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Non chiamatela crisi: è una guerra – Senso Comune

La crisi – economica, politica, sociale e istituzionale – che stanno vivendo le democrazie occidentali, in particolar modo quelle europee, non inizia nel 2008, e neppure nei primi anni duemila, con l’introduzione dell’euro, come recita la vulgata. È una crisi che ha origini molto più lontane, che risalgono almeno alla metà degli anni Settanta. È a quel punto che il cosiddetto modello keynesiano, che aveva dominato le economie occidentali fin dal dopoguerra, entra in crisi. Come sappiamo, si trattava di un modello basato su una forte presenza dello Stato nell’economia (per mezzo di politiche industriali, sostegno agli investimenti e alla domanda eccetera), un welfare molto sviluppato, politiche del lavoro tese verso la piena occupazione e la crescita dei salari (più o meno in linea con la crescita della produttività) e l’istituzionalizzazione dei sindacati e della concertazione come strumento di mediazione tra gli interessi dei lavoratori e quelli delle imprese.

A livello internazionale si basava su un regime di cambi fissi (il cosiddetto “regime di Bretton Woods”) – sistema che ruotava sostanzialmente intorno al dollaro come valuta di riserva internazionale, convertibile in oro a un tasso di cambio fisso – e su un ferreo controllo dei movimenti di capitale. In base alla maggior parte dei criteri economici e sociali, il periodo keynesiano – che non a caso è noto come il “trentennio glorioso” – può essere definito un successo, avendo garantito per diversi decenni crescita economica sostenuta, piena occupazione (o quasi), salari e profitti crescenti, estensioni di diritti sociali ed economici a un numero di cittadini senza precedenti nella storia, e stabilità economico-finanziaria a livello internazionale. Allo stesso tempo, però, come rilevò Joan Robinson, fu anche un periodo caratterizzato dal mito del produttivismo e della crescita sfrenata, da uno sfruttamento del lavoro senza precedenti, dall’inizio della crisi ambientale (di cui oggi subiamo le conseguenze) e da un keynesismo “realmente esistente” che – con poche eccezioni – si guardò bene dal passare dal livello della produzione (quanto viene prodotto) al contenuto della stessa (cosa viene prodotto e con quali finalità). Scriveva Robinson nel 1972: «Ora che siamo tutti d’accordo che la spesa pubblica può mantenere l’occupazione… ci siamo dimenticati di cambiare quesito, e discutere a che serve l’occupazione».[1] A tal proposito, quando parliamo delle magnifiche sorti progressive del keynesismo, val sempre la pena di ricordare che esse riguardarono unicamente i paesi del “centro” dell’economia capitalistica; l’esperienza dei paesi “periferici” fu assai diversa, caratterizzata da guerre, povertà estrema, colpi di Stato e nefandezze di ogni sorta, spesso ad opera proprio dei paesi del centro, Stati Uniti in primis (basti pensare al Sud-Est asiatico o al Medio Oriente).[2]

Perché, dunque, il modello keynesiano entra in crisi negli anni Settanta? Le ragioni sono molteplici: economiche, politiche, strutturali. Dal punto di vista economico, l’alta inflazione che caratterizzò quegli anni ma soprattutto le lotte sindacali per il salario e per il miglioramento delle condizioni di lavoro avevano cominciato ad esercitare una crescente pressione sulle rendite e sui profitti. L’Italia è un caso esemplare: il ciclo di lotte che si aprì nell’autunno del 1969 e che proseguì, più o meno ininterrottamente, sino al 1973, fu senza eguali per intensità e durata dell’opposizione. Questo determinò, in tutti i paesi avanzati, una riduzione senza precedenti nella storia dei redditi e dei patrimoni dell’1 per cento più ricco della società (ossia di quella che potremmo chiamare la classe dominante).

