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Alleanza con le milizie libiche. Cosa c’è dietro il calo dei migranti che arrivano sulle nostre coste

Per fermare il flusso di migranti dalla Libia, l’Italia tratta con bande e tribù locali. Eccone una prima mappa

“Ma davvero c’è chi si stupisce del fatto che per poter essere in campo in Libia, per portare avanti un lavoro d’intelligence che ha contribuito in maniera rilevante a mantenere l’Italia fuori dai radar jihadisti, per contrastare con una qualche efficacia i trafficanti di esseri umani, si potesse evitare di entrare in relazione con quelle tribù o milizie para-governative che oggi rappresentano un potere reale in Libia?”. La fonte che si lascia andare con l’Huffington Post è un diplomatico di lungo corso che la realtà del Nord Africa la conosce perfettamente e da tempo. Ed è per questo che è sinceramente sorpreso di chi si mostra sorpreso del “lavoro sotterraneo” che l’Italia, la sua diplomazia, i suoi 007 stanno facendo da tempo, anni non giorni, in Libia.

“Ci muoviamo – ricorda – in una realtà complicata, con l’obiettivo strategico di stabilizzare il Paese, mantenerne l’unità statuale e contribuire al rafforzamento delle istituzioni democratiche. Certo, abbiamo scelto, in sintonia con quanto deliberato dalle Nazioni Unite, di sostenere il governo di accordo nazionale guidato da Fayez al-Serraj, un sostegno leale e concreto, cosa che non può certo dirsi per altri (Francia in primis, ndr) ma ciò non vuol dire chiudere gli occhi di fronte alla realtà del presente cercando di muoversi al meglio nel caos libico”. Considerazioni che sono la premessa di un lavoro in profondità che ha portato l’Italia a operare una dettagliata radiografia delle forze in campo oggi in Libia (e dei loro sponsor esterni) per cercar di capire con chi era possibile, e utile, entrare in rapporto per ottenere dei risultati tangibili sui due fronti ritenuti cruciali: la sicurezza rispetto ai jihadisti dell’Isis e un contenimento dell’immigrazione clandestina.

Nessuno, al Viminale come alla Farnesina o a Palazzo Chigi, ammetterà mai che entrare in rapporto con alcune tribù o milizie abbia portato l’Italia a pagarne i servigi, così come mai in passato, indipendentemente da chi guidasse il Paese, c’è stato un premier o un ministro degli Esteri o dell’Interno che abbia ammesso il pagamento di un riscatto per la liberazione di cittadini italiani rapiti da milizie islamiche o da bande di criminali comuni. Ma senza questo “lavoro sporco” alcuni di questi nostri connazionali, e anche colleghi giornalisti, non sarebbero tornati a casa in vita, così come oggi esercitare un qualche controllo del territorio libico non può essere praticato affidandosi solo alla polizia arruolata dal governo Serraj. Ecco allora la necessità di operare uno “screening” delle forze in campo, necessario per compiere poi delle scelte operative e fare un “investimento”.

Cosa sia il “caos libico” è così sintetizzabile: duecentomila combattenti, divisi in 230 milizie; 140 tribù, sparse su quello che per estensione è il quarto paese dell’Africa; due governi rivali, che si contendono il potere e non di rado si fanno la guerra. La Libia è divenuta un Paese sommerso di armi, dove sono le milizie a controllare buona parte del territorio. In questo contesto, tutt’altro che pacificato, è necessario capire come le milizie siano ormai da tempo un pezzo costitutivo del potere in Libia. A spiegarlo con parole di esemplare chiarezza, dalle colonne di Internazionale, è un regista libico, Khalifa Abo Khraisse:

“Tra la fine del 2011 e il 2013 mettere insieme una milizia era un affare redditizio ed era molto più semplice che avviare una nuova attività. Non si doveva fare altro che raccogliere armi, riunire amici e parenti, fare irruzione in un edificio e piazzarsi dentro, andare al locale consiglio militare, firmare i documenti necessari per registrare la propria brigata e fornire una lista dei componenti al capo di stato maggiore. E in men che non si dica, si finiva sul libro paga. Molti comandanti di milizia sono stati scarcerati all’inizio della rivolta; altri erano tecnici, ex appartenenti a movimenti terroristici, spacciatori, negozianti, tassisti e insegnanti. Alcuni erano solo disoccupati. Con l’incalzare degli eventi, le milizie hanno dovuto adattarsi ed evolvere: servono molti soldi per comprare armi e munizioni e per pagare i salari. Molte formazioni minori alla fine sono sparite e si sono sciolte, altre si sono accorpate…”.

