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Alla scoperta dell’ideologia Juche 

Il surriscaldamento delle tensioni nella Penisola Coreana è una diretta manifestazione dell’elevatissimo ruolo geopolitico giocato dal nuovo baricentro planetario dell’Asia-Pacifico. Attorno all’atomica di Kim ruota un contesto in continuo mutamento, al cui interno intervengono elementi connessi all’ideologia politica del Regno Eremita e alla proiezione strategica dei principali Paesi coinvolti.

In principio era l’atomo: pomo della discordia nel contesto dell’attuale crisi coreana è proprio la decisione presa dal regime di Pyongyang di puntare con decisione al rafforzamento del proprio sistema di deterrenza nucleare, recentemente testimoniato dal test di una bomba all’idrogeno di circa 100 chilotoni messo in scena il 3 settembre scorso. A partire dalla sua ascesa al potere nel 2011, l’attuale leader nordcoreano Kim Jong-Un ha fatto del rafforzamento dell’apparato nucleare una chiave di volta della politica di Pyongyang: le dichiarazioni roboanti, i lanci di missili e i test susseguitisi provocano una continuità nell’approccio nordcoreano, che segnala quanto l’atomica rappresenti un caposaldo fondamentale per l’architettura del regime. Pyongyang intende il programma nucleare e missilistico portato avanti dagli Anni Ottanta a oggi come la più compiuta realizzazione dell’ideologia Juche, la dottrina ideologica ufficiale della Corea del Nord, elaborata nel 1955 dal fondatore della nazione Kim Il-Sung. Originale commistione di elementi del materialismo storico marxista-leninista con un forte spirito autarchico e una dottrina strategica fortemente autonomista per quanto concerne il posizionamento della Corea del Nord nel contesto mondiale, la Juche ha tra i suoi capisaldi principali il jaju (letteralmente “indipendenza”) e il jawi (“autodifesa”), ritenuti presupposti essenziali per la compiuta affermazione del socialismo. Conoscere la linea guida principale del pensiero politico nordcoreano, e non abbandonarsi a conclusioni semplicistiche circa la “pazzia” di Kim e del suo regime, aiuta a comprendere come la premessa al corposo riarmo nucleare della Corea del Nord sia contenuta nel suo fondamento ideologico: jaju e jawi presuppongono l’atomica quale suprema carta di difesa del Paese nel momento in cui esso, dopo il crollo del blocco sovietico e l’inizio di un periodo di isolamento internazionale, si ritrova oggetto delle profonde pressioni del blocco occidentale, assediato dalla appellativo di “Stato canaglia” e di membro del cosiddetto “Asse del Male”, oggetto della prospettiva di un attacco militare, e al tempo stesso, diffidente nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, che in Pyongyang ha sempre visto più un utile baluardo contro l’influenza di Washington che un reale e affidabile alleato. L’atomica divenne, nel pensiero strategico nordcoreano, la chiave di volta per il mantenimento dell’indipendenza del “Regno Eremita” e la migliore assicurazione sulla vita per la monarchia Juche dei Kim, il cui ultimo esponente ha deciso di imbracciare, per usare le parole di Lee Chongkoo sul numero di gennaio di Limes, una “one-weapon strategy” o “minimal deterrence strategy”, nel cui quadro non è tanto la consistenza dell’arsenale, quanto la sua stessa esistenza a essere posta sotto enfasi.

Manifesto dell’ideologia Juche, elemento totalmente ignorato nella narrazione classica dei fatti che i media occidentali trasmettono quotidianamente

Le avventure balistiche del regime di Pyongyang hanno certamente contribuito a esasperare l’escalation di tensioni nella penisola coreana, ma al tempo stesso bisogna constatare come le dinamiche che animano le regioni circostanti il 38° parallelo non vadano considerate in maniera isolata dagli scenari della macroregione dell’Asia-Pacifico, nuovo baricentro degli equilibri geopolitici planetari. In questo contesto, la Corea del Nord della Juche agisce da elemento autonomo in uno scenario dominato per la maggior parte dalla proiezione strategica di Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese, dai quali il “Regno Eremita” punta a conquistare il maggior grado di indipendenza possibile, alternando il rischio calcolato delle sfide a Washington a un atteggiamento nei confronti di Pechino che punta a spingere la vicina superpotenza a riconoscere l’utilità del suo riluttante alleato nei suoi progetti strategici quale baluardo al dispiegamento di forze americane sul fiume Yalu. Dalla Corea al Mar Cinese Meridionale, l’area del Pacifico occidentale risulta la chiave di volta dello scontro geopolitico tra Pechino e Washington, caratterizzatosi sul piano militare dal contrasto tra la volontà di Pechino di espandere la sua proiezione, soprattutto marittima, e la spinta statunitense per la conservazione della talassocrazia a stelle e strisce. Dal punto di vista strategico, a Pechino lo scenario viene letto in maniera aggregata e complessa: la Repubblica Popolare Cinese si dichiara favorevole a una soluzione negoziata della crisi coreana in quanto percepisce in maniera precipua la pericolosità dell’escalation, incentivata non solo dai test nucleari nordcoreani ma anche dalle continue esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, per i quali il governo di Xi Jinping ha proposto una moratoria congiunta.

Infografica di Limes rappresentante il dispositivo militare statunitense in Estremo Oriente

Franco Iacch ha segnalato su Il Giornale l’editoriale pubblicato sul Global Times che consente di capire la posizioni di Pechino: “Washington deve accettare il fatto che non ha l’autorità assoluta sul mondo. La Corea del Nord, nonostante la sua debole forza, potrebbe affrontare gli Stati Uniti per motivi che l’America non capisce. La flessione dei muscoli non intimidirà Pyongyang. Washington ha bisogno di pazienza. Se gli Stati Uniti non sono in grado di persuadere la Corea del Nord, non si può di certo sperare che ci riescano la Cina e la Russia attraverso sanzioni e deterrenti”. L’analisi conduce infine a una mal celata verità, sempre meno occultabile agli occhi degli osservatori internazionali:

“Washington deve aggiornare la sua conoscenza delle relazioni internazionali ed accettare un mondo diversificato”.

La Cina richiama all’ordine e si fa portavoce di una normalizzazione volta a evitare che un effetto contagio possa incentivare una destabilizzazione della cruciale macroregione, richiamando gli inviti del Presidente russo Vladimir Putin a “non mettere nell’angolo la Corea del Nord” per mezzo di un rafforzamento delle sanzioni e di un embargo che certamente risulterebbe deleterio per le prospettive di pace nella penisola.
La Russia e la Cina hanno compreso quanto la Corea del Nord sia diventata, nella prospettiva americana, quasi un avatar, se non un mero alibi: un alibi per giustificare una più pressante presenza militare nel Pacifico occidentale nel momento in cui aree marittime come il Mar Cinese Meridionale, rotte di traffici merci dal valore di trilioni di dollari ogni anno, diventano l’ago della bilancia degli equilibri planetari. In mezzo al valzer delle superpotenze, la Corea del Nord prosegue con ostinazione la sua linea autonoma, indipendente e fondata sull’applicazione rigorosa delle dottrine Juche: fastidioso ma al tempo stesso indispensabile per tutti gli attori in campo, il regime di Kim, al netto delle provocazioni e delle roboanti dichiarazioni, si garantisce la sopravvivenza in uno scenario nel quale, paradossalmente, il Paese risulta il meno minacciato sul piano concreto. La grande ironia di fondo della Korean rhapsody andata in scena nelle ultime settimane, di fatto, è proprio questa.

 

Sorgente: Alla scoperta dell’ideologia Juche | L’ Intellettuale Dissidente

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