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Quella rivolta dei giovani segno di un Islam che batte la Jihad – lastampa.it

lastampa.it – Quella rivolta dei giovani segno di un Islam che batte la Jihad. Lo slogan riprendeva la protesta di alcune recenti manifestazioni politiche negli Usa e in Europa  – mimmo candito

L’altra sera, le cronache dei tg che raccontavano della città spagnola di Ripoll e dei suoi abitanti jihadisti hanno dedicato pochi secondi alle immagini che sto per descrivere, ed è stata una grossa occasione mancata.

Nello schermo si vedevano alcuni bimbi (definiti «musulmani» dalla voce fuori campo) che reggevano, ciascuno, un piccolo cartello con la scritta in catalano, uguale per tutti, «No in mio nome».

(AP Photo/Francisco Seco)

Lo slogan riprendeva la protesta di alcune recenti manifestazioni politiche negli Usa e in Europa («Not in my name»), e suona come il rifiuto a essere coinvolti in un episodio che invece pretende di esprimere una posizione comune. In questo caso, è il rifiuto della strage terroristica delle Ramblas.

Perché occasione mancata? Perché è proprio dalla rottura della «unanimità musulmana» che può nascere la sconfitta reale del terrorismo jihadista. E non aver saputo valorizzare in termini mediatici – cioè di forte impatto comunicativo – la manifestazione di quei bambini musulmani contribuisce a far tardare l’apertura di quella breccia che, sola, può consentire il progressivo smantellamento della identificazione del jihadismo con l’intero mondo musulmano.

Identificazione che sta alla base del progetto terroristico («Noi agiamo in nome di Allah») e che, specularmente, viene vista come realtà comprovata da quanti si lasciano travolgere dall’orrore degli attentati e dalla predicazione dell’odio: a Barcellona, già oggi appaiono sui muri scritte come «Morireis todos», morirete tutti.

I fedeli dell’islam sono circa un miliardo e mezzo: il 90 per cento segue la dottrina sunnita, il 10 quella sciita. Il terrorismo jihadista – che ha avuto la sua più larga diffusione dalla ricaduta della guerra in Siria e Iraq – trova le proprie radici nella lotta in corso tra musulmani sunniti (e si va dall’Arabia Saudita al Daesh di al-Baghdadi) e musulmani sciiti (si va dall’Iran khomeinista alla Damasco di Bashar al-Assad), una lotta che si combatte tra vari terreni ma ha per posta l’egemonia della Umma, il mondo musulmano, in termini di potere geopolitico prima ancora che religioso.

Il terrorismo punta a polarizzare il confronto, proponendosi come braccio armato di una lotta politico/religiosa che impone una scelta di campo – Noi tutti, dietro la bandiera nera – in opposizione ai “crociati” di un Occidente, unico, senza distinzione, colonizzatore, pervertito, decadente, proiettato a conservare sempre il proprio controllo della Storia.

Ma come l’Occidente è una identificazione che ignora le mille diversificazioni che accompagnano nella realtà di storie e culture distinte la vita delle nostre società, allo stesso modo l’Islam è ben altro che le formazioni politico/militari jihadiste.

Ho viaggiato per 40 anni nelle terre dell’islam e dei suoi popoli musulmani, egiziani e tunisini, persiani e turchi, algerini e sauditi, e pachistani e afghani e marocchini e tajiki; e penso di poter affermare credibilmente che i milioni di fedeli di Allah che vivono nella geografia del Grande Medio Oriente (dall’Atlantico all’Oceano Indiano, dall’Africa all’Asia) aspirano a una vita che – non diversamente da noi – possa garantirgli crescita economica, sviluppo sociale, un benessere di relativa tranquillità.

La religione accompagna la loro vita d’ogni giorno, certamente, e in misura diversa di partecipazione, ma poi c’è comunque la vita da vivere. Ed è così anche per la stragrande maggioranza dei musulmani che vivono in Europa.

Per non pochi di quest’ultimi, tuttavia, quelle aspirazioni a un qualche benessere vengono mortificate da una difficile integrazione nelle nostre società, e da condizioni di vita e di lavoro che li pongono nella periferia oscura della nostra comune quotidianità. Ed è qui, dunque, che si prepara il brodo di coltura da cui il jihadismo tenta di catturare proselitismo e consenso.

L’islam diventa allora l’aggregazione identitaria di questi soggetti in crisi, offre un ideale capace di riscattare le miserie d’una vita tormentata e perdente, e pretende di renderli tutti uguali – marocchini e afghani, sauditi ed egiziani – uguali nella loro partecipazione a una fede comune, che va al di là delle identità individuali, delle condizioni sociali, della nazionalità, perfino della comunità familiare.

Questo scenario – in “Occidente”come nelle terre del “Grande Medio Oriente” – propone un messaggio simile a quello del terrorismo politico degli anni Settanta, quando l’appartenenza di classe doveva rappresentare un progetto identitario capace di frantumare le sovrastrutture culturali e sociali e offrire, dunque, appoggio e consenso al “braccio armato” (quale che fosse il suo nome) che stava preparando la rivoluzione mondiale.

Quel terrorismo è stato battuto dal rifiuto di riconoscersi in questo progetto di polarizzazione estrema, e a sinistra soprattutto – là dove la rivoluzione doveva trovare le sue forze più sensibili al progetto – il ripudio della “polarizzazione armata” ha smontato il piano di allineamento e di consenso.

“No en el meu nome”, dicevano l’altra sera i cartelli che i bimbi musulmani mostravano alla telecamera. Non in mio nome! I cartelli erano portati da bimbi e non da adulti, e dietro c’erano le mamme e non i papà.

La “rottura” non è un percorso facile, il giudizio dei compaesani e dei vicini di casa è una remora che frena, o comunque ritarda, ogni manifestazione pubblica. Ma i cartelli bianchi e quelle parole scritte c’erano tutti, e andavano valorizzati.

Aprire la breccia è un atto fondamentale. Nell’attesa che, alla (purtroppo inevitabile) prossima manifestazione di cordoglio per un attentato terroristico, accanto alle autorità dell’”Occidente” si mostrino alle telecamere anche gruppi compatti di imam e di fedeli musulmani, uguali anch’essi e simili anch’essi ai “crociati”, intanto ogni episodio che rompe il dovere obbligato della solidarietà di fede va segnalato, valorizzato, sostenuto.

Che cosa ha fatto del Venezuela “socialista” un paese povero e sulla via di una dittatura

Guido Rossa, il sindacalista ammazzato dalle BR, è diventato ii simbolo della rottura d’una programmatica unanimità di classe.

Non si chiede un Guido Rossa musulmano, né un martire o un eroe; si chiede soltanto l’avvio del distacco dal mondo del conformismo e della paura di mostrarsi “diversi”.

Sono piccoli passi,e ancor più difficili in un mondo religioso/identitario dove non ci sono gerarchie chiamate a dettare una “linea” nella prassi della dottrina. L’islam non ha papi né cardinali né vescovi o sacerdoti. La responsabilità è individuale, e dunque più difficile da assumere. Diamogli una mano.

Sorgente: Quella rivolta dei giovani segno di un Islam che batte la Jihad

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