Questo causò una crescente insofferenza da parte delle classi elevate nei confronti del modello keynesiano: diversi documenti, riservati e non, cominciarono a parlare apertamente della necessità di una reazione da parte dell’establishment capitalistico, onde evitare di vedere annichilito il proprio potere economico e politico (si pensi per esempio al “memorandum” di Lewis Powell del 1971, in cui l’allora giudice della Corte Suprema statunitense invitava i capitalisti americani ad assumere un atteggiamento «molto più aggressivo» in difesa del sistema della libera impresa). Reazione che, come vedremo, si manifesterà poi in quella che i due economisti francesi Gérard Duménil e Dominique Lévy hanno definito la «controrivoluzione neoliberista».[3]

Sarebbe riduttivo, però, vedere la crisi del modello keynesiano semplicemente nei termini di un processo politico di “restaurazione” – per così dire “soggettivamentedeterminato” – da parte delle classi dominanti; né si può ridurre tale crisi a una semplice conseguenza dell’offensiva ideologica sferrata, a partire dalla fine degli anni Sessanta, dall’«intellettuale collettivo» neoliberista, come sosteneva Luciano Gallino.[4] È importante comprendere, anche ai fini dell’analisi delle possibili vie d’uscita dalla crisi attuale, che il sistema keynesiano/socialdemocratico in quegli anni cominciò a mostrare dei limiti strutturali oggettivi: esso si basava, infatti, su un “compromesso di classe” imperniato intorno all’idea che una crescita stabile dei salari poteva coniugarsi con una crescita stabile dei profitti, e anzi ne era il presupposto necessario (secondo l’assioma keynesiano secondo cui i profitti dipendono in primo luogo dalla domanda aggregata).[5]E per qualche decennio così è stato. Negli anni Settanta, però, le basi di questo compromesso cominciarono a venire meno, a causa di diversi fattori: l’aumento del prezzo delle materie prime, la crescente concorrenza tra potenze capitalistiche (in seguito alla re-industrializzazione di Europa e Giappone), il rallentamento della produttività eccetera, ma soprattutto, come detto, il diffondersi di richieste sindacali sempre più radicali.

Come ricorda Riccardo Bellofiore, economista all’Università di Bergamo: «Le lotte nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro non si limitavano alla richiesta di maggiore salario, orari più corti, minore pressione sul lavoro. Ad essere messi in questione erano l’insieme del comando padronale sulla  produzione, le forme dell’organizzazione del lavoro e della struttura tecnica della produzione, la stessa “disciplina di fabbrica”».[6] Tutto ciò minava alle fondamenta il processo di accumulazione capitalistica. In tal senso, la reazione dei capitalisti fu comprensibile: la loro partecipazione al compromesso di classe keynesiano si basava una serie di condizioni (in primis, ovviamente, la possibilità dell’accumulazione capitalistica); nel momento in cui tali condizioni vennero meno, venne meno anche il loro sostegno al compromesso keynesiano.

Una soluzione consensuale al conflitto distributivo capitale-lavoro che si venne a determinare in quegli anni era semplicemente impossibile; per dirla in parole povere, essonon poteva che risolversi a favore dell’una o dell’altra parte: a favore del capitale (per mezzo di una riduzione dei salari e più in generale del potere dei sindacati) o a favore dei lavoratori, per mezzo di quella graduale “socializzazione degli investimenti” – finalizzata a sottrarre una parte cospicua dell’investimento alla logica del profitto, all’interno di una regolamentazione complessiva dell’investimento privato – che lo stesso Keynes indicava come unica soluzione alla naturale tendenza al ristagno del capitalismo sviluppato e come “via lenta” alla società ideale (postcapitalistica?) immaginata dall’economista britannico nel suo celebre saggio “Prospettive economiche per i nostri nipoti”, idea poi ripresa in chiave più radicale da Hyman Minsky negli anni Settanta.

Il problema è che buona parte della sinistra socialdemocratica e comunista o non capì ciò che stava avvenendo – diversi intellettuali della sinistra europea del dopoguerra videro nel keynesismo una forma embrionale di socialismo[7] piuttosto che un particolare regime di accumulazione capitalistica, quale effettivamente fu, e si ritrovarono dunque privi degli strumenti teorici necessari per capire la crisi capitalistica che investì il keynesismo, illudendosi di poter risolvere il conflitto distributivo nei limiti angusti del quadro socialdemocratico – o non ebbe il coraggio di mettere seriamente in discussione i “fondamentali” del sistema.

