell’economia.

Oggi il mondo del business tutto in coro chiede al governo britannico un periodo di transizione più lungo possibile. «Minimo tre anni per preservare la nostra prosperità», chiedono. Ma in base ai negoziati iniziati il 29 marzo scorso, l’uscita dalla Ue è fissata per il 29 marzo 2019, cioè meno di due anni.

3) L’Unione europea da lasciata a vincente
Fosse davvero un divorzio, l’Ue sarebbe la moglie lasciata e tradita che adesso si prende la sua rivincita. Vede l’ormai ex coniuge in difficoltà e alza la posta, soprattutto non sembra disposta a concedere deroghe. Tanto che il ministro di Brexit, David Davis, sbuffa: «L’Ue deve avere più fantasia se vuole raggiungere un accordo». Michel Barnier, capo negoziatore per la Commissione Ue, fa invece il pignolo, e una settimana fa Financial Times titolava: «Il messaggio di Angela Merkel a Theresa May è Brexit means Brexit».

Innegabile che in un’epoca di grande inquietudine, fra populismi e nazionalismi, gli attori cambiano velocemente ruolo su una scena che repentinamente muta. Domani tocca di nuovo a Theresa May, stavolta dovrà scrivere meglio le sue battute.

Spaccatura May-Johnson sulla strada di Brexit

4) I dolori del sincero Brexiter
Un attore che si agita più degli altri sul palcoscenico è il ministro degli Esteri britannico Boris Jonhson. Ex sindaco di Londra, giornalista, soprattutto Tory e volto vincente della propaganda Brexit. Venerdì scrive una lettera al Daily Telegraph con cui attacca la premier May e quel che dirà nel discorso a Firenze. Jonhson tira di nuovo fuori la cifra in voga durante la campagna referendaria 2016, i 350 milioni di sterline a settimana risparmiati con Brexit che andrebbero al sistema sanitario.

Non importa che l’ufficio statistiche lo smentisca, che la sua collega di partito e ministro dell’Interno, Amber Rudd, lo accusi di essere come quei passeggeri molesti che danno consigli non richiesti all’autista. Jonhson va avanti e minaccia dimissioni nel caso si diventi troppo teneri con l’Ue.

Se è solo Johnson il problema, May si preoccuperà fino a un certo punto. Se invece hanno ragione coloro che vedono in questo fuoco amico il segno una frattura fra i conservatori, May non ha più un partito unito alle spalle, quindi vacilla il governo, e neanche i suoi emissari a Bruxelles si sentiranno molto bene.

Il fatto che in queste ore May non metta in dubbio il ruolo di Johnson, escluda sue dimissioni, rivendichi l’unità di un governo che sostiene una strategia Brexit suggerisce che le cose non stanno affatto così.

La mossa anti-Londra della Commissione

5) Tornare indietro?
Ieri sera il sempre più presente Tony Blair, ultimo leader laburista a Downing Street, sosteneva che c’è il 30% di possibilità di tornare indietro, di rendere Brexit un processo reversibile. Il 30% non è tanto ma è molto se si riguarda il film dell’ultimo anno e mezzo.

Gli umori elettorali cambiano in fretta, non sono pochi coloro che chiedono una seconda consultazione popolare, quindi è normale chiedersi: i britannici del giugno 2016 la pensano allo stesso modo oggi?

Nel parlamento appena eletto non c’è più l’Ukip, il partito che ha legato la sua stessa esistenza alla Brexit, e soprattutto Jeremy Corbyn, leader Labour che si è rafforzato dal voto di giugno, ondivago e ambiguo durante il referendum, ha corretto la linea del partito. Assieme a Keir Starmer, ministro Brexit ombra, ha sfidato quella parte del Labour che vuole una Brexit più limpida e convinta.

Un Corbyn più realista e sempre attento alla base elettorale ha invece detto che appoggerà la permanenza del Regno Unito nel mercato unico oltre marzo 2019. Ultimamente ha anche fatto sua quella che doveva essere la sua prima preoccupazione: salvare posti di lavoro.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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