Joseph Greenstein, conosciuto come «The Mighty Atom», era letteralmente un fenomeno da circo, dove si esibiva in numeri da forzuto. Piccolo di statura, si rese protagonista di diverse imprese, sui palcoscenici come nella vita di tutti i giorni, una delle quali è rimasta scolpita nelle cronache della Grande Mela:

«Joe era nella parte tedesca di New York per affari. Si fermò durante il suo percorso alla vista di una grande insegna, posta in alto sopra a un negozio, con la scritta «NON SONO AMMESSI CANI ED EBREI». Chiese allora a un passante «Cosa diavolo è quella?» Questi lo informò che si trattava del quartier generale dei nazisti e che era in corso un grosso incontro del «bund» (federazione). Joe allora attraversò la strada fino a un negozio di vernici dove affittò una scala lunga più di cinque metri, poi entrò in un negozio di articoli sportivi dove chiese una mazza da baseball «Hank Greenburg.» Salì quindi sulla scala, rimosse l’insegna e la distrusse con le sue mani, poi attese sul marciapiede che succedesse qualcosa. Quando l’edificio cominciò a svuotarsi, Joe prese la sua mazza e giocò un po’ a nazi-baseball. Come disse al giudice in tribunale più tardi «Non è stato proprio un combattimento, vostro onore. È stato un piacere!». Joe menò l’intero Bund e mandò all’ospedale più di 20 persone. Ne uscì con un occhio nero. Portato in tribunale con le accuse di assalto aggravato, disturbo della quiete pubblica e via dicendo, Joseph Greenstein si piazzò alla sbarra sorprendentemente sorridente e cordiale.  Il giudice dai capelli bianchi faceva fatica a credere ai suoi occhi, vedendo il piccoletto con appena una piccola ecchimosi sotto un occhio e, accanto,  una folla di persone malamente malmenate che riempiva l’aula con braccia e gambe bendate e molti denti mancanti. Incapace di crederci, il giudice si rivolse a un agente e disse: «Questo piccolo tizio ha fatto tutti questi danni?». L’ufficiale rispose « Be’, vostro onore, questi sono solo quelli che sono potuti uscire dall’ospedale per venire in aula!» Il giudice chiese a Joe se avesse qualcosa da dire. «Vostro onore, ogni battuta è stata come un home run!», rispose. L’agente si piegò e sussurrò all’orecchio del giudice «Questi tizi sono dei nazi vostro onore, lo hanno attaccato». Il giudice batté il suo martello, «Non colpevole, caso chiuso.»

Erano tempi, poco prima della Seconda Guerra Mondiale, nei quali opporsi ai nazisti e confrontarsi con loro anche fisicamente era estremamente popolare nella cultura americana, che per decenni ha considerato cosa buona e giusta battersi, anche estemporaneamente, contro nazisti e fascisti appena ce ne fosse fosse l’occasione. Poi gli anni sono passati e oggi il presidente americano si chiama Donald Trump, figlio di uno che fu arrestato perché sfilava con il Ku Klux Klan e condannato per truffe e discriminazioni nei confronti degli inquilini o aspiranti tali – non bianchi- del suo robusto patrimonio immobiliare. Uno sostenuto apertamente dalla destra meno presentabile.

E le cose sono un po’ cambiate. Ma sono cambiate anche nell’Italia che nella sua Costituzione si dice una repubblica antifascista, anche se proprio mentre scriveva la sua carta fondamentale ha rinunciato a punire persino i fascisti che si erano resi responsabili di gravissimi crimini di guerra e di altrettanto gravi orrori in patria. Tanto sono cambiate le cose che da anni ormai è diventato lecito proporre vergognose equivalenze tra chi morì ucciso dai fascisti e gli stessi fascisti che trovarono la morte nella sconfitta. Tanto sono cambiate che sui giornali è diventato quasi impossibile leggere la cronaca di crimini fascisti o nazisti nelle quali si impieghino le parole nazista o fascista, così il terrorista nazi di Charlottesville è stato per lo più descritto come «un ventenne» senza altre accezioni da buona parte dei media.

A Charlottesville i manifestanti ariani hanno sfilato senza imbarazzo con bandiere decorate di svastiche e fasci.

Seguendo questa tendenza ormai affermata, nemmeno l’attacco terroristico di Charlottesville ha registrato particolari reazioni da parte dei politici italiani e a dire il vero ne ha registrate pochissime anche di timide. Da anni i politici italiani sono latitanti sul fronte dell’antifascismo nonostante nel frattempo si siano moltipicati gli atti di violenza di matrice nazifascista. Nel tempo si sono anzi moltiplicati quanti le condonano, legittimano o giustificano, più meno apertamente, ma il vero problema è il silenzio dei sedicenti «democratici» di fronte a questi orrori, un silenzio inquietante che ha avvolto il Partito Democratico come la Lega Nord, il Movimento 5 Stelle, i partitini centristi come quelli di destra. Tutto l’arco costituzionale con rarissime eccezioni si mostra cieco e sordo di fronte a questi crimini e alle manifestazioni d’odio fascista e razzista e non è raro trovare persino chi invoca l’esempio di Sandro Pertini contro la «casta» dei politici, mentre esprime idee condivise dai nazifascisti, che il vecchio presidente italiano ha combattuto con decisione per tutta la vita, al punto di prendere le armi contro di loro.