Il caso del Partito Comunista Italiano (PCI) è emblematico. Come scrive Sergio Cesaratto nel suo recente libro Sei lezioni di economia, il PCI era «costantemente ossessionato dall’esistenza di “interessi generali” (inter-classisti per così dire) che avrebbero reso ogni avanzamento operaio sovversivo per il sistema, e dunque a rischio di una reazione violenta del capitale… L’ala dominante del PCI riteneva le lotte operaie fondamentalmente incompatibili con la democrazia occidentale».[8] Una paura a ben vedere non del tutto infondata, se pensiamo alle enormi pressioni esercitate sull’Italia (come su altri paesi) affinché non uscisse dai binari del patto atlantico.

Il risultato – drammatico – fu che la sinistra europea, avendo accettato l’impossibilità di una svolta nella direzione di un “riformismo radicale”, nell’accezione minskyana del termine, finì di fatto per avallare ideologicamente e politicamente il neoliberismo come unica soluzione alla sopravvivenza del capitalismo. Non a caso in numerosi paesi la sinistra anticipò la destra nello smantellamento del modello keynesiano. Un esempio su tutti: il primo governo a dichiarare “morto” il keynesismo fu quello laburista inglese di James Callaghan, che nel 1976 – ben tre anni prima dell’elezione di Margaret Thatcher – giustificò nella seguente maniera la scelta di accettare un prestito molto oneroso da parte del Fondo monetario internazionale in cambio del quale il governo si impegnava ad implementare un rigido programma di austerità: «Il mondo confortevole che ci avevano detto sarebbe durato per sempre, dove la piena occupazione sarebbe stata garantita da un tratto di penna del Cancelliere, attraverso la riduzione delle tasse o la spesa in disavanzo, ecco: quel mondo accogliente se n’è andato per sempre…  Io vi dico in tutta franchezza che tale opzione non esiste più, e che nella misura in cui è mai esistita, ha avuto solo l’effetto di iniettare una dose maggiore di inflazione nell’economia».[9]

Un altro esempio clamoroso è ovviamente quello di François Mitterrand, che nel 1983 – due anni dopo essere stato eletto su una piattaforma esplicitamente socialista ed anticapitalista – fece inversione a U e adottò un drastico programma neoliberista di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e compressione salariale. È interessante notare che sia Callaghan sia Mitterrand giustificarono la loro “svolta neoliberista” a grandi linee allo stesso modo: facendo appello alla logica del vincolo esterno. Ossia, affermando che la “logica inesorabile” della mondializzazione (in particolare la natura sempre più globale dei flussi finanziari) rendeva pressoché impossibile qualunque strategia economica nazionale (in particolare di carattere progressista/redistributivo), poiché in tal caso il governo in questione sarebbe immediatamente diventato oggetto di fughe di capitale, squilibri della bilancia dei pagamenti, attacchi speculativi da parte del capitale finanziario, e via dicendo.

In sostanza, buona parte della sinistra europea, tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, giunse a considerare quel processo che oggi noi chiamiamo globalizzazione, e il contestuale svuotamento delle sovranità nazionali in campo economico, come un aspetto ineluttabile della modernità. Come dichiarò Mitterrand all’epoca: «La sovranità nazionale non significa più granché e non ha più molto spazio nell’economia mondiale moderna».[10] Come notano Albo Barba e Massimo Pivetti, però, sarebbe un errore pensare che la sinistra abbia semplicemente subìto l’accelerazione del processo di mondializzazione, e il cambiamento delle condizioni di potere e distributive, avvenuti in tutta Europa nel corso dell’ultimo trentennio; al contrario, la sinistra «ha in larga misura consapevolmente deciso e gestito» questa transizione, e il conseguente passaggio a una visione post-statuale e post-sovrana del mondo, spesso anticipando la destra su questi temi.[11]

