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Andrea Vitale: La critica di Pareto a Marx: una abborracciatura

Sono passati 150 anni dalla pubblicazione della prima edizione de Il Capitale di Marx, ma ancora quest’opera crea problemi e preoccupazioni ai padroni di tutto il mondo, che in tutti i modi cercano vanamente di dimostrarne l’inutilità e la fallacia. Un ultimo esempio di questo vero e proprio loro chiodo fisso è la recente pubblicazione da parte dell’editore Aragno dello scritto di Vilfredo Pareto sull’opera di Marx, intitolato anch’esso Il Capitale. In realtà si tratta della ristampa dell’Introduzione che il Pareto fece in francese alla raccolta di brani del Libro I de Il Capitale curata dal genero di Marx, Paul Lafargue e pubblicata dall’editore Guillaumin di Parigi nel 1893 [1], opera che fu tradotta per intero e pubblicata un anno dopo in Italia dalla casa editrice Remo Sandron di Palermo [2]. Ma, addirittura prima di questa edizione, questa Introduzione di Pareto fu pubblicata in italiano in sei puntate sulla rivista L’Idea liberale dal titolo Studio critico della teoria marxista, dal giugno al settembre 1893 [3].

 

Contro l’attualità di Marx nella crisi i borghesi rispolverano il vecchio Pareto

La scelta dell’editore Aragno di ripubblicare questo scritto di Pareto[4] è chiaramente dettata da motivi ideologici, visto che è lo stesso Pareto a definirlo “un lavoretto che non ha nessuna importanza economica”[5], ma naturalmente ha destato l’immediato e compiaciuto entusiasmo della stampa.

Abbiamo così avuto l’articolo di Nicola Porro su Il Giornale dell’11/06/2017, dal titolo E Pareto segnalò l’errore “capitale” di Karl Marx cui ha fatto seguito l’articolo di Alberto Mingardi su Il Sole 24 Ore del 13/08/2017, dal titolo Quando Pareto stroncò Marx. Come si desume dai titoli, la tesi comune dei due articolisti è che in questo libello Pareto abbia espresso critiche devastanti e definitive alla costruzione teorica di Marx. La sopravvalutazione dell’importanza di questo “piccolo saggio magnifico”, come estasiato lo definisce Porro, spinge perfino il giornalista a prendere le distanze dallo stesso curatore del libro edito da Aragno, Michele Bonsarto, autore a sua volta di una prefazione del testo. “A differenza del prefattore, – scrive Porro – mi sembra che Pareto non salvi alcunché del testo del filosofo di Treviri”. Un tale entusiasmo trova senz’altro spiegazione nella pervicace intenzione di esorcizzare in ogni modo l’opera di Marx, ma anche, a mio parere, in una profonda sintonia di fondo che lega i due articolisti, liberisti convinti, a Pareto, fra i fondatori della teoria economica marginalista. Una sintonia che però non è fondata solo sulle idee, ma su ciò che la figura di Pareto rappresenta ai loro occhi. Prima di diventare un affermato economista, questi, infatti, e per più di 20 anni, fu un dirigente industriale. In quel periodo, come si può evincere da un testo di Busino[6] e soprattutto dall’ottima e dettagliata tesi di laurea di Alessandro Melazzini[7], il Pareto si distinse non solo per “i «più duri rapporti di subordinazione»”[8] imposti agli operai, ma per aver sistematicamente licenziato in tronco tutti quelli che osavano richiedere aumenti salariali o tentavano di scioperare contro i sistematici peggioramenti delle condizioni lavorative e salariali decisi dal giovane direttore. Pur essendo da sempre un sostenitore convinto del laissez faire, del liberismo più radicale, del non intervento dello Stato nell’economia, il nostro non disdegnava accordarsi in cartelli con le imprese concorrenti per segnalarsi a vicenda i nominativi degli operai licenziati perché “sobillatori”, onde evitarne l’assunzione in altre aziende, oppure non esitava a ricorrere all’intervento di polizia e magistratura per stroncare le agitazioni. La spregiudicatezza del Pareto pratico, la sua attitudine ad agire in contrasto con il Pareto teorico, investe anche la sfera non sindacale della sua gestione aziendale. Pochi anni dopo essere riuscito a diventare il direttore della Società per l’industria del Ferro, nel 1879, in completo accordo con la Banca Generale, diventata la principale azionista della società, orchestra una operazione di liquidazione, che vede l’acquisizione dei beni della vecchia società a prezzi stracciati da parte di una nuova, costituita ad hoc e controllata dalla Banca Generale, la Società delle Ferriere Italiane, di cui, guarda un po’, il direttore generale è proprio il Pareto, che diventa anche funzionario della Banca. Una operazione che costò caro agli altri azionisti, soprattutto piccoli, della società posta in liquidazione. Insomma una sorta di anticipazione dei giochetti finanziari fra bad e new company che vanno di moda in questi anni, vedi Alitalia, Fiat e Veneto Banca.