Meglio va ed è andata negli Stati Uniti, dove alla fine anche il presidente Trump, molto vicino alle organizzazioni che hanno messo in piedi l’orrenda manifestazione nazifascista che ha acceso le polveri nella cittadina della Virginia, ha dovuto pronunciare parole nette contro i nazi a causa di una robusta e rumorosa ribellione all’interno del suo stesso partito e nella società americana. Non che ne avesse molta voglia, le sue prime dichiarazioni infatti avevano messo sullo stesso piano le violenze dei nazifascisti con le proteste degli antifascisti. Un atteggiamento che va per la maggiore anche in Italia, dove più di un furbone si riempie la bocca di una stupida battuta di Flaiano: «Il fascismo si divide in due parti: il fascismo propriamente detto e l’antifascismo». Del tutto privo di senso, questo aforisma è diventato uno degli artifici retorici preferiti dei fascisti e dei loro complici, che rivendicano ipocritamente «libertà d’espressione» per chi promuove un’ideologia che la libertà d’espressione l’ha sempre repressa con la forza, non appena ne ha avuto l’occasione e che non esitano a ricorrere al sempiterno vittimismo fascista quando, per un motivo o per l’altro, sono repressi come meritano.

Presentare un’equivalenza tra fascisti e antifascisti è un espediente che dovrebbe fare orrore a ogni persona intelligente e minimamente democratica, visto che essere nazifascisti vuol dire predicare e praticare una ideologia violenta che si fonda sulla repressione e sottomissione delle donne, degli omosessuali, delle persone che praticano una religione diversa da quella cristiana, di quanti  hanno un colore della pelle diversa dal bianco e di chiunque non condivida le idee che ai tempi fecero la fortuna di Hitler, Mussolini e altri loro tragici compagni di merende. Idee che hanno animato la marcia di Charlottesville, formalmente intitolata alla difesa della statua di un un leader sudista, ma durante la quale si sono cantati slogan contro gli omosessuali e gli ebrei mentre alcuni convenuti si dedicavano alla caccia e al pestaggio dei neri che hanno avuto la sfortuna di trovarsi isolati in loro compagnia.

Davide Granconato, di Casapound, ha commentato così l’attacco terroristico di Charlottesville. Trova le differenze con le identiche manifestazioni dei fan dell’ISIS dopo fatti simili.

Essere antifascisti vuol dire invece, semplicemente, opporsi attivamente a questo orrore. Essere antifascisti vuol dire praticare la (più che legittima) difesa contro chi predica il totalitarismo nazifascista. Non significa essere «comunisti» e nemmeno, ce lo insegna la storia dell’Italia come quella degli Stati Uniti, essere di sinistra. Vuol dire solo riconoscere ed opporsi a un orrore che ha provocato in Europa e altrove una guerra che ha fatto milioni di morti e prodotto l’Olocausto. Essere antifascisti vuol dire attenersi a quel «mai più» che tutte le forze politiche estranee al nazifascismo scolpirono nella pietra di infiniti memoriali all’indomani del secondo conflitto mondiale.

Non essere attivamente antifascisti o fare assurde equivalenze tra fascisti e antifascisti, vuol dire essere complici dei nazifascisti, come ne furono complici le maggioranze silenziose che in Germania, Italia e altri paesi aprirono le porte all’avvento e all’affermazione dell’orrore.

Lo stesso si può dire per chi adotta la retorica ipocrita e la neo-lingua con le quali i nazifascisti cercano di mascherare la loro ideologia agli occhi dei «normali» (normies). Usare termini come «buonista», evocare una «invasione» di neri (orrore!) che non c’è e gridare ai «comunisti» ogni volta che qualcuno protesta per una manifestazione mal camuffata d’idee fasciste, equivale a rendersi complici dei nazifascisti. Che restano nazifascisti anche se in pubblico cercano di limitare i saluti hitleriani o le manifestazioni d’odio verso gli ebrei. E lo stesso vale per le equivalenti manifestazioni d’odio, individuali o collettive nei confronti dei musulmani (chissà perché da molti considerate lecite e diverse da quelle identiche contro gli ebrei) o delle persone di pelle nera, e anche per quelli che «io non sono razzista, ma mi ci fanno diventare».