Ma la crisi del modello keynesiano non riguardò solo la sfera economica e distributiva; essa investì appieno anche la sfera politico-istituzionale. La piena occupazione e il rafforzamento senza precedenti delle masse lavoratrici avevano infatti determinato una progressiva fusione del movimento operaio con blocchi sociali di altro tipo(studenti, femministe, minoranze eccetera), e una radicalizzazione delle rivendicazioni non solo in ambito lavorativo ma anche in ambito politico: gruppi sempre più numerosi di persone iniziarono a rivendicare non solo un ampliamento della democrazia ma addirittura un superamento dell’ordine capitalistico costituito. In un certo senso, si stava realizzando quello che il noto economista polacco Michal Kalecki aveva preconizzato negli anni Quaranta nel suo famoso saggio intitolato “Aspetti politici del pieno impiego”:

Il mantenimento del pieno impiego porterebbe a trasformazioni politiche e sociali che darebbero nuova forza all’opposizione dei “capitani d’industria”. Infatti, in un regime di continuo pieno impiego il licenziamento cesserebbe di agire come misura disciplinare. La posizione sociale del “principale” sarebbe scossa, si accrescerebbe la sicurezza di sé e la coscienza di classe dei lavoratori. Gli scioperi per un salario più alto e il miglioramento delle condizioni di lavoro sarebbero fonti di tensione politica. È vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego [e qui Kalecki si sbagliava]…  Ma la “disciplina nelle fabbriche” e la “stabilità politica” sono più importanti per i capitalisti dei profitti correnti.[12]

In sostanza, le classi politiche dell’epoca, vista la situazione, si trovarono di fronte ad un bivio: rischiare di alimentare il disordine attraverso una maggiore concessione di questi diritti, o restringere la concessione di tali diritti attraverso «una graduale riduzione del  ruolo biopolitico dei governi», e una conseguente trasformazione degli apparati pubblici da mediatori del conflitto di classe a “disciplinatori” delle classi subalterne.[13]

Tutto questo fu ulteriormente complicato dalla fine del sistema di cambi fissi di Bretton Woods, nel 1971. A quel punto, dopo una serie di tentativi fallimentari di resuscitare il vecchio regime di cambi fissi, si passò ad un sistema di “fluttuazione sporca”: sarebbe a dire, un sistema in cui i governi continuarono ad intervenire sul mercato dei cambi per sostenere le loro valute. La fine del regime di Bretton Woods fu di grande importanza anche perché inaugurò il passaggio da un regime monetario in cui la quantità di moneta che poteva essere emessa da uno Stato era limitata dalla quantità di riserve auree possedute dallo Stato in questione a un regime monetario cosiddetto “fiat” (dal latino «così sia») – tuttora in vigore – in cui le valute non sono più coperte da riserve di altri materiali (come l’oro) e dunque non hanno più un limite teorico di emissione. Se da un lato la fine dell’aggancio con l’oro e con il dollaro offriva teoricamente ai governi maggiore libertà nel gestire le politiche monetarie e fiscali, dall’altro, anche a causa della contestuale liberalizzazione dei movimenti di capitale, generò una notevole instabilità sul mercato dei cambi.

Tale instabilità fu ulteriormente esacerbata dalla crisi petrolifera del 1973, che fece schizzare alle stelle l’inflazione in tutti i paesi occidentali. Per le élite si rivelò una manna dal cielo: gli alti livelli di inflazione di quegli anni, infatti, e la concomitante stagnazione dell’attività produttiva – da cui il termine stagflazione – fornirono loro il pretesto ideale per sferrare il primo attacco decisivo al modello macroeconomico keynesiano, a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Fu un attacco che si dipanò su più fronti: sul fronte economico-distributivo si caratterizzò per una progressiva riduzione dei salari e più in generale del potere di contrattazione dei sindacati, operazione che politicamente fu “legittimata” da un lato addossando interamente ai sindacati (e all’“eccessiva” spesa pubblica) la responsabilità della spirale prezzi-salari (e minimizzando il contributo del rincaro dei prezzi delle materie prime e del petrolio alla spirale inflazionistica); dall’altro evocando ossessivamente il cosiddetto “vincolo esterno”, ossia l’idea che i salari eccessivi impedissero il necessario aggiustamento delle partite correnti dei paesi in deficit (come era per esempio l’Italia in quegli anni) e che tale aggiustamento passasse necessariamente per una riduzione del salario reale; solo così si sarebbe sconfitta l’inflazione e si sarebbe ottenuta nuovamente la piena occupazione.