E tra le milizie che contano di più, e con cui l’Italia ha intessuto rapporti, c’è quella di Misurata. Un passo indietro nel tempo. Maggio 2015: l’Isis controlla Sirte, la città natale di Gheddafi, facendone la capitale del “califfato” in Nord Africa. “Siamo pronti ad accantonare le divisioni pur di fermare lo Stato Islamico. Ne abbiamo già discusso con i comandanti di Sdabia. Loro stanno con Tobruk, noi con Tripoli, ma siamo entrambi libici e siamo pronti – dichiara il comandante del Consiglio Militare di Misurata Ibrahim bin Rajub – ad allearci con loro per accerchiare quei terroristi venuti dall’estero. Lo Stato Islamico è una palla di neve, ma può diventare una valanga. Ora è a Derna e a Sirte, ma domani può travolgere Tripoli”.

Nasce da quel momento il rapporto con i misuratini. Un passaggio ritenuto, a Roma, inevitabile se si voleva per davvero contrastare la penetrazione di Daesh alle porte dell’Italia. Un investimento produttivo, visto che la bandiera nera del “califfato” a Sirte è stata ammainata dalle milizie di Misurata. Non è un caso, dunque, che l’ospedale militare realizzato dall’Italia in Libia sia proprio in un’area controllata dai misuratini. Altrettanto importante è considerato il rapporto con e milizie legate alla minoranza tubu, un gruppo etnico del sud della Libia, che durante la rivolta contro Muammar Gheddafi erano schierate con i ribelli, mentre ora sono alleate del generale Khalifa Haftar, l’uomo-forte (anche per il sostegno che riceve dall’Egitto e dalla Russia) della Cirenaica. I tubu controllano in particolare le città di Murzuk e Kufra. Le milizie legate al gruppo etnico dei tuareg, presente nel sudovest del paese, sono vicine alla coalizione Alba libica.

Le milizie più rilevanti sono almeno 5: Zintan, Misurata, Lybian Shield, la Brigata dei Martiri del 17 Febbraio e la milizia/Esercito del Generale Haftar. Il Consiglio Militare di Zintan, dal nome della città, appunto, dove è basato, conta circa 4.000/5.000 uomini armati di tutto punto – armi leggere, sistemi di supporto del fuoco ed armi pesanti. Quanto alla milizia di Misurata (appoggiata da elementi del Lybian Shield), si tratta di un altro degli attori forti di questa crisi. Di tendenze islamiste, la milizia conta qualche migliaio di uomini e da tempo ha ormai imposto un regime di sostanziale autonomia alla città costiera di Misurata dalla quale prende il nome. “Le componenti militari di Misurata, come altri attori forti in Libia – i gruppi armati di Zintan, nelle montagne dell’Ovest, e l’esercito dell’Est al comando del generale Khalifa Haftar – hanno interesse a mostrarsi alla comunità internazionale come partner nella lotta al terrorismo”, annota Lacher.

Ma l’attenzione dell’Italia è rivolta soprattutto al Sud della Libia. E questo perché è attraverso Sabha, capoluogo della regione desertica del Fezzan, si snoda la principale via del traffico di esseri umani verso l’Italia. Per stabilizzare la Libia e Sabha il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha chiuso un accordo a Roma con i rappresentanti delle tribù del sud in particolare fra Abna Suleyman e i Tebu, con il supporto dei Tuareg. Il generale Paolo Serra, consigliere per la sicurezza dell’inviato speciale dell’Onu per la Libia e lo stesso governo italiano puntano ad una “politica dell’appoggio a pioggia” a gran parte delle forze in campo. Cosa che avviene anche in un’altra area strategica sul fronte migranti. L’area di Sabratha. Un’inchiesta pubblicata il 29 agosto da Associated Pressipotizza che per fermare il flusso di migranti dal Nord Africa il governo italiano abbia stretto degli accordi con due potenti milizie libiche che solo qualche tempo fa erano direttamente coinvolte nello stesso traffico. Il governo italiano ha smentito di avere un accordo di questo tipo e rispondendo ad AP ha detto che “non negozia con i trafficanti”. Le due milizie di cui parla Associated Press si chiamano “Martire Abu Anas al Dabbashi” e “Brigata 48” ed entrambe hanno la sede a Sabratha, una piccola città non distante da Tripoli che negli ultimi mesi è diventata il principale punto di partenza dei barconi e gommoni dei migranti.