E’ quindi del tutto naturale che chi ha difeso ed osannato le scelte di Marchionne, come in questi anni hanno fatto Porro e Mingardi[9], nutra nei confronti di Pareto una ammirazione a dir poco incondizionata. Una ammirazione che li spinge anche a trascurare o addirittura omettere del tutto i pur necessari richiami al dibattito che in ambito marxista provocò l’Introduzione di Pareto.

Porro non ne fa alcun cenno, non cerca cioè minimamente di spiegare il perché uno scritto così, a detta sua, completo ed importante non abbia sortito alcun effetto nell’impedire o almeno rallentare il crescente consenso che le tesi di Marx trovavano fra gli intellettuali italiani. Preferisce invece liquidare sbrigativamente e indirettamente la questione, riducendo il marxismo ad un semplice fenomeno modaiolo. “Alla fine dell’Ottocento – scrive Porro – Karl Marx è una star. È un Saviano, si parva licet, su scala globale: è la cosa giusta, scritta nel momento giusto, e appoggiata dai salotti giusti”. Una sfrontatezza inaudita, che calpesta, senza vergogna alcuna, fatti storici incontrovertibili: l’attenzione costante che le polizie di tutta Europa riservarono sempre a Marx, l’ostracismo e poi la accanita opposizione che gli intellettuali borghesi gli riservarono. Del resto da uno cresciuto alla scuola di Feltri non ci potevamo aspettare altro!

Mingardi invece preferisce affrontare la questione in maniera diversa. Malgrado “gli argomenti di Pareto”, “logico implacabile”, fossero “cogenti e cristallini”, le idee di Marx hanno conquistato proprio in quegli anni un peso notevolissimo a causa del fanatismo dei suoi seguaci. Scrive il Mingardi: “Pareto s’era ben accorto che il libro che voleva confutare «è il vangelo di un numero ognora crescente di uomini». E non bastava pertanto sbrigarsela «con due parole dicendo: il ragionamento di Marx è falso», perché bisognava seminare dubbi fra fanatici: «Procurare in tutti i modi di aprire gli occhi a chi li ancora li ha chiusi e perciò non limitarsi a una dimostrazione, ma provarle tutte, per vedere quale è più persuasiva» (18 aprile 1893). Buone intenzioni che, almeno coi contemporanei, valsero a poco. La Critica sociale lo sbertucciò come «marchese, ingegnere e professore, chiamato a Losanna a sbriciolare le sue teorie anarchico-borghesi al popolo svizzero».

Vedremo se coi posteri, grazie a questa meritoria edizione e alle lezioni della storia, Pareto avrà più fortuna”.

Dunque, per Mingardi, il marxismo è un fenomeno irrazionale, religioso, per cui, conseguentemente, anche la risposta che i marxisti, sordi per fede ad ogni critica logica, diedero alle critiche di Pareto non riuscì ad andare oltre l’invettiva e l’anatema.

 

Le critiche all’Introduzione di Pareto da parte dei marxisti suoi contemporanei

Eppure le cose non andarono affatto così.

Subito dopo la pubblicazione francese dell’Introduzione di Pareto, Lafargue scrisse una replica che rispondeva polemicamente agli argomenti dello studioso italiano[10], replica che, tradotta da Pallestrini, fu pubblicata nel 1894 come appendice alla già citata edizione italiana del libro curato da Lafargue, dal titolo di Contro-Introduzione[11]. Inoltre, come abbiamo già avuto modo di vedere, il saggio di Pareto, in anticipo rispetto allo stesso originale francese, era uscito in italiano pubblicato a puntate su L’Idea liberale. Anche in questo caso, si ebbe una pronta risposta polemica di parte marxista. Ci pensarono Ettore Guindani e Leonida Bissolati, con un appendice pubblicata nell’edizione italiana del riassunto de Il Capitale di Gabriele Déville[12]. Un estratto di questa replica fu anche pubblicato sulla rivista del Partito Socialista, Critica Sociale[13], preceduta dalla nota della redazione[14] citata dal Mingardi e che tanto lo ha indispettito.