Inutile dire che si trattava di un’interpretazione dei fatti estremamente ideologica e piuttosto infondata sul piano teorico ma che tuttavia ebbe una forte presa sulla società e sulle classi politiche e intellettuali dell’epoca, ivi incluse quelle di sinistra, che – ree anche la crisi della teoria economica neokeynesiana (che poco o nulla aveva a che vedere con le teorie originarie di Keynes) e l’emergere dell’ideologia monetarista, la quale affermava che l’unica maniera per rompere la spirale inflazionistica consisteva per lo Stato nel rinunciare all’obiettivo della piena occupazione e all’uso di politiche monetarie, fiscali e salariali finalizzate a tale scopo, lasciando che il mercato si adagiasse verso il “tasso naturale di disoccupazione” – marginalizzarono qualunque strategia di gestione eterodossa del vincolo esterno, come quella avanzata da Tony Benn nel Regno Unito, dalla sinistra del Partito Socialista in Francia e da economisti quali Federico Caffè in Italia.

A tal proposito, uno dei dibattiti più influenti ebbe luogo verso la fine degli anni Settanta proprio in Italia, e vide confrontarsi il futuro premio Nobel per l’economia Franco Modigliani – che proponeva la cancellazione del meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione (conosciuto come “scala mobile”) e una riduzione generalizzata dei salari – e diversi economisti eterodossi vicini al PCI.[14] In quell’occasione il PCI, per mezzo del suo Centro Studi di Politica Economica (CESPE), finì per sposare in toto le tesi monetariste/neoliberiste di Modigliani. Come scrive lo storico Guido Liguori, a iniziare dagli anni Settanta parti importanti del partito «erano andate mutando molecolarmente la propria cultura politica e abbracciavano ormai punti di vista e culture politiche diverse. Erano divenuti parte (subalterna) di un diverso sistema egemonico».[15] Il risultato – scrive Francesco Cattabrini, autore di un ottimo studio sul tema – «fu di attribuire al costo del lavoro la principale responsabilità in termini di crescita dell’inflazione e compressione dei profitti, permettendo politiche di compressione del salario e di miglioramento della profittabilità».[16] Non sorprende che molti abbiano visto in questa svolta “economica” il primo passo verso la svolta “politica” che quindici anni dopo avrebbe portato alla morte del partito.[17]

Ovviamente questo processo di compressione salariale si intensificò poi – in Italia e altrove – negli anni Ottanta e Novanta con la globalizzazione dei processi di produzione (corso che, è bene ricordarlo, non fu “subìto” dagli Stati ma al contrario fu attivamente sostenuto da questi ultimi, proprio al fine di indebolire ulteriormente il potere contrattuale dei lavoratori). È sempre in questo periodo che si posero le basi per la crisi finanziaria del 2007-2009: la crescente erosione dei salari e del potere d’acquisto dei lavoratori in diversi paesi occidentali, infatti, fu “compensata” dall’aumento esponenziale dell’indebitamento privato, ossia da quello che alcuni hanno definito una paradossale forma di «keynesismo privatizzato».[18] In sostanza le banche hanno permesso ai lavoratori, tramite il credito/debito, di mantenere inalterati i loro livelli di consumo, nonostante la stagnazione salariale verificatasi dagli anni Settanta in poi. Questo è avvenuto in maniera particolarmente evidente negli USA ma anche in diversi paesi europei.

