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Perché l’Europa ha un solo gigante tech e cosa significa per il continente. Alla scoperta di Sap – La Stampa

lastampa.it -Perché l’Europa ha un solo gigante tech e cosa significa per il continente. Alla scoperta di Sap.
Nel quartier generale a Walldorf si dirige il leader globale dei software per le imprese: “L’Ue sia davvero un mercato unico, solo così può crescere” – beniamino pagliaro, INVIATO A WALLDORF (GERMANIA)

Walldorf è famosa per l’asparago bianco, si legge sulla voce Wikipedia di questa piccola sobria città. Siamo nel land tedesco del Baden-Württemberg, un’ora a Sud di Francoforte, e anche se non siamo venuti fin qui per provare l’asparago potremo giustificare il lettore che si chiede che altro ci sia a Walldorf.

Siamo venuti a scoprire il campione tecnologico europeo, la più grande azienda tech del continente: Sap.

È il primo gruppo al mondo nel software per le imprese, con ricavi oltre i 23 miliardi di euro, 85mila dipendenti e una valorizzazione di 110 miliardi, quasi il doppio di Volkswagen.

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I clienti di Sap producono (anche grazie ai software dell’azienda) il 78% del cibo mondiale e il 76% delle transazioni finanziarie del mondo tocca un pezzo di software Sap.

 Conoscere il gigante Sap può aiutarci a capire il ritmo di un mondo dominato sempre più da aziende tecnologiche: le prime cinque al mondo per valorizzazione di Borsa sono Apple, Google, Microsoft, Facebook e Amazon.
Tutte americane, tutte nate sulla West Coast tra San Francisco e Seattle. Il primo europeo nella classifica è il gruppo degli alcolici Anheuser-Busch InBev.

La storia di Sap descrive una rincorsa formidabile iniziata nel 1972 e pur essendo fieramente tedesca fa riecheggiare i punti chiave di un retorico racconto Made in Usa.

Quando cinque ingegneri della divisione tedesca di Ibm propongono un’innovazione all’ufficio di Stoccarda, la loro proposta viene rifiutata, anche perché Ibm pensa di aver acquisito una tecnologia simile da Xerox.

Ma i cinque ingegneri non si danno per vinti e iniziano a lavorare, di notte e nei fine settimana, a una nuova azienda. Si chiamerà System Analysis and Program Development (Sap).

Siamo nel 1972, Apple e Microsoft non sono ancora nate: la novità che Sap porta sul mercato la capacità di analizzare i dati in tempo reale senza il bisogno di imputare manualmente i dati sulle schede perforate.

Nello scantinato del primo cliente, una società chimica, si inaugura l’epoca dei dati. Le aziende capiscono meglio i numeri e iniziano a farne tesoro.

 La grande domanda che accompagna il viaggio verso il quartier generale di Walldorf è: perché non sono nate altre aziende come Sap in Europa?

Dei grandi gruppi che si contendono oggi la nostra attenzione (e i nostri dati, e il nostro denaro) solo Spotify, la piattaforma musicale, è un campione europeo, e in ogni caso sta per quotarsi in Borsa a New York.

La domanda diventa incalzante perché l’economia di oggi sembra premiare non più chi costruisce qualcosa, ma chi sa organizzare i dati e mettere in contatto domanda e offerta come fanno Google, Amazon o Facebook.

Hans Joerg Stotz, vicepresidente di Sap, può tentare una risposta perché il suo gruppo è al tempo stesso un protagonista dell’economia digitale e un abilitatore della trasformazione.

Stotz è puntuale all’appuntamento, al sesto piano dell’edificio centrale del campus dell’azienda dove lavorano circa 13mila persone.

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Per spiegare il paradigma, ci racconta la storia di Kaeser, un’azienda tedesca che produce compressori d’aria, macchinario obbligatorio in ogni manifattura. «Kaeser ha iniziato a vendere l’aria compressa invece dei compressori.

Vendono l’aria, e questo è il punto chiave della tecnologia: cambia i modelli economici», dice Stotz. «Si passa dalla vendita del prodotto, al prodotto come servizio».

Non può che venire in mente il modello del Software as a service, il principale modello economico adottato dalle aziende digitali, piccole e grandi.

Una volta Sap (o Microsoft) vendeva il software in un pacchetto cartonato con cd-rom incluso. Ora vende un abbonamento mensile online.

Ma il cambiamento non riguarda solo le aziende tech, o meglio, tutte saranno aziende tech. «Coinvolgerà tutti i settori dell’economia. Se i produttori di compressori vendono aria, i produttori di auto venderanno chilometri», aggiunge Stotz.

 Sap oggi ha in casa vari servizi usati da 350mila clienti nel mondo. Il fiore all’occhiello è la Digital Boardroom, una piattaforma che riunisce semplicemente la vita dell’azienda. Cristian Klein, Global Chief Operating Officer di Sap, ci accoglie nella sala del consiglio di amministrazione di Sap, che assomiglia un po’ a un’astronave.

Sullo schermo c’è una versione della piattaforma con i numeri di Sap. Alcuni dati sono falsificati automaticamente e i nomi dei clienti oscurati, ma da qui si può ascoltare il respiro dell’azienda.

