Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

«La polizia fa il suo lavoro, politica non deleghi tutto» – roma.corriere.it

roma.corriere.it – L’INTERVISTA – Franco Gabrielli: «La polizia fa il suo lavoro, la politica non deleghi tutto Terrorismo, rischi più alti: dobbiamo integrare gli immigrati». Il capo della polizia, Franco Gabrielli: «Nessuna sospensione degli sgomberi, né via libera agli sgomberi » – di Giovanni Bianconi

«Non c’è alcuna sospensione degli sgomberi, né un via libera alle occupazioni degli immobili», spiega il prefetto Franco Gabrielli. Qualche stanza più in là, i collaboratori del ministro dell’Interno stanno ultimando la Direttiva sugli interventi di ordine pubblico di fronte all’emergenza abitativa, ma il capo della polizia chiarisce: «Tutto è in perfetta coerenza con le indicazioni già fornite dal ministro Minniti e contenute nella legge approvata ad aprile. Non ci sono cambiamenti, ma la conferma di un percorso che prevede l’uso della forza solo dopo aver esperito tutti gli altri tentativi».

video – sgombero a Roma, scontri tra migranti e agenti

Sgombero migranti in piazza Indipendenza a Roma

L’intervento delle forze dell’ordine come extrema ratio?
«Sì, ma cambiando prospettiva: il problema non è evitare gli sgomberi, bensì le occupazioni; impedire che si realizzino e si consolidino nel tempo. È così che si salvaguardano i diritti.

E per fare questo sono necessari interventi e politiche sociali che non riguardano le forze di polizia. Noi siamo chiamati a intervenire quando l’emergenza è già in atto, e spesso per eseguire ordini impartiti da altri, come nel caso del palazzo di via Curtatone a Roma».

video – Il poliziotto della frase choc e quell’ordine di tre anni fa

Proprio per evitare episodi simili sono state annunciate novità…
«Si tratta di principi già contenuti in una Direttiva ministeriale di luglio. Prima di procedere con la forza pubblica bisogna affrontare le situazioni di criticità e fragilità sociale offrendo opportunità alternative a chi ne ha diritto, e questo è un compito che spetta principalmente agli enti locali. Si tratta di un percorso collettivo, nel quale ciascuna amministrazione deve assumersi le proprie responsabilità; noi siamo pronti a fare la nostra parte, e se alla fine restano da rimuovere situazioni di illegalità, noi continueremo a fare la nostra parte».

video – Sgombero piazza, i profughi dispersi con gli idranti

Sta dicendo che altri non la fanno?
«Sto dicendo che quando un’emergenza arriva sul tavolo del questore è già tardi, perché significa che l’uso della forza è quasi inevitabile. Le amministrazioni locali, e dunque la politica, non possono delegare tutto alle forze di polizia, perché certi problemi, prima che di ordine pubblico, sono problemi sociali, che non si possono scaricare sulle forze dell’ordine, facendole diventare oggetto di strumentalizzazione e scontro tra chi solidarizza con loro e chi le attacca. Io non voglio sottrarmi alle mie responsabilità, ma evitare che la polizia diventi la foglia di fico per coprire problemi che non ci competono».

video –  Corteo anti-sgomberi a Roma, i migranti: siamo solo scappati dai nostri…

Ma a via Curtatone era necessario intervenire come siete intervenuti?
«L’intervento andava fatto, però non c’è stata sintonia tra chi doveva eseguire lo sgombero e chi doveva trovare le soluzioni alternative. Alla fine ci si è concentrati sulla frase sciagurata di un poliziotto, ma io credo che se è grave, gravissima quella frase, è ancora più grave il comportamento di chi ha consentito che la situazione degenerasse fino a quel punto, con 800 persone costrette a vivere in condizioni sub-umane e senza diritti».

video – Piazza Indipendenza, i lividi e i racconti delle donne colpite…

Alcuni delle quali trafficavano in affari illeciti, pare emergere dalle indagini.
«Un contesto di illegalità genera sempre altre illegalità. Il problema è evitare che questo accada e si consolidi nel tempo. Lo dico perché da prefetto di Roma me ne sono occupato, e insieme al commissario straordinario avevamo intrapreso una strada che non sembra aver avuto seguito».

E da capo della polizia, che provvedimenti prenderà contro il dirigente che ha detto ai suoi uomini «se tirano qualcosa spezzategli un braccio»?
«Io ho subito stigmatizzato quell’espressione, e ho parlato con il collega; lui stesso ha riconosciuto ha avuto un’uscita di senno e ha manifestato di ritenere opportuno cambiare incarico. Non penso che vada crocifisso né che vada disconosciuto un passato che è certamente migliore di quell’affermazione, tuttavia l’istituzione che dirigo deve essere credibile, e dunque posso dire che in futuro quel dirigente sarà impiegato in altre attività, diverse dalla gestione dell’ordine pubblico».