L’altro fronte della guerra al “contratto sociale” keynesiano fu quello politico-istituzionale: sostanzialmente fu attuato quello che un ormai celebre rapporto del 1973 intitolato The Crisis of Democracy, redatto dalla Trilateral Commission – uno dei think tank allora più influenti in ambito euro-atlantico – aveva indicato come soluzione alla “crisi della rappresentanza”. Soluzione che passava non solo attraverso la riduzione del potere sindacale, come già detto, ma anche attraverso una riduzione della partecipazione popolare alla vita politica. I due livelli – quello economico e quello politico – sono ovviamente strettamente collegati. Come scrive Alessandro Somma, professore di diritto all’Università degli Studi di Ferrara, infatti, è chiaro «come la restrizione del perimetro affidato alla democrazia sia una funzione dell’estensione di quello rivendicato, o meglio invaso, dal mercato… La politica, oltre alla democrazia, deve evaporare per lasciare spazio alla tecnocrazia, alla mera amministrazione di un esistente indiscutibile e immobile, come è l’orizzonte del mercato concorrenziale».[19]

Questo obiettivo fu raggiunto attraverso una progressiva “depoliticizzazione” del processo decisionale: ossia attraverso una separazione tra i meccanismi di rappresentanza popolare e le scelte di carattere macroeconomico, e una contestuale riduzione degli strumenti di intervento di carattere monetario e fiscale dei singoli Stati nazionali. In particolare, questo fu ottenuto: (a) riducendo sensibilmente il potere dei parlamenti rispetto a quello degli esecutivi (per esempio attraverso il passaggio da sistemi proporzionali a sistemi maggioritari) in nome di una non meglio definita governabilità; (b) recidendo il legame tra autorità monetarie e autorità politiche, attraverso l’istituzionalizzazione del principio dell’indipendenza della banca centrale, al fine (neanche troppo nascosto) di asservire gli Stati alla cosiddetta “disciplina dei mercati” (giacché, per dirla brevemente, uno Stato che non controlla la propria banca centrale non è in grado di controllare i tassi di interesse); nel caso dell’Italia, come è noto, questo avvenne col famoso “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981;[20] (c) formalizzando il vincolo esterno attraverso la ri-adozione di cambi fissi (in Europa); (d) infine, onde evitare ulteriori contrapposizioni fra Stati portatori di istanze politiche differenti, trasferendo sempre più prerogative a istituzioni e organismi sovranazionali (come per esempio l’Organizzazione mondiale del commercio a livello internazionale). Tra le diverse finalità di questo processo di depoliticizzazione possiamo annoverare anche – e forse soprattutto – quella di offrire alle autorità politiche nazionali organismi o presunti “fattori oggettivi” – o vincoli esterni, appunto – su cui scaricare la responsabilità di scelte politiche impopolari, in primis la compressione salariale e lo smantellamento delle tutele del lavoro.

Di conseguenza i regimi di democrazia partecipativa nati dalle ceneri della seconda guerra mondiale hanno progressivamente lasciato il posto a regimi di democrazia deliberativa. La differenza tra i due è ben spiegata da Alessandro Somma: «La democrazia partecipativa, tipicamente intrecciata con la sovranità statuale, indica la possibilità degli individui di incidere sulle decisioni collettive: possibilità effettiva, assicurata dal funzionamento del principio di parità in senso sostanziale, che la Costituzione italiana reputa non a caso un presupposto fondamentale per “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese” (art. 3). Diverso è il caso della democrazia deliberativa, che coinvolge tutti i potenziali interessati dalla decisione da assumere, i cosiddetti stakeholders, offrendo però loro solo la mera possibilità formale di prendere parte alle decisioni: senza considerazione per l’effettiva possibilità di incidere sul loro contenuto».[21]

