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E se in Libia l’opzione fosse militare? – huffingtonpost.it

huffingtonpost.it – E se in Libia l’opzione fosse militare? – di Maurizio Caserta Economista, Aldo Premoli Giornalista

Sì, no, forse. Il leader libico sulla sponda a ovest, Al Serraj avanza richieste, poi smentisce, e subito dopo ritratta la smentita: dettando però nuove regole. Il leader insediato in Cirenaica Bakshiar Haftar nel frattempo disconosce ogni autorità al suo interlocutore e lancia oscure minacce.

L’Italia intanto regala 4 motovedette alla Guardia costiera libica che le accetta ma, con qualche critica sulla loro fattura, mette a disposizione 5 pattugliatori di appoggio, ma poi deve fare marcia indietro: solo 2 navi ma non armate.

Non armata la marina militare? Cioè: armata ma solo al di fuori delle acque territoriali libiche. Si scopre poi che di militari italiani in Libia ce ne sono già, da tempo, la foglia di fico è quella delle “funzioni logistiche e di supporto tecnico”.

Quello che il nostro Paese si appresta a fare è un gioco molto pericoloso. La situazione è tale (gli sgambetti di Macron, la poca affidabilità degli alleati europei, la presenza sul suolo siciliano di una base militare come Sigonella) per cui opzioni alternative serie non se ne vedono.

I demagoghi di casa nostra che sbraitano in cerca di qualche voto in più lasciamoli stare. Resta il fatto che Fayez al-Sarraj che stiamo affiancando è un leader fantoccio (diciamo le cose come stanno per una volta) che non controlla nemmeno Tripoli, il luogo del suo insediamento.

E dunque ogni ipotesi è legittima. Come si porrebbe per esempio il problema da un punto di vista prettamente militare?

Si tratta di un’ipotesi, naturalmente, solo un’ipotesi. Che però serpeggia tra i militari a contatto con gli operatori Frontex, ultimamente forse più concentrati sulle modalità dei respingimenti piuttosto che dei recuperi.

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Per stabilizzare la situazione a Tripoli occorrerebbe un primo contingente composto da almeno una brigata di 13.000 uomini: non solo italiani ma di tutte le nazioni interessate a risolvere il problema. L’Italia come nazione leader dell’impresa avrebbe l’obbligo di almeno due battaglioni (8000 soldati) con un carico di costi annuali di almeno 1 miliardo e 300 milioni.

La brigata sarebbe indicata per la gestione della sicurezza della sole aree di Tripoli e Misurata e dovrebbe essere affiancata da un dispositivo navale robusto schierato anche in acque territoriali libiche: necessariamente su richiesta di un legittimo governo libico senza la quale un blocco navale si configurerebbe, per i regolamenti Onu, come un atto di guerra.

Per inciso: quando Calderoli rilascia dichiarazioni a questo proposito a nome del suo partito evidentemente non sa quel che dice.

In ogni caso si tratterebbe di un costo stimabile di 500 milioni all’anno per il nostro Paese. A cui aggiungere l’impegno degli altri paesi partecipanti per raggiungere la cifra di 3 miliardi l’anno da sostenere per almeno tre anni.

Il passo successivo: estendere il controllo anche alla Cirenaica e al Fezzan, (attualmente “governati” dal generale Haftar) renderebbe necessario l’incremento del numero di militari a due corpi d’armata (120.000 uomini) con un costo che raggiungerebbe i 15 miliardi di euro l’anno. Realisticamente le nazioni europee difficilmente potrebbero sopportare, per la stabilizzazione di un’area così ampia, costi del genere, con risultati tutti da verificare.

Sarebbe dunque necessario coinvolgere in questo l’Unione africana e gli Stati Uniti: questi ultimi, in questa partita (con particolare riferimento all’amministrazione Trump), senza nessun interesse a partecipare.

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L’ipotesi nuda e cruda dunque pare irrealizzabile. Però qualcosa sta già succedendo. La Francia, almeno a parole, si appresta a creare hot spot sulla costa libica: non si creano hot spot senza una presenza militare a terra, questo è evidente. Dalle basi di Sigonella (questo viene taciuto) 24 ore su 24 il Canale di Sicilia è monitorato attraverso l’uso di droni che partono tanto dalle piste appannaggio degli Usa che da quelle italiane.

