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Gli alberi che raccontano il Giappone – La Stampa

lastampa.it – Gli alberi che raccontano il Giappone. Viaggio nel Sol Levante dove canfori e ciliegi millenari vengono protetti e venerati come simboli di una civiltà  –  tiziano fratus

Da vent’anni sognavo di toccare il Giappone. E’ una sindrome sbocciata da ragazzino, quando iniziai ad ascoltare musica e a leggere romanzi e saggi e fumetti e a cercare i film che parlassero di questo curioso e distante mondo composto di isole, spade, codici e dipendenze ipertecnologiche. Mishima, Yoshimoto, Kawabata, Tanizaki, Ozu, Sakamoto, Pizzicato Five, Kenshiro, Suzuki, Kitano, Murakami…

Il primo premio Nobel della letteratura che incontrai fu Kenzaburo Oe, alla Statale di Milano, nel 1996.
La visione di quell’uomo fanciullesco, gli occhiali tondi, i modi spigliati e vivaci, capace di scrivere storie di sottomissione e sconfitta umana, rinforzò l’instabile sogno di poter diventare, a mio modo, un giorno, uno scrittore.

Le stagioni si sono sovrapposte, due decenni sono sfumati e il viaggio che quest’estate sono riuscito ad imbastire è diventato un pellegrinaggio da dendrosofo: cercare, individuare, ammirare grandi alberi e foreste vetuste.

I canfori e i ciliegi millenari che crescono accanto ai templi, i parchi di Tokyo, il Padiglione d’oro a Kyoto, il Fuji, le collezioni di bonsai del villaggio di Omiya, l’isola-foresta di Yakushima, a Sud dell’arcipelago, laddove vegetano gli alberi più annosi del paese e dove il regista Hayao Miyazaki ha tratto ispirazione per le sue potenti animazioni. I giapponesi venerano i fiumi, le montagne, le volpi, gli alberi e gli altri elementi naturali.

TOKYO – Il rigore del Giardino Rikujien  

 La prima tappa ha come scenario la vastità architettonica e umana della capitale, una conurbazione popolata di quindici milioni di persone, un quarto della popolazione italiana.

Nonostante la fame di spazio che fermenta in una città così vasta e popolata, nella metropoli di Tokyo i giardini e i parchi non mancano. Frequentati sono i parchi di Ueno, Yoyoji, i prati alberati e ordinatissimi che separano la città dal palazzo imperiale, i giardini botanici Koishikawa e il parco Gyoen a Shinjuku.

Incantevole è il Giardino Rikujien, realizzato nel 1702 da Yoshiyasu Yanagisawa, fedelissimo del quinto Signore dei Tokugawa. Venne donato nel 1938 alla città. E’ un giardino di paesaggi, al suo interno vi erano state ricostruite 88 stazioni (ma ne sopravvivono soltanto 32) che corrispondono ad altrettante vedute di paesaggi dell’intero paese.

E’ un giardino estremamente curato, i ponticelli, le carpe di colori vivaci, i pini trattati come giganti bonsai, perfettamente ordinati e i rami accompagnati da singoli sostegni. Alcuni ciliegi e pruni notevoli.

Per quanto ammirato mi sono ricreduto a proposito della supposta “superiorità estetica” di questi giardini, che non eguaglia la diversità paesaggistica e architettonica e arborea dei giardini europei, tantomeno di molti giardini italiani, i quali offrono una biodiversità, se vogliamo, un ingegno, che qui in Giappone non esiste. La formula è quasi sempre la stessa e viene ripetuta certo con estremo rigore, a noi estraneo.

ZENPUKU-JI – Il ginkgo biloba vecchio 800 anni  

 Migro nella zona meridionale della città, a Minato, esco alla stazione della metro Azabu-Juban e si procede fino al tempio di Zenpuku-ji, fondato nell’824 da Kobo Daishi, uno dei primi predicatori del buddismo in un paese al tempo ancora profondamente scintoista.

A lato del portale d’ingresso si manifesta la vasta chioma dell’albero che sto cercando, il più annoso ginkgo della città. Il gingko (jin kuo vuol dire albicocca argentata) ha una chioma molto larga, alta una ventina di metri.

Quel che mi colpisce è la dimensione della base, la massa di crescite e concrescite che si ammira lì sotto è notevole, in Europa non abbiamo nulla del genere. Un ventre ampio si manifesta, l’unico altro esemplare che avevo visto, ma in foto, di pari vastità, cresce da un migliaio di anni nella città di Aomori.

Dai rami pendono colature lignee, ricordano le stalattiti delle grotte, come se la corteccia si fosse disciolta e rappresa. Per questa ragione il nome locale è Sakasa Icho, ossia ginkgo su-e-giù.

L’albero cresce in un terrapieno rettangolare circondato da una ringhiera, girandoci intorno si può comprendere che si tratta di più crescite che si sono addossate e rigenerate.

La parte retrostante è «scottata» dalle fiamme degli incendi provocati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Lo misuro: 12 metri e 30 cm, a petto d’uomo.

ATAMI E KAGOSHIMA – I canfori della leggenda protetti dalle divinità  

 Atami è una città modernissima ad un’ora di treno veloce da Tokyo, un trenino traghetta alla stazione di Kinomiya, pochi passi e c’è l’ingresso ai templi. Nei boschi di quest’area, anticamente, si veneravano gli dèi che abitavano i tronchi degli alberi. Il tempio principale è sorto per venerare tali presenze.