L’Europa è ovviamente il continente in cui questo processo si è esplicitato in maniera più radicale. Come afferma Peter Mair in Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti,[22] il ridimensionamento della democrazia popolare, condizione necessaria per il ridimensionamento del movimento operaio, può essere considerata la raison d’être di tutto l’esperimento europeo, il cui ultimo stadio inizia con la creazione del sistema di “cambi convergenti” del Sistema monetario europeo (SME), nel 1979, fino ad arrivare all’introduzione dell’euro nei primi anni 2000. L’Italia è la perfetta cartina di tornasole di questo processo. Come ha ricordato di recente Joseph Halevi, l’Italia fu il paese più danneggiato dall’adesione allo SME, che comportò una rivalutazione del tasso di cambio reale molto significativa, che ebbe tutta una serie di conseguenze estremamente deleterie per il paese: in primis, l’apparizione di un deficit estero strutturale.[23]

Alla luce di ciò, verrebbe da chiedersi perché i nostri dirigenti insistettero tanto per entrare nello SME. Una possibile spiegazione ce la fornisce nientedimeno che Giorgio Napolitano, che al tempo, in veste di deputato del PCI, capì bene che «la disciplina del nuovo meccanismo di cambio europeo» significava non accomodare più il conflitto distributivo e addossare alle richieste salariali la responsabilità della perdita di competitività del paese.[24] La creazione di un potente vincolo esterno, nella forma del cambio semi-fisso, avrebbe insomma facilitato una maggiore flessibilità verso il basso dei salari. E così è stato.

Questa chiave interpretativa è applicabile a tutte le successive fasi costituenti dell’Eurosistema: dall’Atto unico del 1986 – in cui furono formalizzate le fondamenta neoliberiste della costituzione economica europea, dalla libera circolazione dei capitali al divieto (de facto) delle politiche industriali, attraverso la normativa sugli aiuti di Stato – fino al Trattato di Maastricht del 1992, che fissò i termini cui subordinare la fase finale dell’unione monetaria, dall’indipendenza assoluta della Banca centrale europea dagli Stati nazionali, alla flessibilizzazione del lavoro, ai limiti al deficit e al debito pubblico. Limiti che sono stati successivamente inaspriti, prima col patto di stabilità e crescita del 1997 e poi col fiscal compact del 2012, che prevedeva addirittura l’integrazione di una norma sull’obbligo del pareggio/surplus di bilancio negli ordinamenti nazionali (o ancor meglio nelle Costituzioni) degli Stati membri.

È proprio sul fronte dell’integrazione economica e valutaria europea che la subalternità della sinistra al neoliberismo si è manifestata nella maniera più dirompente. Come è noto, il principale fautore dell’euro fu proprio un socialista francese, ex ministro del governo Mitterrand: Jacques Delors. E non poteva essere altrimenti: avendo rinunciato a combattere il capitale sul terreno nazionale, la sinistra – anche per continuare a giustificare la propria esistenza – introiettò l’idea che il cambiamento era possibile solo a livello continentale, europeo. Cambiamento che però non poteva che essere di facciata, avendo la sinistra accettato le prescrizioni neoliberiste come unica soluzione alla crisi del keynesismo.

La stessa chiave interpretativa permette infine di capire anche ciò che è successo in seguito al 2010, quando ad una crisi di domanda di portata enorme si è scelto di rispondere – in barba ai più elementari princìpi macroeconomici – con una “cura letale” a base di austerità fiscale, deflazione salariale e riforme strutturali, i cui devastanti effetti economici e sociali erano facilmente prevedibili (ed erano infatti stati ampiamente previsti e preannunciati). Secondo la chiave di lettura qui suggerita possiamo dunque ipotizzare che l’obiettivo principale di tali politiche non fosse (e non sia) realmente il “consolidamento fiscale” o una maggiore “competitività”, ma piuttosto il definitivo rovesciamento del compromesso keynesiano, portando così a compimento quel processo iniziato all’incirca quarant’anni fa.

Versione redatta di un articolo apparso sull’Almanacco di economia di Micromega del giugno 2017 pubblicata originalmente su Eunews il 27/7/2017.  

Note

[1]           L’articolo di J. Robinson, “The Second Crisis of Economic Theory” (1972), è citato in R. Bellofiore, “La socializzazione degli investimenti: contro e oltre Keynes”, Alternative per il socialismo, marzo-aprile 2014; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/5wx46J.