Il sistema elabora circa un miliardo di set di dati: dai ricavi per area geografica al numero di dipendenti, i risultati raggiunti, il numero di assunzioni da fare, la storia del dipendente.

Dai numeri si estrae valore: lo studio aggregato può rivelare una divisione da cui i dipendenti lasciano l’azienda più spesso. Le risorse umane ricevono un alert e devono studiare come intervenire.

Possono prevedere quante centinaia di ingegneri assumere in Europa o Asia, e stimare per tempo da quale università sia meglio selezionarli, vista la storia recente.

Tutto il software serve migliaia di aziende globali e viene aggiornato una volta al mese. L’investimento iniziale di Sap è stato importante, ma ora la piattaforma è gestita da una squadra di dieci persone.

Studiare e comprendere i dati sarà sufficiente all’economia europea? «Se guardi a gruppi come Basf o come Trenitalia – risponde Hans Joerg Stotz – viene da dire che abbiamo un vantaggio in Europa, perché abbiamo una cultura di manifattura e ingegneria.

Non voglio sottovalutare ciò che succede in America, ma la combinazione che abbiamo in Europa è importante.

Questo è vero per le grandi aziende, non per le piccole». Il tedesco Stotz predica fiducia sul futuro europeo dell’auto, nonostante la grande concorrenza americana sui mezzi driverless. «Non sono preoccupato per i costruttori di auto europei, c’è una lunga tradizione, si adatteranno», dice.

Ma chiede a gran voce che «l’Europa sia un mercato unico», con quadro legale e fiscale uniforme, altrimenti le startup non potranno mai raggiungere una massa critica. «Dobbiamo avere un mercato unico. Siamo una economia dei dati e le auto driverless non si potranno fermare ai confini nazionali», conclude.

A pranzo, nel ristorante riservato ai clienti in visita, ci offrono finalmente l’asparago bianco. Il quartier generale è disegnato più con teutonico funzionalismo che con lo spirito tech-chic della Silicon Valley.

Ma nelle aree appena ristrutturate scompaiono linoleum sovietici e spuntano puntuali divani, moquette confortevole e lavagne colorate.

Le mode arrivano anche qui, mentre l’attenzione al lavoratore (aziende italiane, prendere appunti!) c’è da sempre: i dipendenti hanno l’asilo, caffè gratuito e mele a volontà, palestre, campi da tennis, beach volley e telelavoro.

Eppure non siamo a San Francisco. Alle dieci di sera è difficile trovare una cena a Walldorf. Soprattutto, attorno a Sap non è nata una Silicon Valley.

 Michael Kleinemeier, membro del board di Sap, è entrato in azienda quando il Muro di Berlino era ancora in piedi, il primo gennaio 1989. «Eravamo pochi, per fortuna capimmo che era indispensabile crescere all’estero.
Se no oggi Sap sarebbe di qualcun altro», dice. Così partì la campagna d’America, nei primi anni Novanta. I primi clienti furono nel settore energetico. «All’epoca il 90% dei progetti informatici falliva.
Il nostro software funzionava, ce l’avevamo fatta», ricorda Kleinemeier. Ammette che forse il marchio di fabbrica tedesco aiutò: «Ci vedevano come dei ragazzi super-ingegnerizzati, e pensavano: saranno per forza capaci di fare ciò che promettono». Siamo in Nord America, negli anni Novanta, con un software che funziona ed è già sul mercato: Amazon, Google e Facebook non sono ancora nate. Perché Sap non tentò un salto nei servizi ai consumatori e non solo alle aziende?
«Dal punto di vista tecnologico – ricorda Kleinemeier -, ci avevamo iniziato a pensare. Ma la domanda per i nostri prodotti era così alta che non c’era il tempo per provarci davvero.
Oggi direi che è stata la cosa giusta stare concentrati sulle imprese». Qualche tempo dopo, Sap vide anche Google prima che diventasse nota. «Visitammo Google che stava nascendo come motore di ricerca. Ma aveva una sola funzione, la testammo, sembrava un business diverso dal nostro».

Se il nastro corre al 2017, però, la tecnologia ha ridotto le distanze e il confine netto tra software per aziende e per i consumatori.

È vero, Sap ha la leadership indiscussa nel campo delle imprese, ma tutti i clienti di qualsiasi impresa del mondo condividono i dati con Google o Facebook o Amazon.

Il rischio è che l’Europa sia tagliata fuori dalla fase in cui i dati diventano valore, e così accumuli il ritardo.

Le risposte politiche, con la Commissione europea che dimostra un certo attivismo, non sono semplici e rischiano di fare danni. «La nuova Direttiva europea su dati e privacy è molto interessante – dice, sarcastico, Michael Kleinemeier -: per esempio se tu carichi il tuo curriculum sul sito di Sap, ma non ti offriamo il posto, se dopo sei mesi teniamo sui nostri server il tuo curriculum teoricamente potremmo pagare una multa fino al 5% dei ricavi annui globali.

Così non può funzionare, no?». La rincorsa avanza ma nell’Europa del 2017, forse, preferiamo ancora fingere che i dati si fermino alla frontiera.

beniamino.pagliaro@lastampa.it  –  @bpagliaro  

Sorgente: Perché l’Europa ha un solo gigante tech e cosa significa per il continente. Alla scoperta di Sap – La Stampa

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