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Giù le mani da padre Zerai, angelo custode dei profughi africani – huffingtonpost.it

huffingtonpost.it – blog – Giù le mani da padre Zerai, angelo custode dei profughi africani  Umberto De Giovannangeli Giornalista, esperto di Medio Oriente e Islam

La sua storia pubblica parla per lui. Per un sacerdote coraggioso, che ha sposato la causa dei più indifesi.

Da anni si batte per aiutare migliaia di disperati a fuggire dall’inferno di guerre, pulizie etniche, regimi sanguinari, povertà assoluta, sfruttamento disumano, disastri ambientali.

Per questo, don Mussie Zerai era stato candidato al Nobel per la pace nel 2015. Ed ora si vede accusato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

Il politically correct porta a dire: fiducia nella magistratura, che faccia il suo corso. Ma la storia non può essere riscritta in un’aula di tribunale.

Zerai è l’angelo dei profughi africani: da almeno otto anni il sacerdote di origine asmarina riceve chiamate a ogni ora da migranti in difficoltà lungo le rotte africane e in mare.

E lui segnala. Lo faceva quando era studente nel collegio etiopico in Vaticano, lo fa ora in Svizzera dove è cappellano della comunità eritrea.

“Certo che invio messaggi alle Ong – conferma don Zerai a L’Avvenire –, di norma avviso Medici senza frontiere, Watch the med, Sea Watch. Pubblico anche su Facebook le coordinate dell’imbarcazione omettendo il numero da cui ho ricevuto la chiamata per evitare che si intasi.

Ma non ho mai avuto contatti diretti con i tedeschi della nave Iuventa. Non so se hanno usato i miei messaggi per salvare persone in difficoltà, forse qualcuno glieli ha passati.

Ma non erano messaggi privati”. Don Zerai non ha mai dimenticato le sofferenze che patiscono ogni giorno, da anni, i suoi connazionali eritrei.

Per loro, lo status di rifugiato non verrà mai preso in considerazione, anche se fuggono da uno dei regimi più feroci esistenti sulla faccia della terra, nonostante siano loro a riempire, ancor più dei siriani, le carrette del mare che solcano, e affondano, nel Mediterraneo.

Sono i dannati della terra, gli ultimi fra gli ultimi: gli eritrei.

I rapporti delle maggiori organizzazioni umanitarie internazionali sono pieni di racconti e testimonianze agghiaccianti: storie di donne violentate e poi venute ai nuovi schiavisti, racconti di abusi e torture indicibili.

“Aiutiamoli a casa loro” significa nei lager libici?

Amnesty International in un recente report indica che dall’Eritrea scappano mediamente 5mila persone al mese. In questi 10 anni si stima siano fuoriusciti 400mila giovani su una popolazione di sei milioni.

Tuttavia per l’Europa gli eritrei fanno parte dell’universo dei “migranti”, un universo di “serie b” rispetto a quello dei potenziali asilanti, perché, si afferma, in Eritrea non c’è la guerra. E così nella Nigeria di Boko Haram, nella Somalia degli al-Shabaab, nel Mali dove, nonostante l’intervento francese, è ancora radicata al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi)…

È vero, in Eritrea, c’è qualcosa d’altro e, per certi versi, di peggiore: c’è un regime sanguinario, tra i più feroci al mondo, e tuttavia al regime di Asmara, la solidale Ue ha elargito negli ultimi due anni oltre 300 milioni di euro in quota “cooperazione allo sviluppo”. Lo sviluppo di una tirannia tentacolare.

Una comunità internazionale imbelle e distratta non ha nella sua agenda, neanche agli ultimi posti, il “caso Eritrea”.

E a smuovere le coscienze dei Grandi della Terra non servono i sempre più allarmanti rapporti delle più impegnate agenzie umanitarie.

L’arrivo in Italia avviene dopo diversi mesi dalla partenza dall’Eritrea e dopo un viaggio attraverso l’Etiopia, il Sudan e la Libia, estremamente rischioso, che può durare anche più di 2 anni.

Dai racconti dei minori non accompagnati eritrei incontrati dagli operatori di Save the Children in frontiera emerge che la decisione di partire viene presa dai ragazzi da soli, spesso perché sentono forte la responsabilità di dover provvedere al mantenimento dell’intera famiglia, fin da piccoli.

Il primo Paese che incontrano, lasciando l’Eritrea, è l’Etiopia.

Per riuscire a raggiungere questo Paese devono attraversare due trincee, raggiungono a piedi il Tigrai, zone situata a nord dell’Etiopia contattando un trafficante che li guida oltre il confine.

La situazione al confine è descritta dagli stessi ragazzi come molto pericolosa: riferiscono che molti loro compagni sono rimasti uccisi da militari eritrei.

Arrivati in Etiopia, i militari etiopi presenti in trincea, portano direttamente i profughi in diversi campi.

Quando riescono ad allontanarsi dai campi, per riuscire ad attraversare la frontiera clandestinamente tra Etiopia e Sudan, devono pagare circa 300 dollari e superare un grande fiume che si chiama Tekese. Esistono trafficanti che fanno attraversare il fiume ai profughi, a piedi, mediante l’utilizzo di animali come cammelli e mucche.

In Sudan il percorso è ancora più rischioso per la presenza dei Rashaida, nomadi che si arricchiscono sequestrando e chiedendo ingenti riscatti (fino a 20mila dollari) per rilasciare i migranti. Durante la prigionia subiscono torture e violenze, come l’utilizzo di scariche elettriche.

Attraversato il Sudan arrivano in Libia, da soli o ceduti dai trafficanti sudanesi a quelli libici. Trascorrono mesi in carcere da cui possono essere liberati solo a fronte di pagamento o andando a lavorare in condizioni di schiavitù.

Quando riescono a fuggire da queste situazioni resta solo da affrontare il mare per arrivare in Europa, rischiando, ancora una volta la propria vita. In altri casi vengono detenuti dai trafficanti in luoghi isolati, stipati per mesi, in gruppi di anche 40 persone, in un’unica stanza.

Rimangono in attesa di partire in un viaggio organizzato dai trafficanti stessi con imbarcazioni fatiscenti.

Ma se è vero che senza memoria non c’è futuro, vale la pena riportare alla luce testimonianze che danno conto, più di dotte disquisizioni geopolitiche, di una tragedia che non conquista le prime pagine dei giornali, che non smuove le coscienze, non costruisce mobilitazione dal basso.

Testimonianze come quella di una donna, una dottoressa coraggiosa: Alganesh Fessaha, eritrea, dell’organizzazione non governativa Gandhi: “Non solo eritrei, anche etiopi, somali e persone di altre nazionalità sono in grave pericolo, dopo aver vissuto per mesi nei lager Sinai.

Persone che per svariati motivi – racconta – la maggior parte perché perseguitati dai dittatori nei loro Paesi, hanno lasciato affetti e radici alla ricerca di un posticino per poter continuare a vivere, diritto legittimo di ogni persona.

Sono stati venduti ai trafficanti di uomini dalle guide a cui si erano affidati mentre attraversavano il Sinai per raggiungere Israele”. Trafficanti crudeli, senza alcuna pietà.

Donne stuprate davanti ai figli e i loro compagni, uomini e donne, e anche minori, torturati anche fino alla morte dai loro aguzzini.

Mentre le vittime erano sotto tortura, i trafficanti di uomini chiamavano le famiglie delle vittime per estorcere denaro; riscatti altissimi, fino a 50.000 – 60.000 dollari, generalmente pagati da parenti lontani in Europa, Usa, Canada ecc.

Chi non poteva pagare, spesso veniva ucciso, oppure sottoposto all’espianto degli organi, immessi poi nel mercato nero del traffico di organi.

“Quando chiamano per chiedere i soldi del riscatto – aggiunge ancora la dottoressa Fessaha – i prigionieri vengono picchiati, viene loro versata addosso dell’acqua, poi viene attaccata la corrente così che le scosse elettriche li facciano urlare di più”.

Oppure, per farli gridare, li bruciano con plastica fusa, benzina e acidi. Sentendone le urla e le richieste disperate di aiuto, i parenti raccolgono tutto il denaro che riescono a racimolare indebitandosi, se necessario, o chiedendo aiuto ad altre famiglie. Il pagamento avviene tramite i circuiti internazionali del money transfer”.

Un ruolo chiave nei rapimenti lo svolge l’Unità eritrea di controllo dei confini, guidata dal generale Teklai Kifle: questi spesso rapiscono i giovani di 16 e 17 anni, costretti dal regime a completare il ciclo di studi prestando servizio militare per un anno nel campo militare di Sawa. Una volta sequestrati, gli eritrei vengono torturati e rinchiusi in prigioni sotterranee.

Le donne vengono stuprate a ripetizione, spesso anche in pubblico, e ai genitori vengono fatte ascoltare le urla dei figli attraverso telefonate durante le sevizie.

Per i giovani eritrei viene di solito chiesto un riscatto di 10.000 dollari.

Altri profughi, riusciti a fuggire dall’inferno del Sinai, etiopi ed eritrei, raccontano che i trafficanti beduini prendono in consegna gruppi di due-trecento persone per condurli in Israele, ma poi li rinchiudono in container e gabbie metalliche dove vengono picchiati, privati di cibo e acqua, sottoposti a torture, contusioni e scariche elettriche, appesi per i piedi o per le mani.

Una di queste sventurate, Fatima, aveva raccontato così la sua tragedia: “Non abbiamo acqua potabile – dice Fatima – dobbiamo bere l’acqua del mare e molti di noi già hanno problemi intestinali.

Ci danno da mangiare una pagnotta e una scatola di sardine ogni tre giorni, siamo costretti a vivere incatenati come bestie”.

“Negli ultimi 15 anni in Eritrea non è cambiato nulla. È un Paese completamente militarizzato che non dà spazio, soprattutto ai giovani che possono sognare un futuro diverso da quello che il regime ha prospettato per loro, ovvero la vita militare fino a 50 anni.

L’assenza totale di una prospettiva diversa, di una possibilità di realizzare i propri sogni, come poter continuare gli studi o lavorare dove si desidera, è inaccettabile. In aggiunta c’è totale assenza di qualsiasi libertà, di qualsiasi diritto.

I giovani non vogliono essere trattati da schiavi di fatto, perché il servizio militare è diventato una schiavitù legalizzata.

Ecco perché fuggono, vogliono avere un futuro diverso, senza rischiare la vita ogni giorno per qualcosa in cui non credono più”. Parole che don Zerai, responsabile della pastorale degli immigrati eritrei ed etiopi in Svizzera e fondatore della Ong Agenzia Habeshia, non smette di ripetere cercando di incrinare così un muro di silenzi e complicità.

L’Eritrea è diventata indipendente dall’Etiopia nel 1933: in 22 anni, è stata capace di produrre oltre 360mila profughi su una popolazione di 6 milioni di abitanti.

Il “caso Eritrea” chiama in causa l’Europa e, pesantemente, l’Italia.

Ogni mese circa 5000 persone, soprattutto giovani, fuggono dal regime di Isaias Afewerki, che nega ogni forma di democrazia, ogni libertà, anche la più elementare, avendo trasformato il Paese del Corno d’Africa in una “galera a cielo aperto”.

Nel luglio scorso, però, la Commissione ha negoziato con l’Eritrea un nuovo pacchetto di aiuti allo sviluppo, di oltre 300 milioni di euro.

A molti non è chiaro come queste risorse verranno impiegate e, nel protocollo d’intesa, non risultano accordi con il governo eritreo sul rispetto dei diritti umani. Una colpevole dimenticanza.

In un rapporto di 500 pagine, diffuso dall’Alto Commissariato Onu dei Diritti Umani, non ci sono solo resocontate le ingiustizie del servizio militare obbligatorio a tempo indeterminato e la negazione di qualsiasi forma di espressione, già denunciati da numerose Ong e attivisti da anni.

“Il governo eritreo ha creato un clima di terrore in cui il dissenso è sistematicamente represso, la popolazione è costretta al lavoro forzato e a carcerazioni arbitrarie, tanto da poter parlare di crimini contro l’umanità”, dicono i commissari Onu.

Nel rapporto si parla di torture, incarcerazioni arbitrarie, soppressione di ogni libertà, di “governo del terrore” improntato sulla “regola della paura”.

La Commissione guidata da Sheila B. Keetharuth è arrivata a sostenere che la tortura verso i dissidenti venga applicata come una vera e propria “politica dissuasiva di governo” tanto da essere così diffusa da diventare sistematica.

La risposta dell’Europa è in quei 300 milioni di euro elargiti, per il periodo 2014-2020, al regime di Asmara.

Anche l’Italia ha riavviato i rapporti di Cooperazione, con un primo stanziamento di circa 2,5 milioni di euro. Il governo italiano è anche promotore del cosiddetto Processo di Khartoum, un piano di cooperazione tra paesi dell’Unione europea e del Corno d’Africa per prevenire la tratta di esseri umani.

Difetto, non marginale, dell’operazione è l’inclusione del governo eritreo come interlocutore, quando l’oppressione del regime è proprio il motivo della fuga. Nessuna forma di aiuto economico o di cooperazione servirà a migliorare la situazione fino a quando non sarà avviato un serio percorso di democrazia e rispetto delle libertà fondamentali, suggerivano, inascoltati, i commissari delle Nazioni Unite. E con loro, don Mussie Zerai.

Sorgente: Giù le mani da padre Zerai, angelo custode dei profughi africani

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