Dunque il dibattito sulle questioni poste da Pareto nella sua critica a Marx ci fu. Anzi, in particolare, proprio i lettori italiani ebbero modo di conoscere contemporaneamente le tesi dei contendenti. Da notare che entrambe le repliche a Pareto puntarono come prima cosa ad evidenziare le palesi contraddizioni e gli errori logici presenti nel testo dell’economista italiano.

Scrive Lafargue: “Ma non bisogna prendere sul serio ciò che dice il Pareto: la sua mania di negare tutto è sì forte che egli nega la sua propria negazione; egli fa della dialettica hegeliana senza saperlo. Se a pagina XXIV egli dichiara che ogni cifra media è una fantasia, la cui scelta si può affidare al caso, a pagina XXIX egli afferma che il prezzo medio è una realtà, che «la concorrenza dei produttori fa che il valore di scambio di una merce diminuisca e finisca coll’oscillare attorno ad un certo valore normale»”[15]. E leggiamo più avanti: “Ricardo e Smith facevano dipendere il valore di scambio dal costo di produzione, i moderni economisti demoliscono la teoria di questi padri dell’Economia politica, semplicemente coll’invertire la frase; essi dicono che il costo di produzione dipende dal valore di scambio: questa semplice inversione di termini affascina il Pareto”[16], ma subito dopo: “Il Pareto passando ad un altro giuoco di parole dice ora che «il valore di scambio è la fatica che si sostiene per procurarsi la merce» (XXVII). […]. Cambiando ancora una volta idea, il Pareto dice, in nota, nella medesima pagina XXVII che il «valore di scambio dipende dal grado finale dell’utilità»”[17].

Anche Guindani e Bissolati, insistono sulle contraddizioni del pensiero di Pareto. “Ma prima di parlar di valore, il Pareto dovrebbe mettersi d’accordo con sé stesso circa la possibilità di una teoria del valore. Infatti, dopo avere affermata la «impossibilità di avere, né oggi, né mai, una teoria completa del valore che permetta d’esplicare tutti i differenti tassi di cambio», il Pareto si richiama alla «teoria completa del cambio e della produzione, dalla quale – già da lungo tempo nei trattati di economia politica – consegue la risposta a tutte queste quistioni»[18]. E concludono così questa parte del loro ragionamento, chiedendosi: “Ed è questo ininterrotto seguito di contraddizioni che costituisce la logica fine, serrata, scientifica, ond’è stritolato il povero Marx?”[19].

