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Faida del Gargano, c’è una testimone «Ho visto 4 uomini incappucciati»

Ci sono due vigili urbani che stanno annotando i dati di un incidente lungo la statale che porta verso il Gargano, nel Comune di Apricena. Sulla scena arriva un’auto con targa francese, alla guida c’è una donna molto agitata, «spaventatissima» diranno poi gli agenti municipali ai loro superiori. La signora scende di corsa e, parlando francese, spiega alla vigilessa che li ha visti. Ha incrociato il commando dei killer della strage di San Marco in Lamis. «Ho visto quattro uomini laggiù, lungo la strada», racconta. «Avevano i mitra in mano ed erano incappucciati. Erano in un macchina che ho incrociato mentre sfrecciava via». L’agente prova a calmarla. Le dice che c’è una caserma dei carabinieri proprio lì vicino, le consiglia di denunciare tutto. Ma lei è di corsa, o forse ha bisogno di qualche minuto in più per raccogliere le idee. Risponde che sta andando a Rodi Garganico e che farà denuncia lì.

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L’agguato
L’inchiesta

La versione della donna adesso è agli atti dell’inchiesta sulla strage di San Marco in Lamis nella quale sono stati uccisi in quattro anche se l’obiettivo vero, l’unico, era il boss cinquantenne Mario Luciano Romito, del clan di Manfredonia che porta il suo cognome e che da anni è in guerra contro la famiglia dei Li Bergolis. Romito l’altro giorno è stato ammazzato assieme a suo cognato Matteo De Palma, che gli faceva da autista e che non risulta coinvolto nella faida. Assieme a loro sono stati rincorsi per mezzo chilometro e ammazzati anche i fratelli Luigi e Aurelio Luciani, due agricoltori che hanno avuto il solo torto di trovarsi nel posto sbagliato e al momento sbagliato sul loro Fiorino pick-up. Sono stati testimoni involontari dell’agguato e finora si è pensato che proprio per questo i killer li avessero eliminati ma più passano le ore più gli inquirenti si convincono che il commando li abbia uccisi credendoli i guardaspalle del boss. In passato era capitato che le guardie del corpo di Romito usassero un pick-up bianco e probabilmente nella cattiva sorte dei due fratelli c’entra anche questo dettaglio.

La versione della francese

La donna francese in qualche modo avvalora la tesi dell’equivoco dei guardaspalle perché se gli assassini avessero ammazzato gli agricoltori soltanto perché testimoni forse avrebbero provato a seguire ed eliminare anche lei che li ha visti abbastanza bene da descriverli con le armi fra le mani e la faccia coperta. Dall’inchiesta emerge, semmai ce ne fosse bisogno, quanto fossero determinati quegli uomini nella loro crudeltà. L’autopsia sui due fratelli dice che tutti i colpi di kalashnikov sparati contro di loro li hanno colpiti alle spalle, cioè mentre quei due innocenti tentavano una fuga disperata. Anna, la moglie di Luigi, è una psicologa e professoressa in una scuola media del paese. «La colpa di mio marito è stata lavorare, spaccarsi la schiena tutte le mattine», dice. Antonio, il padre di Luigi e Aurelio, ripete a tutti la stessa domanda da due giorni e lo ha fatto anche ieri dopo i funerali, dopo la folla, dopo il lutto cittadino e le urla «innocenti» davanti alla chiesa. «Dov’è lo Stato per la gente che lavora onestamente?» ha chiesto una volta di più a se stesso e al mondo. Lo Stato (la questura) ieri ha vietato i funerali pubblici per il boss e il cognato mentre la procura e i carabinieri lavorano senza sosta per ricostruire i fatti e dare quella risposta «durissima» invocata dal ministro degli Interni Marco Minniti. Ci sarebbero più sospettati, uno in particolare: un uomo del «gruppo dei Li Bergolis» che non risulta più in zona dal giorno della strage.

Sorgente: Corriere della Sera

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