Rimini, 31 agosto 2017 – «Vuoi divertirti? Dai, ti faccio divertire. Andiamo qui dietro». Alexandra, capelli neri e occhi ancora più neri, indica uno dei vicoli dietro la linea sterminata degli hotel. «In spiaggia no, io non ci vado più. È diventato troppo pericoloso…».

Dico ad Alexandra che non sono un potenziale cliente, ma un giornalista. Lei resta in silenzio alcuni secondi, poi si sfoga: «Sì, ho paura anch’io.

Non voglio fare quella fine. C’è tanta brutta gente in giro». C’era anche prima, probabilmente. Ma dopo la violenza del ‘branco’ sui due turisti polacchi e sulla transessuale peruviana, a Rimini tutto sembra essere cambiato.

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Hanno paura le prostitute e le transessuali che battono i marciapiedi. Hanno paura i guardiani notturni che fanno la spola in bicicletta, da uno stabilimento balneare all’altro, per sorvegliare lettini e ombrelloni. Hanno paura le coppiette che prima scendevano a riva per appartarsi.

La notte non è più la stessa, a Rimini. Soprattutto dopo l’una di notte, quando le famigliole in vacanza sono già tutte rientrate negli hotel, e in giro restano soltanto i più giovani. Ma anche loro, in spiaggia, adesso ci vanno molto di meno.

Mentre camminiamo sulla battigia, incontriamo una coppia di ragazzi che lavora in un albergo. «Ci siamo fermati qui, vicino alle cabine. Di solito andavamo fino a riva a fare due chiacchiere, dopo il turno. Ma adesso…», racconta lui, capelli rasati e orecchino. Mentre sono con loro, mi viene incontro Claudio.

È alto due metri, mette paura soltanto a guardarlo. Fa il guardiano notturno di alcuni stabilimenti tra Rivazzurra e Miramare. «È il mio primo anno di vigilanza in spiaggia. Finora era stata un’estate tranquilla, qualche furto e poco altro…».

La conversazione dura poco perché Claudio nota un’altra coppietta in arrivo. Hanno con loro birre, cibo e anche un computer. «Non andate in spiaggia», urla in inglese.

I due ragazzi, biondissimi, annuiscono e si fermano nella zona delle cabine. «Siamo polacchi – mi confessano –. Volevamo soltanto cenare e ascoltare un po’ di musica». Chiedo loro se hanno saputo cosa è successo ai loro connazionali. «Sì, certo ne parlano tutti».

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Proseguiamo sulla spiaggia.

I fari illuminano in alcuni stabilimenti anche la battigia, in altri invece è buio pesto lontano dagli ombrelloni. Si fanno avanti altri guardiani. Eugenio, uno di loro, è appena intervenuto. «Ho mandato via una trans, si stava appartando qui con un cliente. Non ci siamo». Andiamo avanti, per un tratto di un chilometro di spiaggia. In oltre due ore contiamo altre tre coppiette. Nessuna si spinge vicino a riva.

Intanto, sul lungomare, la vita continua. Prostitute e transessuali ammiccano dai marciapiedi. Sono una dozzina in poche centinaia di metri. Una lucciola romena e due trans sudamericane sono sedute a un baretto. «Sono le 4, la serata per noi è finita». Mi siedo con loro. Parlo con la ragazza, che ha solo 23 anni. «Sono arrivata in Italia dal 2013, ho due figli piccoli. Se non avessi loro, secondo te farei questo lavoro di m…?».

Parliamo di quello che è successo a Miramare. «In spiaggia non ci vado, resto in macchina o mi porto i clienti a casa. Non voglio correre rischi. Sono fortunata, da quando faccio questo lavoro nessuno ancora mi ha violentato».

Una fortuna, in una vita di disperazione. In un altro bar, a mezzo chilometro, alcuni ragazzi nordafricani fermano chiunque passi loro a tiro. «Vuoi della roba?». Un gruppo di giovani turisti tedeschi si ferma. Uno di loro segue uno spacciatore nel vicolo, e torna mettendosi in tasca la droga.

Passa una volante. Gli agenti danno una rapida occhiata ai pusher, dalla macchina. No, non sono loro quelli del branco. Ma «prima a poi – dice convinto uno dei due poliziotti – li prenderemo».