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Commento | Il New York Times su Regeni? Un messaggio della Cia contro Trump – Corriere.it

corriere.it/opinioni – caso regeni – I misteri del caso Regeni

e gli attacchi a Trump. Ricostruendo il giallo del ricercatore ucciso, il «New York Times» ha anche messo a nudo le simpatie del presidente americano per il tiranno egiziano di Sergio Romano

Il lungo articolo di Declan Wash sul caso Regeni è stato pubblicato due volte: la prima sul magazine del New York Times e la seconda sulla edizione internazionale del grande quotidiano americano: una ripetizione che a molti lettori non è parsa strettamente necessaria.

In Italia l’articolo, apparso mentre il governo Gentiloni annunciava l’invio di un nuovo ambasciatore nella sede lungamente vacante del Cairo, ha suscitato un interesse comprensibile.

Gli italiani vogliono sapere se le loro autorità siano state sufficientemente energiche e scrupolose, si chiedono se il governo Gentiloni abbia chiuso un occhio per non guastare le relazioni politiche con un Paese che ha nella regione una importanza strategica, sospettano che gli interessi di qualche grande gruppo economico abbiano condizionato la politica nazionale.

Ma è probabile che l’articolo non concerna soltanto l’Italia e anche questo aspetto dovrebbe incuriosire la nostra opinione pubblica.

Conviene partire dalle fonti che hanno permesso al giornalista americano di ricostruire, per quanto possibile, la tragica vicenda del giovane studioso italiano.

Molte sono locali. Walsh ha parlato con gli amici di Regeni e con i suoi interlocutori abituali, fra cui i sindacalisti dei venditori ambulanti e gli studiosi interessati alla sua tesi sul sindacalismo indipendente in Egitto.

Ha intervistato poliziotti, diplomatici, rappresentanti della stampa egiziana.

Qualcuno ha fatto supposizioni, ma nessuno è stato tanto esplicito quanto due «former officials» (ex funzionari) della amministrazione Obama.

Il primo ha detto: «Avevamo prove incontrovertibili sulla responsabilità ufficiale egiziana»; e avrebbe aggiunto che di tutto questo, per desiderio del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca, il governo Renzi era stato informato.

Il secondo ha detto a Walsh che le autorità americane non sapevano chi avesse dato l’ordine di catturare Regeni e, presumibilmente, di ucciderlo. Ma sul coinvolgimento nella vicenda del vertice egiziano «non avevano alcun dubbio».

 Chi sono i due «former officials»? Walsh non ne rivela il nome (comprensibile), ma dalla lettura dell’articolo sembra lecito presumere che appartenessero alla Cia o a un altro servizio di informazioni americano.

Può darsi che fossero vecchie conoscenze dell’autore dell’articolo e volessero aiutarlo a fare brillantemente il suo mestiere. Ma i servizi, generalmente, non fanno indiscrezioni se non quando hanno interesse a farlo.

Nell’etica dell’intelligence (anche le spie hanno la loro morale) esistono due esigenze, non sempre facilmente compatibili. Devono vantare successi e dimostrare, anche per ragioni di bilancio, che la loro organizzazione è indispensabile alla sicurezza della nazione.

Ma devono contemporaneamente guardarsi dal dare qualsiasi informazione sulla fonte delle notizie di cui sono possesso e sulle loro complicità locali. Le fonti sono il più prezioso dei patrimoni, il bene che un servizio segreto, di regola, non condivide nemmeno con le proprie autorità governative.

Riletto alla luce di queste riflessioni, l’articolo sembra concernere il governo egiziano molto più di quanto concerna il governo italiano.

Il ritratto dell’Egitto è disastroso.

Secondo Walsh le tre principali agenzie egiziane di sicurezza hanno stazioni televisive, controllano un gruppo parlamentare, decidono dove passa la frontiera fra il lecito e l’illecito, sono molto attive nel mondo degli affari, possono sbarazzarsi di un avversario chiudendolo in un carcere o impedendogli di trasferirsi all’estero.

Sarebbero responsabili di 1.700 «desaparecidos» e di esecuzioni «extra giudiziali».

Nulla di sorprendente, sembra dire implicitamente l’autore, in un Paese dove le forze di sicurezza, due settimane dopo la elezione del maresciallo Al Sisi alla presidenza della Repubblica, hanno eliminato in una sola giornata 800 membri della fratellanza musulmana.

Ma non è forse Al Sisi lo stesso uomo che pochi mesi fa, il 3 aprile 2017, è stato calorosamente accolto alla Casa Bianca da un presidente degli Stati Uniti che lo ha sommerso di lodi e ha detto al mondo: «Siamo d’accordo su tante cose»?

Non è impossibile che i «former officials» si siano serviti dell’articolo per denunciare le simpatie autoritarie di un uomo che preferisce dialogare con i tiranni piuttosto che con i rappresentanti delle democrazie.

Il sospetto sarebbe meno giustificato se il mondo della comunicazione americano, dopo l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, non fosse diventato un campo di battaglia in cui l’arma preferita è quella delle indiscrezioni e delle notizie che giungono ogni giorno, senza paternità, sui tavoli delle redazioni.

Abbiamo creduto che l’articolo del New York Times parlasse principalmente di noi. Forse parlava anzitutto di Donald Trump.

Sorgente: Commento | Il New York Times su Regeni? Un messaggio della Cia contro Trump – Corriere.it

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