Ora, non dico Porro, noto non certo per essere uno studioso, bensì, usando un eufemismo, un polemista, ma il giovane Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, un centro-studi con sedi a Torino e Milano che promuove le idee liberali, non può certo comportarsi come ha fatto. Un intellettuale serio non può volutamente tacere, parlando di questo scritto di Pareto, delle critiche che gli furono rivolte dai marxisti a lui contemporanei. Non può sostenere la logica coerenza del ragionamento paretiano senza sentire l’esigenza di smentire le contraddizioni e le incongruenze da costoro annotate proprio analizzando quel ragionamento, né può tacere sulle loro critiche di merito. Non può confidare nel fatto che questi scritti marxisti risultino oggi completamente dimenticati[20], sperando che nessuno gliene renda conto. Tacendo su queste cose viene a mancare in Mingardi la dimostrazione della presunta superiorità teorica del pensiero di Pareto sul marxismo e la sua affermazione si rivela per quel che è: una mera petitio principii. Del resto la superficialità e sicumera nel modo con cui trattano la questione Porro e Mingardi ben si sposa con l’arroganza e la presunzione con cui l’affrontò a suo tempo il Pareto, che alla fine del 1891, scrivendo al suo amico Pantaleoni, così si esprimeva: “Sospenderò per un poco di tempo questo lavoro per sprofondarmi nelle opere di Carlo Marx. Nella biblioteca Guillaumin pubblicano un volume con scritti di quell’autore, e vogliono una prefazione da me, ove sieno confutate quelle dottrine. Non conosco nulla di più pesante, e di più noioso della lettura del Marx! Ci vuole pazienza da santi!”[21]. Colpisce davvero la boria con cui Pareto, un nano nella storia del pensiero paragonato ad un gigante come Karl Marx, ha affrontato questo compito che gli era stato affidato dall’editore Guillaumin. Ed anche sulla natura dell’incarico ricevuto da questa casa editrice vale la pena spendere qualche parola. L’editore Guillaumin decide di pubblicare la scelta di estratti del Libro I de Il Capitale fatta da Lafargue, ma a patto che l’introduzione sia ad opera di un critico del marxismo. La decisione viene subita da Lafargue, che non fa nessuna polemica pubblica sulla scelta dell’editore fino alla uscita in commercio del testo, per poi stroncarlo puntualmente con la già citata Contro-Introduzione, concentrandosi però nel merito della critica alle tesi di Pareto e accennando solo ironicamente alle difficoltà che aveva incontrato l’editore nel reperire uno studioso disposto ad esporsi con un attacco a Marx. Scrive Lafargue: “La traduzione francese del Capitale apparve, a dispense, due anni dopo la caduta della Comune. Il governo pensò di interdirne la pubblicazione, ma dopo aver ben considerata la cosa lasciò tranquillo l’editore. Si diceva: è metafisica tedesca, i francesi non ne capiranno nulla, il libraio perderà il suo denaro. Il libro fece il suo cammino silenziosamente e si fu sorpresi un bel giorno di sentire il partito socialista francese giurare su Marx e chiamarsi Marxista e di vedere le sue teorie incomprensibili trascinare le masse operaie. Gli economisti dovettero lasciare i loro ozi. Paolo Leroy-Beaulieu, accademico e professore d’economia politica alla Sorbona di Parigi, scrisse nel 1884 un grosso volume, il Collettivismo, per schiacciare la teoria del capitale e con essa il socialismo. Mal gliene incolse. De Molinari, direttore del «Journal des Ecomistes», con una libertà di spirito che l’onora, permise a Paolo Lafargue di portare il dibattito nel campo stesso degli economisti: il 5 settembre pubblicò una confutazione del «Collettivismo», Leroy Beaulieu la giudicò sì concludente che non tentò di rispondervi, quantunque De Molinari gli avesse offerta la sua Rivista e che egli stesso pubblicasse tutte le settimane un giornale, l’«Economiste français»; egli passò la penna a Maurizio Block, il quale dopo uno scambio di critiche con Lafargue si ritirò sotto la tenda. Questo assalto sfortunato contro le teorie marxiste calmò l’ardore degli economisti francesi e li fece diffidenti. Sicchè quando la libreria Guillaumin di Parigi si decise a pubblicare nella sua Piccola Biblioteca Economica degli estratti del Capitale si cercò invano in Francia per due anni un economista che volesse ricominciare la polemica. Claudio Janet che aveva accettato l’incarico di confutare Marx, dopo aver valutate le sue forze, vi rinunciò; si decise d’indirizzarsi a economisti stranieri; i tedeschi che conoscevano il mostro, batterono in ritirata: infine si mise la mano su Vilfredo Pareto; egli coraggiosamente accettò di essere il campione dell’Economia politica borghese. Onore all’audace paladino!”[22].

Più esplicita e sarcastica fu la Critica Sociale: “Ora avvenne che […] il signor Guillaumin di Parigi pensasse di sfruttare la crescente voga delle idee socialiste, commettendo a Paolo Lafargue un sunto o piuttosto – secondo ce lo definì il Lafargue stesso – alcune dècoupures del Capitale di Marx, da pubblicarsi in un piccolo volume alla mano. Senonchè il signor Guillaumin, nella sua qualità di editore della scienza «per bene», non avrebbe potuto permettere alle eresie marxiste di far atto di presenza, per quanto fugace, nella sua biblioteca, senza un buon carabiniere che stesse loro alle coste. Egli cercò dunque un uomo che si prestasse a tale ufficio. Egli andò in traccia, pei vari paesi del capitalismo, di un uomo, preferibilmente dottore in qualche cosa, che si sentisse le spalle sufficientemente robuste per addossarsi questo incarico di distruggere, con una appropriata introduzione, il valore, l’efficacia, la concludenza insomma del libretto che lui, Guillaumin, voleva pubblicare. L’esempio non è nuovo e, da Melchiorre Delfico in poi, che dimostrò nella prefazione alla sua istoria della repubblica di S. Marino la perfetta inutilità degli studi storici, fu riconosciuto spesso dagli editori come un pezzo eccellente per non disgustare le varie e capricciose clientele. Si somministra, è vero, il veleno, ma l’antidoto è lì, a portata di mano, e così si concilia, in qualche modo, capitale e lavoro”[23]. La redazione della rivista poi prosegue ironizzando sia sulle difficoltà incontrate dall’editore nella ricerca dell’intellettuale disposto a criticare Marx, trovandolo solo in Italia, nella persona di Pareto, sia sull’entusiasmo con cui la borghesia ha accolto lo scritto di quest’ultimo, scritto che invece viene definito dalla rivista senza mezzi termini una “abborracciatura”[24].