Mentre parliamo, dalla periferia est di Roma arrivano notizie di tensioni e scontri attorno a un centro di accoglienza per migranti, ora presidiato dalla polizia. C’è il rischio che la situazione possa degenerare?
«Io mi auguro che questo non accada, ma bisogna analizzare le singole situazioni e affrontarle tenendo conto delle sensibilità e delle esigenze di tutti. Anche di chi fa discorsi che suonano populisti o xenofobi: attenzione a banalizzare tutto, anche perché certi atteggiamenti sono trasversali, riguardano ogni fascia sociale e area politica. Non sempre c’è la distinzione netta tra il razzista cattivo e l’umanitario buono, in mezzo ci sono mille sfumature che non si possono ignorare. Esiste perfino una percezione collettiva per cui gli immigrati di colore sono più pericolosi di quelli dell’Est, sebbene statisticamente quelli dell’Est commettano un maggior numero di reati; ciò ovviamente non giustifica nulla, né è pensabile che si possano fare distinzioni sul colore della pelle, ma sono realtà con cui dobbiamo fare i conti».

Anche lei, come il ministro Minniti, ha temuto per la tenuta democratica del Paese di fronte all’ultima ondata migratoria?
«Quel timore è stato reale e io l’ho vissuto in diretta. Di fronte a un fenomeno che sta diventando strutturale ci possono essere reazioni difficili da gestire. Anche per questo mi auguro che i temi della sicurezza, sempre più spesso legati al problema dell’immigrazione, non diventino argomenti da campagna elettorale per alimentare le divisioni. Se argomenti sui quali dovremmo impegnarci tutti diventano terreno di scontro politico, sarà un danno per il Paese».

Come si possono evitare i rischi che anche lei sta evocando?
«Intanto abbandonando l’illusione che ci ha accompagnato fino al 2015, e cioè che fosse una situazione transitoria in attesa che i migranti andassero altrove; si aspettava che passasse la nottata, ma la nottata non passerà. Si può provare a calmierare i flussi, come sta facendo il ministro, e si può tentare di favorire i rimpatri, sapendo però che spesso i Paesi d’origine non vogliono indietro i loro cittadini, i quali dall’estero mandano soldi a casa. Dobbiamo essere consapevoli che una quota importante resterà da noi».

E quindi?
«Quindi bisogna procedere con l’integrazione, e se ci sono realtà e territori refrattari trovare il modo di far capire che non c’è alternativa. A parte coloro che hanno diritto alla protezione internazionale, ci sono etnie che non otterranno mai lo status di rifugiati e sono destinati a restare illegalmente; per impedirlo, se non si riesce a ottenere i rimpatri, non resta che l’integrazione, che peraltro è un’opportunità da utilizzare per salvaguardarci dalla criminalità e dal terrorismo».

In che senso?
«L’illegalità porta a commettere reati, diventa terreno di reclutamento per le organizzazione criminali ma anche per il terrorismo di matrice religiosa. L’adesione alla propaganda jihadista, molte volte, prima ancora che una causa di pericolo per noi è un effetto di una mancata integrazione sociale; l’aspetto religioso diventa quasi un corollario di situazioni di marginalità e disagio che non trovano altre risposta e diventano espressione di sfida e ribellione. Basta esaminare le storie dei terroristi che hanno colpito in Europa per capire che molti di loro si sono rifugiati nella follia jihadista in assenza di radici e possibilità di inserimento».

A proposito di terrorismo, dagli attentati di Barcellona emergono segnali che possono riguardare l’Italia?
«Non credo ci sia un automatismo legato all’area geografica del Mediterraneo, per cui dopo la Spagna tocca all’Italia; del resto nel 2004 Al Qaeda colpi a Madrid e l’anno dopo al Londra. Però è vero che l’area dei Paesi colpiti si è ulteriormente allargata, e l’Italia è rimasta uno dei pochi ancora immuni: ciò potrebbe renderci in qualche modo un bersaglio ancora più appetibile. Da questo punto di vista il rischio potrebbe aumentare, anche perché restiamo un Paese di grandissima carica simbolica».

Dunque dobbiamo avere paura?
«Dobbiamo essere consapevoli del pericolo, e stiamo mettendo in campo tutte le forze possibili per ridurre il rischio e limitare eventuali danni. Ma dobbiamo anche guardarci da un danno psicologico che potrebbe andare addirittura oltre quelli materiali: cambiare le nostre abitudini e piegare il nostro modo di vivere nel timore di un attentato. Perché noi vinceremo questa partita com’è successo con il terrorismo interno e quello mafioso, anche se dovessimo pagare qualche prezzo, ma non dobbiamo cedere al ricatto della paura. E’ quello che vogliono questi terroristi, e non dobbiamo concederglielo».

Roma, gli accampati di San Pietro. Tra pentole, sacchi a pelo e stendino

video – L’accampamento dei clochard tra San Pietro e Castel Sant’Angelo

Sorgente: Corriere della Sera

Spread the love
  •  
  •   
  •   
  •   
  •   
  •  
  •  
468 ad
< >

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *