“Caricate!” urlò agli agenti del reparto mobile, saltando sul posto. “Caricate!” ripeté. Stava arrivando il corteo degli operai Thyssen che protestavano perché l’azienda voleva licenziare oltre 500 persone. In testa c’erano il segretario della Fiom Maurizio Landini e quello della Fim Marco Bentivogli.

Una garanzia per chi manifestava, ma anche per chi doveva garantire l’ordine pubblico. Eppure: “Caricate!” gridò il funzionario della questura che comandava quella squadra del reparto mobile.

Le prese anche Landini. “Non siamo delinquenti – disse poi, imbestialito – Non si mena chi è in piazza a difendere i lavoratori”. 

Mentre prendeva le manganellate il capo del sindacato dei metalmeccanici gridava: “Siamo come voi, che cazzo state facendo?”.

Ma ormai la carica era cominciata. Fu documentato, tutto, grazie alla telecamera di Zoro, che mandò tutto in onda a Gazebo, su Rai3. Una “carica a freddo”, la definirono i lavoratori.

In quelle immagini si vide anche il confronto tra Landini e il dirigente della questura, quello del Caricate!

Si urlarono in faccia, “Dimmelo prima!” rispose il superpoliziotto al capo della Fiom, prima di scomparire in una telefonata con chissà chi. Quattro manifestanti rimasero feriti e tra questi due sindacalisti, quattro agenti rimasero contusi.

La questura, quel 2 novembre 2014, spiegò poi che la carica di contenimento serviva a evitare che i manifestanti occupassero la Stazione Termini.

Caricate!: la voce è la stessa che ieri da piazza dei Cinquecento, durante lo sgombero dei migranti vicino alla Stazione Termini, è finita su tutti i giornali online.

“Se tirano qualcosa spaccategli un braccio” si sente dire in due video di fanpage.it e di Repubblica.it. Una frase sulla quale la polizia ha annunciato un’inchiesta interna, che il prefetto Franco Gabrielli tanto “grave” da “avere conseguenze”.

“Levatevi dai coglioni, carica, forza” si sente dire ancora una volta dalla stessa voce in un altro filmato pubblicato dal fattoquotidiano.it mentre i migranti scappano attraversando le strade, salendo e scendendo i marciapiedi delle fermate degli autobus, mentre viene superato da decine di agenti e una donna corre a fatica.

Le unità al suo comando, scrive l’Ansa, ieri sono state estromesse dal servizio nella seconda parte della giornata. Lui non risponde al telefono e ad amici e colleghi dice che non parlerà.

L’associazione dei funzionari di polizia parla di “strumentale clamore” nato da una “frase sbagliata”, pronunciata “dopo ore di tensione” e dopo che il poliziotto e i suoi colleghi sono stati “bersaglio di ogni oggetto contundente possibile, fino alle bombole di gas”.

Ma il “clamore” segue i servizi del funzionario di polizia non solo questa volta. Non solo con i migranti di piazza dei Cinquecento. Non solo con gli operai di Landini. I video di giornali e amatoriali lo mostrano in prima fila in altre due situazioni tra le più tese nella Capitale negli ultimi due anni.

A febbraio a riempire i giornali sono le proteste dei tassisti e i loro scontri con le forze dell’ordine. Al sesto giorno è una “carica di alleggerimento” ad allontanarli dalla sede del Partito democratico, in largo del Nazareno.

E’ stata una giornata carica di tensione, scoppiano bombe carta davanti a Montecitorio, volano bottiglie, finestre finiscono in pezzi, i tavolini dei bar rovesciati.

Il traffico in tilt, il centro nel caos. La carica arriva all’improvviso, alcuni tassisti – carichi ed “energici” fino a quel momento – non se ne accorgono, ma alla fine viene travolto tutto dal rullo dei manganelli. Qualcuno riesce ad allontanarsi in tempo, qualcun altro non ce la fa.

