Roma, 22 agosto 2017 – “La minaccia resta credibile e il rischio alto, ma non c’è nulla di specifico. Allo stato non ci sono minacce reali e concrete per il nostro Paese.

Ci sono segnalazioni che ci vengono dalle forze di polizia e dall’intelligence di altri Paesi, che abbiamo lavorato ma che non hanno mostrato elevati profili di rischio o anche solo di minaccia. Gli elementi segnalati sono comunque sotto osservazione, così come tutti i soggetti e gli ambienti che normalmente monitoriamo”.

La fonte – un dirigente di uno dei nostri servizi di sicurezza – sottolinea che il rischio è soprattutto da quello che chiama «terrorismo atomizzato», quello dei lupi solitari e dei piccoli gruppi. «Per questo – osserva – sono state decise dai comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza delle misure preventive per ridurre il rischio di eventi come quello di Nizza e di Barcellona, predisponendo barriere antisfondamento e altri interventi che non voglio rivelare».

QUESTA valutazione – il rischio è alto ma non è cambiato – è anche del presidente del Copasir, il leghista Giacomo Stucchi.

«A quanti ci risulta non esiste nessuna progettualità puntuale – dice il presidente del Comitato parlamentare servizi – per la realizzazione di attentati in Italia. La chiave per evitarli è agire sulla prevenzione, specie nel cyberspazio, ed è quello che i servizi e le forze di polizia stanno facendo da tempo, anche se servirebbero più risorse».

Che il rischio sia aumentato lo pensa invece il professor Alessandro Orsini della Luiss. «E ora di prepararsi psicologicamente e fisicamente all’eventualità di un attentato.

Dopo l’attacco in Spagna e a maggior ragione dopo quello in Finlandia – osserva – viene a cadere la presunzione che gli attentati avvengono solo contro i Paesi impegnati direttamente nei bomabrdamenti contro lo Stato Islamico. In questa fase gli attentati avvengono contro l’Occidente.

Credo che la minaccia maggiore non sia quello di attacchi strutturati come a Parigi a Bruxelles, perchè l’Isis è sotto pressione in Siria e Iraq e ha altro a cui pensare che organizzare azioni in Europa, ma attacchi minori, magari organizzati da individui o piccole cellule autorganizzate. E il pericolo è oggi reale».

Altri la pensano diversamente. «Secondo le indicazioni che ci giungono da fonti credibili, che l’Italia sia uno dei possibili obiettivi è noto da tempo – osserva Ettore Greco dell’Istituto Affari Internazionali –, ma io non credo che Barcellona abbia cambiato il livello di rischio, che resta alto in primis perchè noi abbiamo molti obiettivi di valore simbolico. In ogni caso non vedo tanto il rischio di attentati eterodiretti quanto di una sorta di opportunismo del terrore.

Barcellona, ultime notizie. “Ucciso il killer Younes”

 

“Guerra al terrorismo, la strategia dell’Italia che la Ue non applica”

 

Oggi, laddove una cellula riesce a formarsi e riesce ad agire lo fa, usando i mezzi a sua disposizione, quali che siano. Questo, mancando legami strutturati con la casa madre, pone non pochi problemi all’azione delle forze di polizia e di intelligence».

«Dopo Barcellona non c’è un incremento della minaccia – concorda Gabriele Jacovino, coordinatore degli analisti del Cesi – pur se restiamo tutti a potenziale rischio, come indicano affidabili segnali che arrivanno da molto tempo. I terroristi islamici che agiscono in Europa in questa fase attaccano quello che possono come possono. Non c’è un progetto. Non c’è un fil rouge negli attacchi recenti.

A NIZZA , Stoccolma e Berlino non c’è stata una grande organizzazione alle spalle, a Barcellona il gruppo era strutturato attorno a un imam ma era autonomo, a Manchester invece c’era un legame la Libia e lo Stato Islamico.

Come e quando si può, si agisce. È una minaccia multiforme e per questo più complessa da prevenire perchè gruppi strutturati, per quanto operino bene, lasciano sempre delle tracce».