Sigonella sta a 18 chilometri da Catania. Teoricamente è una base militare italiana, ma al suo interno albergano aree off-limits gestite direttamente dall’esercito statunitense. Da Sigonella si sono levati in volo caccia bombardieri o veicoli per il trasporto di truppe regolari (di recente, molto più di frequente di contractor) provenienti da oltre Atlantico utilizzati per raggiungere Gibuti o operare direttamente in Nord Africa e Medio Oriente. Da Sigonella i droni americani (con maggiore autonomia e costi ridotti rispetto a qualsiasi altro velivolo) sorvegliano ormai da anni il traffico marittimo nel Mediterraneo.

Gli Stati Uniti con il loro bizzarro presidente non hanno mai abbandonato il controllo di quest’area.

Un altro inciso. Doveroso. Che smentisce la favoletta degli italiani ben voluti dal popolo libico. Le tribù sahariane tra gli elementi identitari comuni (pochissimi in realtà) hanno l’odio comune per gli invasori di un tempo, quelli guidati dal generale Graziani di fascistissima memoria. Se c’è una cosa che può unire i capi tribù nel sabbione di cui governano i traffici è proprio l’allarme contro gli invasori di sempre.

Perché non c’è solo il problema dei migranti fonte di lauti proventi. Come sempre in sottofondo c’è il petrolio. Estratto dall’Eni legalmente, ma anche capace di fruttare a una rete non ben individuata di contrabbandieri (libici, turchi, siriani, Isis, mafia) sino a 1 milione di euro al giorno. Siamo alle solite, tutti a stracciarsi le vesti (contro o a favore) per dei poveracci che tentano la sorte in mare. E il petrolio? Be’ quello…

Va poi considerata la presenza militare dei nostri vicini francesi (possibili partner o concorrenti, ancora non è chiarissimo) in Africa. Al confine sud della Libia ci stanno il Niger e il Ciad che hanno una presenza stabile di un contingente della legione straniera francese. I trafficanti di uomini lo sanno bene e ci convivono in scioltezza. Anzi. La presenza dei militari francesi è considerata un vera e propria fortuna: li mette al riparo dagli attacchi di predoni lungo la rotta desertica per raggiungere la Libia.

La Legione è ufficialmente presente per combattere eventuali sacche di resistenza dell’Isis, non per contrastare gli schiavisti… La presenza militare francese in Africa è uno status consolidato. Figlia dell’epoca coloniale, è proseguita senza soluzione di continuità, e dal 2014 l’esercito francese è presente anche in Mauritania, Mali, Burkina Faso, tutti paesi situati nella fascia sahelo-sahariana che taglia orizzontalmente l’intero continente. Allo stesso tempo la Francia mantiene altre missioni a carattere militare in Africa, ad esempio nella Repubblica Centrafricana e il presidio navale nel trafficato golfo di Guinea. Come si vede ben altro radicamento rispetto a quello del nostro Paese.

E per finire va considerato l’annuncio di Jean Claude Junker presidente della Commissione Europea. 100 milioni di Euro e 500 (!) “funzionari esperti in supporto al lavoro che l’Italia deve svolgere per sveltire le pratiche di rimpatrio”: questa la versione ufficiale. 500? Per le pratiche di rimpatrio o per rinfoltire i ranghi di Frontex a Tripoli? Definire civili il personale di Frontex si sa è un eufemismo. Si tratta di individui ben addestrati a ogni evenienza.

A sua volta potrebbero essere protetti da 2-3000 militari capaci non solo di difendere anche gli hot spot da costruire sulla costa, quelli annunciati qualche settimana fa da Macron; ma anche Serraj da eventuali sgradevoli avventure del collega-rivale Haftar he tra le tribù qualche combattente fedele ce l’ha per davvero. Si tratterebbe di truppe di terra impegnate in pattugliamenti congiunti con le truppe di Tripoli. Truppe di provenienza mista (contingenti provenienti da Paesi Ue) ma inevitabilmente sotto comando dei francesi.

Ma anche questa è un’ipotesi. Pura speculazione s’intende…

Sorgente: E se in Libia l’opzione fosse militare?

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