Due manifestanti finiscono a terra, la testa sanguinante, un trauma cranico. Vergogna, dicono i loro colleghi rivolti ai poliziotti, chiamate un’ambulanza. Il dirigente in borghese che si vede in quella parte di strada è il funzionario del Caricate!

Nel maggio 2016 le cronache di feriti, denunciati e cariche sono dal Campidoglio, dove a manifestare erano i movimenti per la casa, per le questioni annose che si ripropongono ancora oggi.

Sono le frange più estreme di chi protesta per l’emergenza abitativa. Il servizio d’ordine è difficile. La sede del Comune di Roma è difeso quasi all’ultimo metro dai poliziotti del reparto mobile, aiutati dal getto degli idranti.

I manifestanti resistono, spingono. Il funzionario esce dalla barriera degli agenti scudati, poi si sposta e sparisce di nuovo. Da lì, da quella parte, comincia la carica: finirà lungo la scalinata.

Ma non c’è solo Roma. E’ il primo dicembre 2012 e a Livorno, in piazza Cavour, risuona la sua voce che cerca di trattare con i partecipanti di un corteo non autorizzato, ma appena concluso. Una manifestazione di anarchici, antagonisti e No Tav, qualche centinaio di persone.

E’ un presidio che si trasforma in un serpentone che attraversa per poche centinaia di metri il centro della città: da piazza Grande alla statua di Cavour, appunto.

Un corteo senza permesso ma pacifico, in una zona pedonale, nelle vie dello struscio, concluso senza particolare agitazione.

Ma alla fine spuntano le camionette del reparto mobile. La cronaca di SenzaSoste, giornale dell’area antagonista livornese, rischia di essere parte.

Ma, al netto del tono, è difficile non riportarla per leggerla con gli occhi di oggi: “Arrivano le prime camionette che si fermano all’imbocco della piazza e fanno scendere i celerini già armati di manganello, scudo e casco.

Da questo momento in poi la ‘gestione’ della piazza viene presa in mano da un dirigente dall’accento romano visibilmente fuori di sé e intenzionato a provocare in qualsiasi maniera.

Si presenta di fronte ai manifestanti e inizia ad urlare che se non ci fossimo dispersi subito ci avrebbe caricato (e in sequenza: pestato-massacrato ecc). I dirigenti locali sono in evidente difficoltà, parlano poco e danno l’impressione di essere totalmente succubi di fronte agli ordini dell’esaltato che era lì presente”.

Le forze dell’ordine cominciano a identificare i partecipanti alla manifestazione, peraltro arcinoti alle forze dell’ordine. Ma qualcosa non va: a un certo punto i poliziotti del reparto mobile – scudo e manganello – si allargano come una macchia d’olio e caricano.

Un ragazzo di 18 anni rimane sotto i colpi, a rimanere ferita è la madre che cerca di proteggerlo dopo averlo visto soccombere. Per qualche minuto sono scene di guerriglia davanti allo sguardo attonito dei livornesi che passeggiano o fanno shopping.

Qualcuno di loro, anzi, chiede alla polizia di smettere, ché non c’è bisogno. Di lì a poco arrivano le ambulanze. Gli organizzatori useranno il giorno dopo le stesse parole degli operai della Thyssen: “E’ stata una vera e propria aggressione a freddo”.

E’ la prima di due giornate terribili per Livorno, le più difficili degli ultimi anni. L’indomani, di domenica, tutto degenera: la risposta si trasforma in vendetta.

Contro “le violenze della polizia” sfilano in 600 persone, ma 200 di loro arrivano ad assediare la prefettura. Pietre, mattoni, bombe carta: agenti e carabinieri devono riparare all’interno del palazzo del governo, sette di loro vanno all’ospedale.

Tempo dopo per quei fatti saranno condannati 21 manifestanti. Il sindaco Alessandro Cosimi (Pd) quel giorno resterà stupefatto: “Quello che è successo mi sembra che sia un passaggio di livello e non ha niente a che vedere con l’agibilità democratica della città”.