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Rapita a Milano modella inglese «All’asta sul web per 300mila euro» – milano.corriere.it

milano.corriere.it – Rapita a Milano modella inglese. «All’asta sul web per 300mila euro». Attirata in un finto set fotografico, drogata e sequestrata. Liberata dopo una settimana, fermato il carceriere di Luigi Ferrarella

Truffatori ingegnosi oppure neoschiavisti online del sesso, il gruppo criminale internazionale «Black Death» (Morte Nera) magari non esisterà davvero, a dispetto di un rapporto ufficiale di Europol che accredita che sul «web profondo» metta all’asta giovani ragazze rapite per essere sfruttate sessualmente dagli acquirenti che offrano di più ai rapitori.

Ma il sequestro di una di queste ragazze, questo sì, in Italia c’è stato davvero.

A Milano. Per una settimana. Ai danni di una ventenne modella inglese di una agenzia britannica. Attirata in un finto set fotografico vicino alla Stazione Centrale, qui sorpresa alle spalle e drogata con una siringa nel braccio, imprigionata nel bagagliaio di un’auto, risvegliatasi ammanettata ai mobili di una stanza, fotografata e offerta al web in una vendita che si sarebbe aperta la domenica successiva con base d’asta 300 mila euro in moneta elettronica bitcoin.

Sette giorni in ostaggio

Un «sequestro di persona a scopo di estorsione» tenuto segreto dalla Squadra Mobile e dalla Procura antimafia di Milano non solo nei giorni dall’11 al 17 luglio nei quali la ragazza è rimasta ostaggio e frenetiche sono state le indagini avviate subito dopo l’allarme del suo manager britannico; ma anche nei giorni immediatamente successivi al singolare rilascio anticipato della ragazza, motivato da un suo carceriere anglo-polacco con un apparente errore di persona commesso dalla setta di rapitori («tu hai un figlio di due anni e le nostre regole escludono le madri»), e corretto dal ridimensionamento del programma monetario («ti lasciamo andare ma poi trova il modo di darci 50 mila euro, e se parli sarai eliminata»).

 L’interrogatorio

Solo nel tardo pomeriggio di venerdì questa storia, ancora da scandagliare, ha il suo primo momento pubblico di emersione: l’«incidente probatorio» in Tribunale, davanti al gip Anna Magelli, per cristallizzare nel futuro processo al reo confesso carceriere (difeso dall’avvocato Cosmo De Rose) la deposizione della ragazza assistita dai legali del Consolato britannico, Daria e Francesco Pesce.

Perché, come emerge solo ieri, un uomo — appunto colui che teneva la ragazza nella casa — è stato fermato già il 17 luglio, con un provvedimento d’urgenza poi convalidato dalla gip Anna Campanile.

L’arresto nel Consolato

Anche solo a riavvolgerlo adesso (e per quel poco che si riesce) come nei fotogrammi di una moviola, il lavoro della Squadra Mobile di Lorenzo Bucossi e della funzionaria dello Sco Serena Ferrari appare impressionante per efficacia e rapidità in tandem con i pm Ilda Boccassini e Paolo Storari.

Prima è stato il lavoro per ricostruire e «seguire» ogni minima ultima traccia della giovane atterrata a Milano da Parigi (telecamere dall’aereoporto in poi, agganci del suo cellulare alla rete, ricerca di testimoni occasionali, individuazione del tassista che l’aveva portata fino a una certa strada).

E poi, quando il carceriere apparentemente (pur sotto ipoteca di minaccia) libera la ragazza e la riaccompagna sin quasi dentro il Consolato senza immaginare che lì ci siano già i poliziotti a bloccarlo, è stato un lavoro ancora più poderoso per far «parlare» immediatamente una serie di «testimoni» fondamentali ma di per sé senza «voce».

Dna, telefoni, impronte

L’auto del polacco, per cominciare, nel cui bagagliaio la Scientifica diretta da Roberto Giuffrida riesce in tempo record a ricondurre alla ragazza-ostaggio un capello lungo, e un altro capello al ceppo familiare del carceriere.

Poi l’organismo stesso della ragazza, nel quale i tossicologi riscontrano la presenza della ketamina, cioé della droga (molto pesante, ad esempio usata per i cavalli) iniettatale nel braccio con la siringa per stordirla al momento del rapimento.

Quindi i computer e telefoni del fermato, che non solo «confessano» le sue richieste di riscatto, ma svelano anche che proprio le sue mail criptate erano all’origine di gran parte del materiale online esaminato da Europol per redigere nel 2016 il rapporto sul fenomeno «Black Death», dietro il quale il polacco nell’unico interrogatorio sinora reso addita confusamente il ruolo di imprecisati hacker «romeni».

E infine anche la casa presa in affitto dal polacco con un paio di migliaia di euro per imbastirvi il finto set in via Bianconi 7, dove non soltanto spuntano arredi identici a quelli ai quali appariva ammanettata la ragazza nelle foto annuncianti l’asta su Internet, ma nella quale soprattutto i genetisti rintracciano il Dna sia della ragazza sia dell’uomo.

Ora restano da individuare i complici del polacco, e da chiarire se abbia pensato di ammantare un rapimento-lampo del marchio online «Black Death» per rafforzarne il timore, oppure se davvero a Milano sia affiorata una propaggine di un fenomeno criminale «sommerso» nel web illegale.

Sorgente: Corriere della Sera

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