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«Io trafficante di coca a Milano: qui vendo da Dio, anche ai vostri figli» – milano.corriere.it

milano.corriere.it – Lo spaccio e i clienti. – «Io trafficante di coca a Milano: qui vendo da Dio, anche ai vostri figli».

– Milano è l’11esima città in Europa per consumo di cocaina. Secondo l’Osservatorio europeo dell’Ue sulle droghe e la tossicodipendenza nel 2016 nel capoluogo lombardo sono stati consumati 306,6 milligrammi ogni 1.000 abitanti

A quest’uomo, un italiano (grosso) trafficante di droga, il «Corriere» è arrivato attraverso dritte investigative miscelate con voci sparse. A Milano in alcuni quartieri le storiche famiglie criminali si sono frantumate, in altri la situazione resta cristallizzata   di Andrea Galli

«Guardalo». Capelli rasati a zero, una grossa voglia sulla pelata, pantaloni a pinocchietto, scarpe da tennis da duecento euro, vent’anni. «È un mio cliente. Prende droga con regolarità.

Guarda

Mi ha chiesto un etto». Di già, a quell’età? «A me delle singole caratteristiche non frega niente. L’importante è mettersi d’accordo.

E rispettare tre comandamenti: qualità, fiducia, pagamento. La qualità ce la metto io, la mia droga vincerebbe i premi delle analisi di laboratorio tant’è buona. Per le altre due cose, valgono una stretta di mano, guardarsi negli occhi e non sgarrare».

La sua stretta di mano è secca e solida senza successive contorsioni da rapper; lo sguardo è puntato su chi ha davanti, ed è uno sguardo rilassato salvo fucilate d’intensità rabbiosa. Succede quando il cellulare suona in continuazione.

Mezza età, tuta blu con le righe sui lati, fisico massiccio, i muscoli nascosti dai tatuaggi, alcuni ben fatti e altri meno: non per forza i secondi son quelli vergati in galera, dove ha vissuto un terzo d’esistenza: «Se come me sei protetto e stai sotto l’ala di capi importanti con i quali hai lavorato, non succede niente. O meglio: devi comunque farti rispettare.

Una volta entrai in cella, volevo il letto di sotto e il detenuto presente si rifiutò di darmelo. Gli spaccai tutti i denti. Una bocca nuova, gli serviva. Mi sciroppai l’isolamento punitivo. Ma al ritorno quello mi concesse il letto, che rifaceva ogni mattina, e in più cucinava per me».

A quest’uomo, un italiano (grosso) trafficante di droga, il Corriere è arrivato partendo da dritte investigative miscelate con voci sparse in quartiere; e a Milano in alcuni quartieri le storiche famiglie criminali si sono frantumate, eliminate da omicidi e inchieste, ma in altri la situazione resta cristallizzata.

Si domanda e magari, passando di persona in persona, di richiesta in richiesta, si ottiene un incontro, a patto però di rispettare l’accordo (stretta di mano, guardarsi negli occhi, non sgarrare).

I boss in ferie

A luglio e agosto andavano in ferie i terroristi delle Brigate rosse: blitz decisivi furono condotti proprio d’estate, diminuivano le sentinelle e s’allentava la tensione. «Io importo grandi quantità, per lo più di cocaina. Tratto anche l’erba, ma i soldi li fai con la coca. Non vendo al dettaglio: ho delle batterie di ragazzi, testati.

I prezzi variano; in ogni modo, in media, tra settembre e dicembre l’acquisto di un chilo mi costa sui 36mila euro.

In questi giorni il prezzo è sui 42 mila, perché l’importazione rallenta e molti fornitori sono al mare a riposare, per la cronaca di solito in Romagna. Meno disponibilità, maggiori spese. Le richieste mica variano, vacanze o non vacanze.

Dopodiché di soluzioni ne hai: puoi andare direttamente in Albania a prenderla alla base e assumerti i rischi di trasportarla a Milano, organizzando il servizio con i gommoni, lo sbarco in Puglia, la risalita… Serve tanta gente, la gente devi pagarla e alla fine non vale la fatica.

Volendo, sempre dall’Albania, puoi farti l’ex Jugoslavia, ma con la storia di ’sti immigrati del c…, le frontiere controllate eccetera, è da stupidi imbattersi in un’avventura del genere». Passano quattro ragazzi africani, ciabatte, cellulare, canotte da basket. «Non ce l’ho con loro in generale.