 

Le critiche di Pareto a Marx: le contraddizioni delle spiegazioni dei fenomeni economici partendo dalla psicologia degli individui

Non ci resta a questo punto che considerare sinteticamente il contenuto delle critiche che Pareto rivolge a Marx, che, come giustamente nota Mingardi, si possono ridurre a due: il valore e lo sfruttamento[25].

L’incipit dello scritto di Pareto è lapidario: “La critica del libro di CARLO MARX non ha più bisogno di essere fatta. Essa esiste non solo nelle monografie speciali che si sono pubblicate su questo argomento, ma ancora, e soprattutto, nei perfezionamenti portati nell’economia politica alla teoria del valore”[26]. Ci sia concesso di parafrasare le parole di Pareto. La critica alle sue posizioni non ha bisogno di essere fatta, perché essa è già tutta espressa sia nelle critiche di Marx ed Engels alla economia volgare, sia nelle puntuali risposte che lo scritto di Pareto ebbe da parte di Lafargue e di Guindani e Bissolati, sia negli eccellenti lavori marxisti successivi contro l’economia marginalista, fra cui segnaliamo quelli di Hilferding e Bucharin[27]. Non ci resta dunque che assumerci il compito dello scolaretto[28], cui accenna nella sua replica Lafargue, senza peraltro tentare di aggiungere nulla dal nostro sacco[29].

Malgrado Pareto esordisca affermando di ritenere oziosa e meramente filologica la discussione su cosa sia il valore[30], nondimeno nel corso della sua esposizione è costretto ad affrontare l’argomento, distinguendo nettamente fra la posizione dell’economia politica classica e di Marx, secondo cui il valore di scambio sarebbe determinato dal costo di produzione (identificato, precisa il Pareto, da Ricardo e Marx con il lavoro) e quella della moderna scienza economica che fa dipendere il valore di scambio dal grado finale di utilità di una merce[31], cioè dal grado di soddisfazione che ottiene il consumatore dall’ultima unità della merce posseduta[32]. Marx, invece, cadrebbe “nell’errore […] di non fare abbastanza attenzione a ciò che il valore d’uso non è una proprietà inerente a ciascuna merce, come sarebbero la composizione chimica, il peso specifico, ecc.; ma è, al contrario, un semplice rapporto di convenienza tra una merce ed uno o più uomini”[33]. La scienza economica ha per Pareto come oggetto di studio le scelte operate dall’individuo e le regole che determinano il suo comportamento. L’Economia si trasforma in Psicologia. “Ogni problema economico dipende da un problema psicologico, perché si tratta in fondo di scoprire le regole secondo le quali agiscono gli uomini”[34]. Il valore di una merce viene a coincidere così con la valutazione soggettiva che di tali merci fanno i singoli individui[35]. La scelta, tipica del marginalismo, di partire da una dimensione apertamente individualistica, nella convinzione che i fenomeni economici si fondino sulla psicologia individuale degli uomini, ha però una serie di conseguenze.

