Marina di Pietrasanta,  30 agosto 2017 –  CAPARBIO e con le idee ben chiare sul futuro. Fino ad essere anche trasversale. «Io non mi dimetto perché voglio chiudere la legislatura e non voglio dare vantaggi al centrodestra.

Se il Pd porrà la sfiducia farò un passo indietro ma la responsabilità di fronte ai toscani se la prenderanno loro. Continuo ad impegnarmi sui temi concreti anche se le passerelle le lascio al presidente del consiglio regionale Giani».

Il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi è molto chiaro al Caffè della Versiliana dove si sottopone al fuoco di fila delle domande del direttore de La Nazione Francesco Carrassi.

Che nella sua disamina parte dalla vicende regionali capaci di intrecciarsi con quelle nazionali. Come quando Rossi parla dei compagni di viaggio.

«A BERSANI e D’Alema dico bene ma ci sono giovani per una nuova sinistra di governo. Il Pd rimane l’interlocutore principale anche a livello nazionale di Articolo 1 ma se questo Pd guarda a Forza Italia non ci troverà d’accordo. Minniti? Può diventare leader della coalizione tra Pd e berlusconiani.

Le potenzialità di una nuova forza a sinistra del Pd arrivano anche al 15%. Uniti, con questa legge elettorale, possiamo contare». E a precisa domanda del direttore Carrassi, Enrico Rossi risponde che il suo leader ideale resta l’ex sindaco di Milano Pisapia.

E’ un presidente Rossi che da ateo si dichiara molto vicino a Papa Francesco su temi come ambiente e immigrazione. «La Chiesa lancia messaggi importanti che spesso la politica colpevolmente non raccoglie».

Ma c’è il Rossi governatore che spiega posizioni su economia e sviluppo, non mandandole a dire a Roma. «Dal 2010 le Regioni hanno subito tagli di 20 miliardi agli investimenti che significano penalizzazioni ai servizi e all’economia.

Avere a disposizione questa cifra significa dotare il Paese di infrastrutture e alimentare l’economia pubblica e privata. I bonus, la flat tax, le detassazioni generalizzate sono spot che non incidono a dovere».

ROSSI ha rilanciato l’idea di una macroregione con Toscana, Umbria e Marche che possa contare di più. «Sono contro l’eccessivo regionalismo e le spinte separatiste del Nord. Si rischia un’Italia ’Arlecchino’.

Stato unitario e regionalismo forte in un Paese in cui le scelte le deve fare Roma nel rispetto dei territori. Non come accaduto in passato quando dopo i terremoti si è arrivati a incriminare il capo della protezione civile Bertolaso sul nulla, cambiando la legge grazie al governo Monti.

E negando il ricorso alla via d’urgenza che, nel rispetto delle regole, permette di dare risposte. Il risultato è questo: per rimuovere le macerie nel Lazio e Marche dopo il sisma ci vorranno anni».