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Layla, Isis e la misura della salvezza – Corriere.it

Ho per le mani un libro. Si intitola «Love and Survival», l’ha scritto Dean Ornish, un medico che ha studiato a Harvard. Lo sfoglio e penso a quanto una guerra si collochi all’opposto dell’amore. La guerra nega l’amore, lo combatte, prova a smantellarlo. Ma d’altra parte, l’amore aiuta a sopravviverle. L’amore per il proprio figlio, fratello, padre, per il compagno d’armi, la comunità; l’amore per una memoria condivisa; l’amore per la vita.

«Non sono mai stato tanto attaccato alla vita» scriveva Ungaretti nelle trincee della Grande Guerra, un verso scolpito sulla carne di chiunque sia dentro a un conflitto. Mi viene in mente questo, rigirando tra le mani un libro scritto per dimostrare che l’amore allunga la vita. E subito rammento una studentessa incontrata il mese scorso all’ateneo di Mosul, dove questo libro è destinato. Layla, ricordo, aveva visto la nostra telecamera accesa e mi aveva detto: «non riprendetemi, mio marito si arrabbierà!». Lo aveva detto sorridendo, nessun risentimento verso chi era venuto a frugare senza permesso oltre quel viso regolare, dentro i suoi sogni; né verso quel marito che le consentiva di frequentare il campus, certo, ma farsi intervistare da una tivù straniera giammai.

Layla era tra le centinaia di ragazze e ragazzi tornati a lezione nell’università liberata dall’ISIS. Per entrare a incontrarli è la solita gazzarra dei permessi che conosciamo bene – che tu, o meglio il tuo interprete, si è fatto in quattro per procurarsi, ma che non sono mai quelli giusti. Perché negli stati falliti l’autorità non c’è più e la sola regola è l’assenza di regole, sono gli strappi che ti vengono concessi dopo una litania di indignazione e preghiere – shukran! Dentro il potere assoluto, tu vieni angariato e devi pure ringraziare. Superati i cancelli –shukran! – è un via vai di studenti, un turbinio di colore. La guerra è monocroma. Le poche eccezioni – una fioritura primaverile di papaveri che vidi dentro il grigio ossessivo di Bab-Amro, a Homs, un palloncino rosso sfuggito alla battaglia color fuliggine di Aleppo – non fanno che esasperare la desolazione del paesaggio.

Dentro il campus riaperto, invece, ci sono veli e sorrisi; celati dietro i quaderni, volti divertiti da questo incontro inaspettato con stranieri che per una volta non sono foreign fighters. E le chiacchiere si attardano sui cancelli all’uscita, ora che non ci sono più le bombe: in guerra si socializza per sopravvivere – là trovi l’acqua, di qua puoi fuggire – la pace è stare insieme per dirsi che sì, è davvero finita. I crateri nei viali e gli edifici collassati ricordano che non è un’università come le altre. Ma gli studenti sono come nel resto del mondo, anche se questi studenti, addosso mascherina e camice bianco, sono intenti a ramazzare via montagne di cenere, sostituire vetri andati in frantumi, ravvivare con mani di vernice lo smalto dei banchi. Provare a catalogare ciò che rimane, della biblioteca di Mosul.

L’Isis che ha in odio tutto ciò che è sapere diverso dalla sua delirante narrativa, entrando a Mosul chiuse facoltà – via l’arte, la musica, la psicanalisi, il diritto. Poi prese d’assalto la biblioteca, bruciò i libri – pochissimi quelli che si sono salvati. Ora invece Layla, che il marito non vuole vedere in televisione, almeno può andarci all’università: la donne del califfato da sole non potevano uscire. E anche i libri ritornano, come i disegni sugli album degli studenti d’arte – che per paura, nei tre anni di stato islamico, disegnavano solo paesaggi, anche dentro casa. Un giorno un soldato mi disse che se hai la fortuna di trovarti a 25 metri di distanza da un kamikaze, puoi sopravvivere alla sua cintura esplosiva. Ignoro come sia arrivato, quel soldato, a calcolare l’esatta misura della salvezza.

Sorgente: Layla, Isis e la misura della salvezza – Corriere.it

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