Cinque canfori molto vecchi sono stati abbattuti nel 1859, quando il villaggio dovette pagare nuove tasse, mentre una leggenda riguarda il maggiore «Ookusu»: quando si stava per tagliarlo è apparso un vecchio uomo dai lunghi capelli bianchi che si frappose fra le lame e il tronco. Era un messaggio delle divinità? L’albero venne risparmiato.

Ora lo raggiungo.

Si staglia alle spalle del tempio, nelle due ore che trascorro a girarci intorno, a osservarlo nel cambio di luce, nel suo pezzo di foresta che lo protegge dai venti e dalle intemperie, ho modo di vedere centinaia di giapponesi che lo visitano, lo ringraziano, lo toccano commuovendosi. Accarezzare un grande albero è presagio e augurio di longevità.

Giorni dopo, sotto la pioggia insistente, parto da Kagoshima, la Napoli del Giappone, raggiungo Aira dove un taxi mi accompagna all’ingresso del tempio di Kamou: vi cresce il più largo albero del Giappone, un gigante alto 30 metri e dal tronco di 33 metri e mezzo di circonferenza. 1500 gli anni stimati.

GIFU – Il patriarca che fiorisce nel cuore della tradizione  

 Nella campagne della prefettura di Gifu, a nord di Nagoya, snodo ferroviario fra Tokyo e Osaka-Kyoto, riesco a individuare una ferrovia privata che conduce a Tarumi, località della cittadina di Motosu. Un viaggio nel viaggio. Quando si dice toccare il vero Giappone, quello che assomiglia ai manga e ai film.

Campi coltivati a riso, abitazioni tradizionali, uomini che si riparano dal sole sotto larghi cappelli di paglia. Ma pochi animali, a parte gli uccelli. Incontrerò tre cani, due gatti, un daino e alcune scimmie, in tutto il viaggio.

A Tarumi per fortuna incontro un turista che conosce quattro parole d’inglese e riesco a capire come raggiungere la collina – le indicazioni sono soltanto in giapponese – sulla quale si erge il grande ciliegio, uno dei tre millenari del paese. Non il più vecchio, comunque un lord di circa 1300 anni.

Nel periodo della fioritura dei ciliegi viene visitato da migliaia di persone. Ora si manifesta come un grande albero con decine e decine di rami sostenuti da pali in legno. Provo a contarli: forse 38, forse 42, forse 40. Al 2009 le sue misure sono queste: lunghezza chioma 30 metri, circonferenza del tronco centrale 11,52 mt.

Provo a immaginare i volti luminosi degli anziani visitatori che qui vengono a ricordare la gioventù che hanno vissuto.

ISE – Adorare tronchi e rami nei templi scintoisti  

La storia del Giappone è intrisa di spiritualità. Oltre al Giappone dei samurai, delle spade e del sangue, degli intrighi e delle geishe, scintoismo e buddhismo sono le due maggiori religioni.

I due templi di Ise sono il centro dello scintoismo, una religione densa di leggende e di fecondazione con le figure del bosco e della natura. Vennero probabilmente iniziati nel 690 d.C., e sono citati nei testi basilari della cultura nazionale, quali il Kojiki e il Nihon Shoki. C’è un tempio detto interno, Ise Jinko Naiko, e uno esterno, Ise Jinko Geko.

Costituiscono un unico vasto aggregato di templi, con molti santuari dedicati a varie divinità, anzitutto alla dea del sole Amaterasu, e alla dea dell’agricoltura Toyouke.

I templi fondativi sono nascosti alla vista, e inaccessibili al turista. I due siti si trovano a sei chilometri di distanza e sono circondati da veri e propri parchi, con alcuni esemplari maestosi di canforo e di crittomeria.

Il più grande è una crittomeria a Naiko, stimata fra i 500 e i 670 anni, accanto alla quale molti visitatori si fermano a pregare e l’accarezzano, poiché presagio e augurio di longevità.

Le donne, soprattutto, si abbandonano all’abbraccio, ho potuto constatarlo ripetutamente, qui come a Konomiya o a Yakushima. I due templi principali e il ponte vengono ricostruiti ogni venti anni, utilizzando gli alberi delle foreste preservati anche a tale scopo.

YAKUSHIMA – L’isola-foresta che ha ispirato Miyazaki  

La pronuncia è Iak-scimà. L’isola si trova a 4 ore di traghetto dal porto di Kagoshima. Giorni di mare agitato. Il vulcano che cresce in fronte alla città è nascosto dalle nubi. L’isola è circolare, dominata dalle foreste che ricoprono le cime e sfiorano i duemila metri.

La specie prevalente è la Cryptomeria japonica, qui con esemplari superiori ai 2500 anni, e taluni presumono addirittura 7000 anni. Qui il regista Hayao Miyazaki ha tratto ispirazione per le sue potenti animazioni.

Uno dei primi stranieri in visita fu il botanico inglese William Wilson, che qui venne nel 1914 a riconoscere il valore dei grandi alberi, in un secolo sono diventati attrazioni turistiche, fra gli alberi più ambiti dal cercatore d’alberi planetario. Le conifere mature vengono chiamate «sugi».

Nei giorni di pioggia costante riesco a visitarne soltanto alcuni, fra i quali il maestoso Nanahon, un monaco ricoperto di muschi e avvolto dalle nebbie. Un altro è Yahoi, 3000 anni.

Non riesco a raggiungere il più noto, Jomon (vuol dire «preistoria»). La densità della foresta tropicale. La quantità di acque che fuoriescono.

Le cortecce color sabbia, graffiate, che si proiettano nel cuore della foreste e nel mare dei muschi che imperano. Si cammina lungo le antiche ferrate usate dai boscaioli per portare in basso il legname.

Sorgente: Gli alberi che raccontano il Giappone – La Stampa

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