[2]           Per una rassegna delle varie operazioni degli Stati Uniti all’estero dal dopoguerra in poi consiglio la lettura di W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, Fazi Editore, Roma 2003.

[3]           G. Duménil e D. Lévy, “The Neoliberal (Counter-)Revolution”, in A. Saad-Filho e D. Johnston (a cura di), Neoliberalism: A Critical Reader, Pluto Press, Londra 2004, p. 12.

[4]           L. Gallino, “La lunga marcia dei neoliberali per governare il mondo”, la Repubblica, 27/7/2015.

[5]           Su questo punto si veda A. Przeworski e M. Wallerstein, “Democratic Capitalism at the Crossroads”, in A. Przeworski, Capitalism and Social Democracy, Cambridge University Press, Cambridge 1985; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/icoH68.

[6]           R. Bellofiore, “I lunghi anni Settanta. Crisi sociale e integrazione economica internazionale”, in L. Baldissara, Le radici della crisi. L’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, Carocci, Roma 2001.

[7]           Si pensi per esempio ad Anthony Crosland, membro del Partito Laburista britannico e autore nel 1956 del libro The Future of Socialism, in cui sosteneva che le economie avanzate erano di fatto entrate in una fase post-capitalista.

[8]           S. Cesaratto, Sei lezioni di economia. Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Imprimatur, Reggio Emilia 2016, p. 212.

[9]           Discorso tenuto alla conferenza nazionale del Partito Laburista del 28 settembre 1976 a Blackpool.

[10]          J. Ardagh, France in the New Century, Penguin, Londra 2000, pp. 687-688.

[11]          A. Barba e M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.

[12]          M. Kalecki, “Aspetti politici del pieno impiego”, Sulla dinamica dell’economia capitalistica. Saggi scelti 1933-1970, Einaudi, Torino 1975.

[13]          G. Bracci, “Un ‘no’ contro la post-democrazia”, Eunews, 10/12/2016, goo.gl/wAlrnn.

[14]          Si veda il paper di F. Cattabrini, “Franco Modigliani and the Italian Left-Wing: The Debate over Labor Cost (1975-1978)”, History of Economic Thought and Policy, n. 1/2012.

[15]          G. Liguori, La morte del PCI, manifestolibri, Roma 2009, p. 10.

[16]          F. Cattabrini, op. cit.

[17]          Tra questi Augusto Graziani, la cui critica alla posizione della corrente maggioritaria del PCI è ben ricostruita nel paper di E. Brancaccio e R. Realfonzo, “Conflittualismo versus compatibilismo”, Il pensiero economico italiano, n. 2/2008.

[18]          R. Bellofiore e J. Halevi, “La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica”, relazione al convegno “La crisi globale. Contributi alla critica della teoria e della politica economica”, svoltosi a Siena il 26-27 gennaio 2010; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/6PFQJm.

[19]          A. Somma, “Governare il vuoto? Neoliberismo e direzione tecnocratica della società”, MicroMega, 29/7/2016.

[20]          Il cosiddetto “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia si consumò nel 1981, quando l’allora ministro Beniamino Andreatta, con una lettera indirizzata al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, pose fine all’obbligo da parte della Banca d’Italia di garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal Tesoro.

[21]          A. Somma, op. cit.

[22]          P. Mair, Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2016.

[23]          J. Halevi, “Europa e ‘mezzogiorni’”», PalermoGrad, 21/4/2016, consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/TfHmJa.

[24]          Il discorso di G. Napolitano è consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/ioaMJy. Nella stessa occasione, anche Luigi Spaventa, deputato indipendente eletto nelle liste del Pci, individuò con sorprendente lucidità i rischi derivanti dalla creazione del nuovo meccanismo di cambio: «Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna». L’intervento di L. Spaventa è consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/CLHFL6.

Sorgente: Non chiamatela crisi: è una guerra – Senso Comune

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