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Come (non) sfidare la violenza razzista

Dato che il nazionalismo bianco e la cosiddetta “destra alternativa” hanno guadagnato preminenza nell’era di Trump, si è saldata una reazione bipartitica per sfidare queste

ideologie. Gran parte di questa coalizione bipartisan, però, si concentra sulle mobilitazioni e sulla retorica individuale, estrema e piena di odio, invece che sulla violenza più profonda, gentile e apparentemente più accettabile dal punto di vista politico che pervade la politica estera e interna degli Stati Uniti nel 21° secolo.

Tutti, dai Repubblicani  tradizionali, a una varietà di Democratici, ai dirigenti delle grosse aziende, alle persone di sinistra antifasciste, sembrano ansiosi e orgogliosi di denunciare ad alta voce o anche di affrontare fisicamente i neo-Nazisti e i nazionalisti bianchi. Gli estremisti nelle strade di Charlottesville o chi fa il saluto nazista al Parlamento, sono impegnati soltanto nella politica simbolica e individuale.

Anche l’uccisione di una contro-manifestante è stato un atto individuale – uno degli oltre 40 omicidi al giorno che si compiono negli Stati Uniti, la grande maggioranza con armi da fuoco. (Il doppio di quella cifra viene uccisa ogni giorno dalle automobili in quelli che chiamiamo “incidenti” ma che ovviamente hanno anche una causa). I dimostranti sono ansiosi di impiegare un’energia straordinaria denunciando questi  protagonisti  razzisti in scala ridotta, o festeggiando repliche in stile da vigilante. Che dire, invece dei protagonisti su larga scala? Non c’è stata una mobilitazione equivalente (di fatto nessuna manifestazione)  contro quello che Martin Luther King chiamava “il maggior fornitore di violenza che ci sia oggi nel mondo”, cioè il governo degli Stati Uniti che ha fatto cadere 72 bombe al giorno nel 2016, soprattutto in Iraq e in Siria, ma anche in Afghanistan, in Libia, in Yemen, in Somalia e in Pakistan, facendo sì che in quei paesi ogni singolo giorno sia l’11 settembre.

Storicamente, le persone e le organizzazioni che lottano per cambiare la società e la politica degli Stati Uniti, hanno usato l’azione diretta, i boicottaggi e le proteste nelle strade come strategie per fare pressione sui detentori del potere perché cambino le loro leggi, istituzioni, le politiche o le azioni. Il  sindacato dei Lavoratori Agricoli Uniti, ha invitato i consumatori a boicottare l’uva per fare pressione su specifici coltivatori per farli trattare con il loro sindacato. I dimostranti pacifisti hanno dimostrato a Washington o hanno preso di mira i loro rappresentanti al Congresso. Anche loro hanno intrapreso un’azione diretta: registrare i votanti, versare del sangue sui documenti per la leva militare  o per le armi nucleari, stando seduti davanti ai treni che trasportano le armi in America Centrale.

Tutti questi tipi di tattiche restano oggi delle opzioni valide. C’è stato però un sorprendente passaggio dai veri obiettivi verso l’uso di queste tattiche soltanto per esprimere la propria rettitudine morale o la “condizione di alleato.” Mi ricordo la mia

prima manifestazione “riprendiamoci la notte” a Berkeley, negli anni ’70. Mentre uomini e donne dimostravano in tutto il campus tendendo in mano delle candele, mi chiedevo se pensavano che aspiranti stupratori avrebbero avuto un ripensamento nel vedere larghi settori del pubblico che disapprovavano lo stupro.

Nel corso degli anni ho visto sempre più esempi di quello che Adolph Reed definisce: “porsi come politica”. Invece di organizzarsi per un cambiamento, gli individui cercano di mettere in atto una dichiarazione sulla loro rettitudine. Possono boicottare certi prodotti, rifiutarsi di mangiare certi cibi, oppure possono comparire a certe dimostrazioni o a raduni il cui unico scopo è quello di dimostrare la superiorità morale dei partecipanti. Forse i bianchi possono affermare ad alta voce che riconoscono il loro privilegio o possono dichiararsi alleati della gente di colore o di altri gruppi emarginati. La gente può dichiarare che  le proprie comunità non sono “un luogo per l’odio.” Oppure forse possono presentarsi alle contro-manifestazioni per “scendere in campo contro”  i nazionalisti bianchi o a i neo-Nazisti. Tutti questi tipi di “attivismo” mettono in rilievo l’auto miglioramento o l’espressione personale invece che cercare un cambiamento concreto nella società o nella politica. Sono profondamente e deliberatamente apolitici, nel senso che non cercano di affrontare argomenti di potere, di risorse, di attività decisionale o del modo in cui portare il cambiamento.

Stranamente, questi attivisti che hanno rivendicato il ruolo della giustizia razziale, sembrano impegnati in un’idea personalizzata e apolitica della razza. L’industria della diversità è diventata un grosso affare cercato dalle università e dalle aziende che son a caccia del marchio dell’inclusione. Gli uffici del campus per la diversità incanalano la protesta studentesca in un’alleanza con l’amministrazione e incoraggiano gli studenti a fare passi più  piccoli. Mentre sono esperti nella terminologia del potere, della diversità, dell’inclusione, dell’emarginazione, dell’ingiustizia e dell’uguaglianza, evitano diligentemente argomenti come il colonialismo, il capitalismo, lo sfruttamento, la liberazione, la rivoluzione, l’invasione o altre vere analisi di affari interni o globali. Raggruppare la razza insieme a una lista in crescita costante di identità emarginate, permette alla storia e alle realtà della razza di essere assorbite in una teoria da “palla di biliardo” di diversità, in cui le differenti identità destoricizzate  rotolano su una superficie piatta e ogni tanto si scontrano.

Siamo chiari. I nazionalisti bianchi che hanno dimostrato a Charlottesville, pieni di odio e ripugnanti quanto possono esserlo i loro obiettivi, non sono i responsabili delle guerre statunitensi all’ Iraq, alla Siria e allo Yemen. Non sono responsabili di aver consegnato il nostro sistema scolastico pubblico agli enti privati. Non sono responsabili del nostro sistema sanitario separato e ineguale che consegna le persone di colore alla cattiva salute e a una morte prematura. Non sono quelli che pignorano le case e che sfrattano le persone di colore dalle loro case. Non sono gli autori del capitalismo neoliberale con i suoi devastanti effetti suo poveri di tutto il pianeta. Non sono quelli che militarizzano i confini per applicare l’apartheid globale. Non sono loro dietro all’estrazione e al consumo dei combustibili fossili che stanno distruggendo il pianeta, con i poveri e le persone di colore che per primi perdono le loro case e i mezzi di sostentamento. Se vogliamo realmente sfidare il razzismo, l’oppressione e la disuguaglianza, dovremmo distogliere la nostra attenzione dalle poche centinaia di dimostranti a Charlottesville e indirizzarla verso le vere fonti e i responsabili del nostro ingiusto ordine globale. Non sono difficili da trovare.

Nella foto: il 19 agosto 2017, a Boston la polizia si scontra con i dimostranti  contrari a  una protesta di conservatori.

Aviva Chomsky è una studiosa di Storia dell’America Latina e dei Caraibi allo State College di Salem.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/how-not-to-challenge-racist-violence

Originale: Alternet

Traduzione di Maria Chiara Starace

Sorgente: Come (non) sfidare la violenza razzista

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