Ma un tempo, senza stranieri, era diverso: c’erano accordi tra gentiluomini e stavi sicuro che rischi non ne correvi. La parola data era bibbia». Forse dimentica le mattanze, la Milano calibro 9 e la Milano violenta degli anni Settanta.

«Di finire sparato lo metti in conto, come di andare in prigione. Sennò diventi impiegato statale e stai col c… sicuro fino alla pensione. Intendo dire, esiste una specie di codice di comportamento. Se righi dritto, campi; in caso contrario, t’attacchi e amen».

 Dall’impero a zero

Due rolex, uno per polso. «Uhhh… Ne avevo cinquanta. Al massimo della mia potenza. Gli orologi, le macchine di lusso, tutte le donne dei night che volevo, quando volevo…

Insomma il classico stereotipo che scrivete sui giornali: lusso, prostitute, champagne e Ferrari. Ecco, poi ti arrestano e ti levano fino all’ultimo centesimo e sei a zero».

Diventa difficile, e forse esercizio retorico, introdurre domande sulla legalità, sul reinserimento sociale, perché «tanto sono andato al gabbio la prima volta a sedici anni, la mia strada l’ho imbeccata lì, questo so fare e questo faccio.

E non è facile, devi stare dietro alla concorrenza. Adesso s’è aperto un nuovo canale dalla Bulgaria, e parliamo ugualmente di cocaina di ottimo livello. Quella che cercano i clienti ricchi. Il campionario lo sai, è il solito: l’avvocato, il professore, il notaio. Per me non fa differenza. Se paghi, vendo. Ma devi pagare.

Mi dici che saldi mercoledì? E dev’essere. Non rispetti la scadenza? Oltre a perdere i connotati, perdi punti. E se perdi punti, ti allontani dal giro vero. Ti tocca ripiegare. Dove vai? Vattene in corso Como, dagli africani, che ti danno palline di cocaina che manco sono cocaina, fatte su con la carta igienica, una mer… totale».

Sottoterra

Gli stessi di corso Como «anni fa comandavano in viale Monza. Li han cacciati e hanno cambiato posto. Hai in mente i paninari davanti ai locali? Ti vendono la cotoletta e anche la cocaina, basta chiedere. La droga entra nelle discoteche grazie a quelli della security, al dj, all’elettricista.

Vogliamo credere alla favola della tolleranza zero? Non scherziamo. Dieci chili, a me, durano dieci giorni, la verità è questa.

Se la bruciano, c… Se la fulminano… Basta piazzare i chili alle persone giuste, mediatori che la frazionano mettendola sul mercato. Mezzo grammo di coca lo compri a cinquanta euro. Fai i calcoli di quant’è, per me, la resa. L’infinito.

A Milano si sono messi in movimento anche i sudamericani, cioè gli ecuadoriani che trattano coca in polvere. Fa schifo, se la vendono tra loro. Non è gente per forza sgamata, la beccano subito.

A Milano lavori da Dio, è la città perfetta perché tutto tace e corre sotterraneo… Ma nessun’altra città ha una madama come questa. Sbirri ovunque. Poliziotti e carabinieri in borghese, mastini che ti assillano, ti assillano, ti assillano…

E le telecamere: in tutti gli angoli, filmano a 360 gradi. Qui c’è il Grande Fratello, e non a caso ci si sta spostando verso l’hinterland, nei paesi tranquilli, più vergini, più ingenui.

La droga viene nascosta fuori in campagna, quattro metri sottoterra, in contenitori ultra-tecnologici, con isolamenti termici. Addosso a me, nel mio appartamento, nel garage, non troverai un grammo. Scrupoli di coscienza?

Io, ripeto, non vendo al dettaglio, non so a chi finisce la coca. Se mi parli di eroina, è diverso. Qui, nel quartiere, non la voglio. Non deve girare. È immondizia. Accompagnavo un amico al bosco di Rogoredo. Ho smesso.

Del bosco, per le dinamiche tra clan stranieri, l’organizzazione militare dei marocchini, per tutto quello di infernale che avviene dentro, dobbiamo parlare. Ma non oggi. Ho finito il tempo, scusami. La prossima volta. Sempre che mi lascino in pace evitando di mettermi cimici anche nello scooter, io qua sto».

Sorgente: Corriere della Sera

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