Opporsi vocalmente ai fascisti è dovere di ogni sincero democratico, contrastare fisicamente i fascisti nelle strade quando sfilano con bandiere nazifasciste e aggrediscono persone colpevoli solo di non essere abbastanza bianche e di destra, è legittima difesa. Ancor più legittima quando non provvedano al bisogno le forze dell’ordine che sarebbero intitolate a farlo. Una legittima difesa che è rifiuto della violenza fascista e che non fa di chi la pratica un violento e nemmeno qualcuno che abbia minimamente qualcosa a che spartire con i nazifascisti, che si distinguono dagli antifascisti perché non scendono in piazza in nome dell’uguaglianza e della democrazia, ma in nome della sopraffazione del diverso e di chi non si mostra prono alla loro ideologia.

Chi dice il contrario e accusa quanti resistono alle violenze fasciste di essere come loro è complice dei fascisti. Tacere di fronte alle violenze fasciste, minimizzarle, derubricarle a violenza comune significa essere complici di nazisti e fascisti. Evitare di chiamare fascisti i fascisti e nazisti i nazisti, equivale a rendersene complici. A maggior ragione, quando le violenze nazifasciste diventano attacchi terroristici come quelli di Charlottesville o come la strage di neri per mano di Gianluca Casseri o ancora quella di Utoya per mano di Anders Breivik, il tacere, l’attribuirne la causa a qualcosa di diverso dall’ideologia nazifascista (il «multiculturalismo» o l’invasione straniera) significa essere complici di un’ideologia criminale e di chi per affermarla ricorre al terrorismo contro i nemici del nazifascismo, siano gli antifascisti, i neri, i giovani socialisti norvegesi. Vale per gli individui e vale ancora di più per i mezzi d’informazione, che in Italia fanno molta fatica a chiamare terroristi i bianchi che si macchiano di questi crimini e moltissima fatica a chiamare con il loro nome fascisti e nazisti e che spesso definiscono «populisti» politici e partiti che sono apertamente fascisti e che propagandano idee fasciste.

E in questi giorni il numero di complici più o meno silenti del nazifascismo si è mostrato impressionante, ancora di più in Italia dove persino il maggiore partito «di sinistra» e i suoi principali esponenti sono stati incapaci di condannare l’atto terroristico di Charlottesville o di nominare nazisti e fascisti come responsabili, posizionandosi politicamente persino più a destra di gran parte del Partito Repubblicano americano e dello stesso Trump, che alla fine è stato costretto ad esprimere una netta condanna e «ripugnanza» per quei gruppi con i quali in Italia molti sedicenti democratici non hanno timore di mescolarsi. Ai nazisti e fascisti non va concessa agibilità politica, chi predica l’odio sposando la loro retorica non è protetto dalla libertà d’espressione altrimenti garantita dalla democrazia. Vale per chi manifesta esplicitamente idee nazifasciste e anche per chi riempie le reti sociali di affermazioni ipocrite pur tentando mascherarle, di solito malamente. A chi dice «io non sono razzista ( o fascista o nazista), ma...» va risposto: «Tu sei un razzista (o fascista o nazista)». E lo stesso vale per chi, nel tentativo di giustificarsi o di giustificare la sua tolleranza nei confronti di questi criminali, cita il famoso falso attribuito a Voltaire: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire», che tanto piace a chi rivendica il diritto di predicare liberamente l’odio, insultare gli sgraditi o promuovere l’ideologia neofascista, come a quanti credono in qualche modo che sia possibile e più elegante smarcarsi da dall’antifascismo e dirsi diversi. A questi bisogna render chiaro quanto praticare o fingere questa falsa equidistanza faccia di loro dei complici di fascisti e nazisti.

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e dalla sconfitta dei regimi criminali e stragisti di Hitler e Mussolini sono ormai passati decenni, ma fascismo e nazismo non sono morti, sembrano anzi in discreta salute e più pericolosi che mai, fanno proseliti e appaiono sempre più «sdoganati» nel discorso pubblico e accolti, come se fossero normali, anche da media e commentatori troppo pavidi o troppo ignoranti per trovare la forza e le risorse morali e intellettuali per ergersi a difesa delle democrazie, che tanto sangue ci sono costate.

Per questo è necessario rinnovare la lotta antifascista e avere ben chiaro in mente che se non si è attivamente e convintamente contro fascisti e nazisti, si è loro complici. È necessario che questa semplice evidenza sia chiara a tutti quanti tengono alla democrazia, siano essi semplici cittadini, politici, operatori dell’informazione o appartenenti alle forze dell’ordine, perché solo l’unità dei democratici si è dimostrata argine sicuro contro il nazifascismo e i suoi infiniti orrori. Perché sia veramente «mai più» occorre che il fronte antifascista sia sempre unito e attento contro il risorgere dei fascismi, ora come allora, perché l’orrore cova ancora sotto la cenere e probabilmente lo farà a lungo e perché giocare con quel fuoco è un lusso che nessuna democrazia può permettersi, se non vuole fare la fine dell’Italia e della Germania dell’anteguerra