Infatti, questa teoria si imbatte in numerosi circoli viziosi. Ad es., se ammettiamo che il prezzo sia frutto di un apprezzamento individuale, troveremo però come elemento determinante della scelta da parte del compratore il prezzo a cui questa merce è venduta. Il consumatore domanderà una quantità maggiore di una merce se questa ha un prezzo di mercato basso, e ne comprerà una minore se il suo prezzo è alto. Nei fatti il prezzo di mercato diventa elemento determinante delle scelte di acquisto del singolo. Restiamo cioè invischiati nel gioco della domanda e dell’offerta, per cui da un lato il rapporto fra domanda e offerta determina il prezzo, dall’altro è proprio la grandezza del prezzo a determinare questo rapporto. Parimenti, una situazione simile la ritroviamo nel rapporto valore del prodotto/costo di produzione. Come abbiamo visto, Pareto scrive che è “il valore di scambio quello da cui dipende il costo di produzione”[36], quindi per lui è il valore del prodotto a determinare il costo di produzione. Balza subito agli occhi come ciò capovolga completamente il reale processo economico, per cui in realtà il costo di produzione, il capitale anticipato dal capitalista, è un dato che precede il valore finale del prodotto. Soprassediamo però su questa considerazione e sviluppiamo il ragionamento dei marginalisti. L’elemento determinante per la formazione del prezzo è l’utilità marginale del prodotto marginale, cioè dell’ultima unità di merce che si è prodotta. La grandezza di questa utilità marginale è inversamente proporzionale alla quantità prodotta del bene[37]. Più bene viene prodotto e meno grande sarà l’utilità marginale. Ma da cosa sarò determinata la quantità prodotta? I costi di produzione. Più alti saranno questi costi e minore quantità sarà prodotta. “Si arriva così alla seguente «spiegazione»: il valore del bene produttivo (costo di produzione) è determinato dal valore del prodotto; il valore del prodotto dipende dalla sua quantità; la quantità del prodotto è determinata dal costo di produzione: in altri termini, il costo di produzione è determinato dal costo di produzione”[38].

L’illusione marginalista di poter considerare la società come la semplice sommatoria di un insieme di atomi individuali indipendenti, per cui le medesime leggi economiche varrebbero sia per il singolo uomo che per la società nel suo complesso, è alla base di tutti questi circoli viziosi. L’individuo isolato è una falsa astrazione, l’individuo è sempre sociale. “La produzione dell’individuo isolato all’esterno della società [….] è una assurdità pari al formarsi di una lingua senza che esistano individui che vivano e parlino assieme”[39], scrive Marx, criticando le robinsonate dell’economia politica classica[40], robinsonate che verranno elevate a fondamento della stessa teoria economica da parte del marginalismo, che in virtù del proprio fallimento ottiene l’unico risultato di dimostrare che è impossibile far derivare le leggi sociali dalle scelte del soggetto isolato.

Diversa è la posizione del marxismo che pone al centro dell’indagine non l’individuo ma la società, non il consumo ma la produzione. Per Marx “Individui che producono in società, e quindi produzione socialmente determinata degli individui, costituiscono naturalmente il punto di avvio”[41]. Il valore diventa così non un apprezzamento soggettivo, né una cosa magica, ma un rapporto sociale storicamente determinato, ossia il modo in cui si manifesta la necessaria connessione fra individui che producono in maniera privata e che entrano in connessione fra loro scambiandosi i prodotti del loro lavoro. “Il cianciare sulla necessità di dimostrare il concetto di valore è fondato solo sulla più completa ignoranza, sia della cosa di cui si tratta, sia del metodo della scienza. Che sospendendo il lavoro, non dico per un anno, ma solo per un paio di settimane, ogni nazione creperebbe, è una cosa che ogni bambino sa. E ogni bambino sa pure che le quantità di prodotti, corrispondenti ai diversi bisogni, richiedono quantità diverse, e quantitativamente definite, del lavoro sociale complessivo. Che questa necessità della distribuzione del lavoro sociale in proporzioni definite, non è affatto annullata dalla forma definita della produzione sociale, ma solo può cambiare il suo modo di apparire, è self evident. Le leggi della natura non possono mai essere annullate. Ciò che può mutare in condizioni storiche diverse non è che la forma con cui quelle leggi si impongono. E la forma in cui questa distribuzione proporzionale del lavoro si afferma, in una data situazione sociale nella quale la connessione del lavoro sociale si fa valere come scambio privato dei prodotti individuali del lavoro, è appunto il valore di scambio di questi prodotti”[42]. E’ dunque l’analisi del processo di produzione e dei connessi rapporti sociali la base su cui Marx afferma che il contenuto del valore è dato dal lavoro (astratto) socialmente necessario. Pareto e prima di lui, Böhm-Bawerk, per il loro ristretto orizzonte individualistico, non possono comprendere questo e scambiano il procedimento di esposizione della legge del valore adottato da Marx ne Il Capitale con la legge stessa. Concependo il valore di una merce con la valutazione che di tale merce danno i singoli individui, pare loro arbitrario porre il lavoro come fondamento di tale valutazione. Con lo stesso procedimento, ad es., potrebbe secondo loro essere scelto il capitale e non il lavoro quale sostanza del valore[43]. Quello che appare ai marginalisti come un evidente errore logico di Marx è invece la testimonianza della loro incapacità a comprendere il discorso marxiano e a spiegarsi i prezzi[44].