Secondo l’AP, circa un mese e mezzo fa entrambe le milizie hanno stretto un accordo “verbale” col governo italiano e quello di Sarraj per fermare i trafficanti. In cambio del loro aiuto le milizie ottengono soldi, barche e quello che Associated Press definisce “equipaggiamento”. La prima milizia è sicuramente nota ai funzionari italiani: dal 2015 si occupa della sicurezza dell’impianto di Eni per l’estrazione di petrolio nel vicino paese di Mellita. La seconda è stata oggetto di una inchiesta di Reuters pubblicata il 21 agosto, che descriveva l’efficacia della campagna anti-trafficanti in corso a Sabratha. I giornalisti dell’agenzia di stampa britannica Aidan Lewis e Steve Scherer hanno raccontato con fonti locali che “un gruppo armato sta impedendo che le imbarcazioni che trasportano migranti salpino da Sabratha, città a ovest di Tripoli che è stata finora un trampolino per i trafficanti di esseri umani, e nell’ultimo mese ha provocato un drastico calo delle partenze, come riferiscono alcune fonti locali”.

I capi delle milizie sono due fratelli che provengono dal clan che controlla la città, quello dei Dabbashi. Abdel Salam Helal Mohammed, un dirigente del ministro degli Interni del governo di Tripoli che si occupa di immigrazione, ha raccontato che l’accordo è stato raggiunto durante un incontro fra italiani e membri della milizia Al Ammu, che si sono impegnati a fermare il traffico di migranti (cioè loro stessi o dei loro alleati, in sostanza). Il gruppo “lavora sulla spiaggia per impedire che i migranti si imbarchino verso l’Italia”, dice un attivista della società civile che preferisce restare anonimo. Il gruppo è composto da centinaia di “civili, poliziotti, esponenti militari” dice la fonte. E sta conducendo “una campagna molto forte” lanciata da “un ex boss della mafia”, spiega una seconda fonte da Sabratha che segue da vicino le attività dei trafficanti. Una terza fonte citata dalla Reuters con contatti in Libia dice che il gruppo di Sabratha “sta facendo uno sforzo significativo per pattugliare l’area” ma che, avvisano i miliziani, potrebbe interrompersi se non vi sarà il sostegno finanziario del governo di Tripoli. Un sostegno che passa per l’Italia.

Del delicatissimo tema si è occupato il Frankfurter Allegemeine Zeitung. “L’accordo pare funzionare per ora – scrive la Faz – ma il fatto stesso che l’Italia vi sia dovuta ricorrere è il sintomo di quanto essa stessa e l’Europa siano sotto pressione”.

Il quotidiano tedesco sottolinea “la debolezza intrinseca del principale interlocutore dell’Italia e dell’Ue in Libia, il premier sostenuto dall’Onu Fayez al Serraj, la cui autorità è minata da milizie, signori della guerra e soprattutto dal generale Khalifa Belgasim Haftar, capo dell’Esercito del governo rivale nella Libia orientale e interlocutore di Egitto, Russia e Francia”.

“Le sue milizie dominano le strade, controllano importanti impianti petroliferi e le vie di trasporto. Stringono accordi di comodo, ora con l’uno ora con l’altro. L’economia del paese è ferma al palo, soffocata dal proliferare del mercato nero e del contrabbando. Quest’ultimo a Sabratha è dominato da Ahmed Dabashi, detto Ammu, i cui uomini sono a guardia delle istallazioni petrolifere e di gas ad ovest di Sabratha, progetto congiunto quest’ultimo della compagnia petrolifera del Governo libico e della società italiana Eni”.

Il traffico di esseri umani è un business fra i tanti. In un contesto così complicato e volatile – avverte il Frankfurter Allgemeine Zeitung – il drastico calo degli sbarchi potrebbe rappresentare solamente un sollievo temporaneo. Secondo un giovane impiegato libico “il numero in drastico calo di arrivi in Europa è ingannevole, perché sempre più persone entrano nel paese dai confini meridionali e premeranno verso le città costiere”. Ma quest’ultima è un’altra storia. Il presente è il “lavoro sporco” che si dipana tra Misurata e Sabratha. E che chiama in causa milizie e tribù riconvertitesi in anti-trafficanti. Ma fino a quando e, soprattutto, a quale prezzo?

Sorgente: Alleanza con le milizie libiche. Cosa c’è dietro il calo dei migranti che arrivano sulle nostre coste

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