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Angeli “nel” fango, una storia di riscatto e autorganizzazione popolare – senzasoste.it

senzasoste.it – Angeli “nel” fango, una storia di riscatto e autorganizzazione popolare.

Cinquant’anni fa a Firenze, poche settimane fa a Livorno, l’alluvione ha colpito causando vittime e ingenti danni. In entrambe le città si è assistito fin da subito a un reazione istintiva della popolazione, in particolare delle fasce più giovani, che si è recata nelle zone più colpite per offrire un aiuto concreto a spalare il fango dalle case e ripulire terreni e corsi d’acqua.

I media, oggi come allora, non hanno perso tempo nel costruire una narrazione di facile spendibilità comunicativa: a Livorno si è esaltato lo spirito dei volontari trasformando con un tratto di penna la generazione ritenuta più “perdente” dai crudi numeri socio-economici in una generazione che improvvisamente ha vinto; a Firenze la retorica sugli angeli del fango ha oscurato le attività di autorganizzazione dal basso presenti nei quartieri nei quali spiccarono le realtà di base del territorio. 

Di seguito riproponiamo un nostro articolo proprio sull’alluvione fiorentina del ’66: oggi come allora, un modo per offrire un altro sguardo a vicende narrate con troppa sterile semplicità.

La storia degli angeli del fango è stata innegabilmente una bellissima pagina di solidarietà. Coinvolse migliaia di giovani volontari da tutto il mondo che si precipitarono a Firenze a pochi giorni di distanza dal’alluvione che il 4 novembre del 1966 devastò il capoluogo toscano e i dintorni, con l’obiettivo di collaborare a mettere in salvo il patrimonio artistico cittadino, in particolare le opere contenute nei magazzini della Biblioteca Nazionale.

Anche in nei giorni del cinquantesimo anniversario dell’evento le istituzioni fiorentine per bocca del sindaco Nardella si sono prodigate in numerosi appelli a quei volontari affinchè partecipassero alle celebrazioni. Le luci della ribalta da sempre puntate su questa vicenda rischiano però di offrire alle nuove generazioni una ricostruzione falsata, o meglio incompleta sulla reazione della città all’alluvione.

A tal proposito, una nuova inquadratura dei fatti ci arriva dal video di Sergio Canfailla e Lorenzo Giudici, «Noi non siamo angeli del fango», un viaggio tra i volti anonimi e gli abitanti dei quartieri più colpiti che ci rivela come la vicenda dell’alluvione fu affrontata tramite un processo di autorganizzazione dal basso nel quale spiccarono le realtà di base del territorio, in particolare le parrocchie e le case del popolo.

Se l’alluvione colpì per la dimensione eccezionale dello straripamento dell’Arno, altrettanto scalpore destò l’incapacità della classe dirigente locale e dello Stato di gestire la situazione.

Pertanto, senza aspettare ordini dall’alto, la popolazione cominciò ad organizzarsi e nel giro di pochi giorni costituì «ben 12 comitati di quartiere formati da squadre di giovani volontari che lavoravano giorno e notte per aiutare la gente a liberare case e negozi dal fango, a censire i danni, a occupare le case sfitte, a rivendicare i propri diritti di fronte a uno stato e a un’amministrazione fino ad allora colpevolmente assenti».

Nel video, immagini di repertorio si alternano alle voci di chi ricorda l’esperienza del ’66, suggerendo aneddoti buffi come quelli di chi vide il proprio vicino «uscire in tuta da palombaro» o rievocando i momenti più drammatici, come chi, tra le lacrime, non dimentica il totale silenzio sceso sulla città.

Da dove nasce l’esigenza di ricostruire questa vicenda?

Come ricercatore – risponde Lorenzo Giudici, uno degli autori – sono solito lavorare con la «storia orale». Mi avevano affidato il compito di raccogliere le memorie dei fiorentini sull’alluvione del ‘66 in vista dell’anniversario dei 50 anni. Poco dopo, ho iniziato a portarmi una telecamera, per divertirmi, perchè alcune espressioni mi facevano davvero ridere. Quando ho iniziato le interviste, c’è stata una cosa che mi ha sorpreso. Contro ogni mia aspettativa, i fiorentini mi dicevano: “la storia degli angeli del fango l’è una truffa”. Ho scoperto una storia della nostra città che ci

(44635-19) – Novembre1996 – Alluvione a Firenze – – Bef

hanno raccontato molto poco. In breve, quando arrivò la piena, le istituzioni cittadine non erano preparate all’emergenza; da Roma non arrivavano nè indicazioni nè aiuti: i fiorentini scesero in strada e fecero di testa loro.

I centri di soccorso si formarono spontaneamente, perché la gente si organizzò nei luoghi dove di solito si ritrovava nel quartiere, cioè le case del popolo, le parrocchie, l’Università, le camere del lavoro. I centri di soccorso poi si strutturarono come Comitati di quartiere e sul territorio divennero i soggetti fondamentali. Io mi sono chiesto a lungo perchè da 30 anni, a scuola come in tv e sui giornali, mi hanno raccontato la ricostruzione di Firenze come se fosse stata tutta sulle spalle dei volontari venuti da fuori e delle forze armate. E alla fine la risposta è semplice: l’autorganizzazione popolare non deve venire fuori. Invece in questa storia è la chiave per capire come sia stata possibile una reazione tanto efficace a un disastro tanto potente.

Come avete rintracciato i protagonisti dal basso delle giornate del novembre 1966?

Con i metodi tipici della ricerca delle fonti orali: i contatti e i passaparola. Sono andato nelle case del popolo e nelle parrocchie e una volta individuati i primi testimoni chiedevo a loro di mettermi in contatto con altri protagonisti degli eventi. Si aprono continuamente piste nuove.

Che tipo di esperienza politica è maturata nei giorni dell’alluvione?

Nei giorni dell’alluvione è possibile osservare una caratteristica fondamentale della storia del movimento operaio del XIX e del XX secolo. La capacità di radicare l’azione politica sui territori, di farne un patrimonio comune, di chiamare alla responsabilità per la propria comunità, di estendere la partecipazione e la solidarietà.

Inoltre Firenze ha una tradizione particolare legata alla partecipazione del territorio: già nel 1944 il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale a Firenze si articolò in sottocomitati di quartiere. La vitalità delle Case del Popolo, della Camera del Lavoro e del cattolicesimo di sinistra è stata straordinaria per tutti gli anni ‘50 e ‘60. E’ questo patrimonio di relazioni che ha garantito gli anticorpi alla città. Quindi, gli eventi del 66 hanno un lungo passato. Ma hanno anche delle conseguenze sul futuro, portando alle lotte della fine degli anni ’60 e degli anni ’70.

Oggi come valuti gli interventi della Protezione Civile nelle emergenze?

Mi viene in mente cosa è successo dopo il terremoto dell’Aquila, o altri disastri. Oggi si tende a usare un modello di Protezione Civile che pretende di prendere in carica totalmente il territorio, spogliando la popolazione di ogni iniziativa e mettendola come “in cura”.
La ricostruzione di Firenze invece mostra che il protagonismo popolare, le reti di relazioni sorte spontaneamente sul territorio, i rapporti di vicinato e la passione politica sono la miglior forma possibile di protezione civile.

 Da questo punto di vista, sono ammirato e complice del modello di intervento che le Brigate di Solidarietà Attiva stanno portando avanti in questi anni nei luoghi toccati da catastrofi.

Orlando Santesidra, Senza Soste cartaceo, novembre 2016, anno XXII, n.120

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Sorgente: Angeli “nel” fango, una storia di riscatto e autorganizzazione popolare –

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