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Piero Martino lascia il Pd: “L’aria è irrespirabile, non ci sono più margini per fare politica”

Da giornalista, Piero Martino arriva dritto al punto: “Ho deciso di uscire dal Pd perché l’aria è irrespirabile”. Noto, da sempre, come il “portavoce di Franceschini”, Martino è stato per diversi lustri il responsabile della comunicazione del Pd. E prima ancora della Margherita e dei Popolari, ai tempi di Marini, quando i due vicesegretari erano Enrico Letta e Dario Franceschini. Un moderato, come si suol dire, che nel centrosinistra – con o senza trattino – era sempre dalla parte del centro: “Mi chiedi cosa rimpiango? La capacità di ascolto dei leader con cui ho lavorato”.

Decidiamo di darci del tu, nella conversazione, come facciamo da anni in Transatlantico, e ci abbandoniamo a qualche amarcord: “Ascolto – ripete – la chiave del leader è l’ascolto. Mi ricordo quel lupo marsicano di Marini, che diventa segretario del Ppi. Era l’Italia dove cambiava tutto: arrivava Berlusconi e la comunicazione era ben diversa rispetto ai tempi della Cisl. Ebbene, Marini si confrontava, ti stava a sentire. Ascoltava anche i consigli sulle giacche da indossare in tv, rivedevamo insieme le trasmissioni per capire…”. Ogni ritratto dei leader con cui ha lavorato lascia intendere una critica all’attuale leader del Pd e al suo modo di intendere il potere interpretare il ruolo di capo: “Vuoi un altro esempio della capacità di ascolto? Walter la mattina faceva un punto alle otto. L’approccio era che guidava lui la comunicazione: “Facciamo questo?”, “interveniamo su quest’altro?”; però se gli dicevi “no, non è opportuno, meglio così”, ti ascoltava”. Poi c’è Franceschini, un capitolo a parte. Un amico. Ci ha parlato da poco: “Dario – dice – per me è un fratello maggiore, ci conosciamo dall’87 e lavoriamo insieme, ha compreso il mio disagio politico”.

Che ti ha detto?

Ha tentato di trattenermi spiegandomi alcune cose. Poi mi ha guardato negli occhi, ha riconosciuto la mia determinazione e mi ha lasciato andare come si fa tra due amici e rimarremo per sempre tali anche perché io sono sicuro che ci ritroveremo presto sullo stesso treno.

Il treno, per intenderci, sarebbe un Ulivo 2.0 a sinistra del Pd?

Questo non lo so ma Renzi sta portando il Pd altrove. Dopo la scissione “agevolata” dal segretario siamo di fronte ad una nuova frammentazione dell’elettorato storico di centrosinistra che giudico irreversibile, finché il Pd avrà alla guida Matteo Renzi. E dunque…

Dunque?

È inevitabile che si consoliderà altro fuori. Ricordi la metafora della diga della California?

Certo, quella di Delrio.

Ecco, l’acqua che sta scorrendo è sempre di più.

Stiamo parlando da una decina di minuti e avverto nelle tue parole un senso di nostalgia per ciò che il Pd è stato. Sbaglio?

In parte. Ho nostalgia di vedere un segretario che parla con tutti per tentare di convincerli. Vedi, quando si verifica una scissione, il primo colpevole è proprio chi guida il partito, che dovrebbe fare di tutto per evitala. Sempre a proposito del fuori-onda, ricorderò sempre le parole di Delrio che disse: neanche una telefonata.

Quando hai detto “ora basta, non ne posso più”?

Dopo l’ultima direzione, durante la quale il segretario in sostanza ha detto: chi non è d’accordo con me, se ne vada. È evidente non ci sono più i margini per fare politica dentro il Pd di Renzi perché sta diventando, o è già diventato, una cosa diversa rispetto a quando è nato. Vedo citare a sproposito il Lingotto, ma quell’impostazione non c’entra nulla con l’oggi.

Tu eri sul pullman di Veltroni in quella campagna elettorale.

Eccome, le famose cento province… Ma, ancora prima del pullman, io andai insieme a Dario Franceschini nell’estate del 2007 in Campidoglio per chiedere all’allora sindaco Veltroni di mettersi alla guida del più grande soggetto politico di centrosinistra nella storia repubblicana.

Perché in ogni parola avverto una critica a Renzi?