Il loro punto di vista soggettivistico li spinge anche a considerare ininfluenti gli aspetti storici e sociali. Le leggi di comportamento degli individui sono viste come eterne e valide in tutti i tipi di società, per cui ogni analisi delle caratteristiche peculiari della formazione sociale capitalistica viene esclusa. Il capitale non è posto come uno specifico ed essenziale rapporto della società borghese, ma come un elemento presente in tutte le forme di società. Per Marx come il valore anche il capitale è un preciso, storicamente determinato, rapporto sociale: “il capitale non è una cosa, bensì un determinato rapporto di produzione sociale, appartenente ad una determinata formazione storica della società. Rapporto che si presenta in una cosa e dà a questa cosa un carattere sociale specifico. Il capitale non è la somma dei mezzi di produzione materiali e prodotti. Il capitale è costituito dai mezzi di produzione trasformati in capitale, che non sono di per sé capitale, come oro e argento non sono di per sé denaro. Il capitale è costituito dai mezzi di produzione monopolizzati da una parte determinata della società, dai prodotti e dalle condizioni di attività della forza-lavoro, resi autonomi nei confronti della forza-lavoro vivente, che vengono mediante questa contrapposizione personificati nel capitale”[45].

Diametralmente opposta è la concezione di Pareto, che identifica il capitale con i mezzi di produzione. Per lui “il capitale è un bene economico”[46] e la caratteristica di questi beni economici che chiamiamo capitale è di essere “destinati a facilitare la produzione d’altri beni”[47]. In questo modo da un lato viene affermata l’eternità della produzione capitalistica[48] e dall’altro viene negata l’esistenza dello sfruttamento. La negazione della teoria del valore lavoro porta naturalmente a negare che il profitto non sia altro che pluslavoro, cioè lavoro non pagato all’operaio. Il profitto (che Pareto identifica con l’interesse) non è altro che la remunerazione che il capitale ottiene per il suo contributo alla produzione. “CARLO MARX – scrive Pareto – misconosce il carattere che possiede il capitale, di essere un bene economico come tanti altri, e uno dei numerosi fattori della produzione che consiste semplicemente nella trasformazione del lavoro, dei servizi dei capitali e di altri beni economici, in certi beni che si chiamano prodotti. Una conseguenza dell’attribuzione della qualità di bene economico al capitale è che vi sono le medesime ragioni per ammettere o per negare, che sia utile alla società che l’uso del capitale sia remunerato al pari di qualsiasi altro bene economico che coopera alla produzione”[49]. Siamo di fronte all’apoteosi dell’economia volgare, che nega contro ogni evidenza gli antagonismi di classe e cerca di darci una visione armonica dell’intero ciclo economico. E’ giusto a questo punto concludere il discorso ricordando come questa teoria economica borghese fu spazzata via dalle crisi e dalle guerre del novecento, crisi che il marginalismo si dimostrò incapace del tutto di comprendere e spiegare. Vale la pena riportare il giudizio che espresse Hilferding sulla scuola marginalista: “Essa cercò … di arrivare ad una teoria del divenire economico escludendo l’economia stessa dal proprio campo di osservazione. Anziché la relazione economica, sociale, ha scelto come punto di partenza del proprio sistema la relazione individuale tra l’uomo e le cose. Essa considera questa relazione dal punto di vista psicologico come naturale e subordinata a leggi immutabili. Esclude i rapporti di produzione nella loro determinatezza sociale, così come le è estranea l’idea di uno sviluppo del divenire economico che si svolga secondo leggi precise. Questa teoria economica equivale alla negazione dell’economia; l’ultima replica dell’economia borghese al socialismo scientifico è l’autodistruzione dell’economia politica”[50].

Certo, che a distanza di quasi 125 anni i borghesi debbano ancora ricorrere alle abborracciature di Pareto per millantare il fallimento teorico del marxismo la dice lunga dello stato pietoso in cui versa attualmente la scienza economica borghese.

Sorgente: Andrea Vitale: La critica di Pareto a Marx: una abborracciatura

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