Sai, ho fatto campagne elettorali in auto, pullman, treno a nave… E vuoi sapere quale è la conclusione? Che non è importante il mezzo, ma chi guida. E la guida di Walter non era il “meno siamo meglio stiamo”, o l’illusione dell’autosufficienza. Quel Pd si rivolgeva a tutto l’elettorato di centrosinistra. E poi aveva alleati come Di Pietro e la Bonino. Non voglio dire che va idealizzato, però, diamine, quello era un partito inclusivo. Qua siamo passati dal “ma anche” a Renzi che dice “anche no”, verso possibili alleati politici, verso chi è stato segretario e verso mondi sociali rappresentati anche dai sindacati.

Dunque lasci. E dove vai?

Mi iscrivo al gruppo di Mdp. E aggiungo che trovo davvero bizzarri i toni che in molti usano verso quel partito. Neanche fossero Berlusconi, Grillo o una setta di estremisti.

Già parli da dirigente di quel partito?

No, figurati. Però molti dimenticano che tutti quelli che siedono in Parlamento sia alla Camera che al Senato sono stati eletti col Pd di Bersani ed erano nel gruppo guidato da Roberto Speranza finché non si dimise, lui sì, sulla legge elettorale per una questione di dignità politica. Legge elettorale, aggiungo, che poi è stata giudicata incostituzionale dalla Corte.

Avranno tanti pregi ma la comunicazione non è il loro forte. Ti occuperai di questo, riprendendo il tuo ruolo storico?

Ho parlato con Speranza e gli ho detto che mi piacerebbe essere “utilizzato” per quello che ho fatto nei miei ultimi 25 anni, sin dai tempi del Partito popolare sin dai tempi della scissione di Buttiglione.

Quando Buttiglione andò con Berlusconi, tu facevi parte della sinistra cattolica di Sergio Mattarella, giusto?

Esatto, e li rimasi con i successivi segretari del Ppi, della Margherita, dell’Ulivo e del Pd.

Insomma, diventerai il Richetti di Mdp.

(sorride, con tono scherzoso, ndr). Non lo so. So che Richetti è più bello di me, ma io sono più bravo.

Per un periodo hai lavorato anche con Renzi. Che cosa non ha funzionato?

Ho collaborato nell’ultima campagna congressuale assieme ad altri comunicatori, ma tutti conoscono la diffidenza storica del segretario Pd per chi non viene dalla toscana.

E per chi non pratica la virtù dell’obbedienza.

L’hai detto tu. Non ti contraddico.

L’hai avvisato?

Ho chiesto al segretario di parlare con lui più volte, non è stato possibile. L’ho avvisato, come usa lui, su whatsapp .

Anticipo già una critica che ti faranno. Stai cercando un posto sicuro in lista.

Con questa legge elettorale nessuno in un partito per ora piccolo può immaginare di avere un posto sicuro. Io vado solo a fare il mio lavoro di parlamentare e di comunicatore.

Ti anticipo una seconda critica. Abbandoni la barca per la storia dei versamenti al partito?

Ho sospeso il versamento al Pd quando fu scelto di lasciar morire Europa per salvare, mi dissero, l’Unità. Sapendo che era un’operazione di facciata mi indignai per i lavoratori lasciati per strada e sull’Unità sappiamo come è andata a finire. Fino ad allora ho versato al Pd 183mila euro. Da quel momento con quello che non ho versato ho assunto due ragazzi senza tenermi un centesimo nelle mie tasche. Ma adesso la domanda è: dopo l’Unità tocca a quelli del partito?

Che vuoi dire?

Che c’è una strategia che va dalla chiusura dei giornali di partito alla disorganizzazione delle strutture territoriali che arriva fino nelle stanze del Nazareno.

La chiamano macronizzazione: leaderismo, volti nuovi…

Macron ha vinto in Francia perché ha rappresentato una novità, il nostro ha fatto tre anni il premier e il segretario del Pd e ha già perso. E ora che fa? Si ripresenta dicendo “il nuovo sono io, ritorniamo a mille giorni fa”. Più che un processo politico serio vedo l’intento di scrollarsi di dosso quello che non serve, dai dirigenti con la spina dorsale ai tanti che hanno lavorato alla vita del Pd.

Sorgente: Piero Martino lascia il Pd: “L’aria è irrespirabile, non ci sono più margini per fare politica”

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