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Unioni gay e Fisco surreale: “Valgono le detrazioni? Ce lo deve dire il contribuente” – Repubblica.it

Sergio Occhini aveva chiesto alle Entrate come inserire il coniuge nel 730. Lettera rigettata: è priva di una proposta chiara

SCOPRIRE che a più di un anno dal varo di una legge l’applicazione di una sua parte importante è ancora avvolta nel mistero non è poi gran notizia. Non si contano neppure le leggi che per varie ragioni sono addirittura inapplicabili. Ma se a sciogliere il dubbio ci deve pensare il cittadino anziché il legislatore o chi per lui, allora siamo ai confini della realtà. Proprio lì dove involontariamente qualche settimana fa è arrivato un settantaseienne signore milanese.

Sergio Occhini, questo il nome, si è sposato a New York con il suo compagno alla fine del 2012. Successivamente la coppia si è stabilita a Milano e dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili ha chiesto e ottenuto, a febbraio di quest’anno, la trascrizione del matrimonio al Comune del capoluogo lombardo. E qui comincia una storia assurda.

La legge estende alle unioni civili il regime fiscale previsto per i coniugi e in previsione della denuncia dei redditi Occhini si mette alla ricerca di qualcuno in grado di spiegargli in che modo si possono utilizzare i relativi benefici. La faccenda risulta però decisamente più complicata del previsto. Occhini vaga per gli uffici dell’Inps, dove si presume che siano in grado di fornire informazioni ai pensionati, ma è tutto inutile. Finché risolve di rivolgersi direttamente alla fonte. Ovvero, l’Agenzia delle entrate. La domanda presentata per iscritto alla direzione regionale della Lombardia è banale: da quale data è possibile richiedere le detrazione per il coniuge a carico e le relative spese mediche, come previsto dalla legge approvata l’anno scorso? La sua lettera parte il 20 aprile, con largo anticipo dunque rispetto alla scadenza del 730. Confidando in una risposta pronta e precisa: del resto hanno fatto una legge, possono mai non sapere da quando applica? Quanto a prontezza, la burocrazia fiscale non delude. La risposta arriva infatti una settimana dopo, ma il contenuto lascia a bocca aperta. “Questa Agenzia”, c’è scritto, “assicura a qualsiasi contribuente la consulenza scritta, ma esclusivamente nell’ambito dell’istituto dell’interpello di cui all’articolo 11 della legge 27 luglio 2000 n. 212, come modificato dal d. lgs. 24 settembre 2015, n. 156”. Se però il “comma 1 del citato art.11 prevede che il contribuente può interpellare l’Amministrazione per ottenere una risposta riguardante fattispecie concrete e personali” quando le norme tributarie presentano “condizioni di obiettiva incertezza”, l’articolo 3, comma 1, del decreto legislativo 156 del 2015 “stabilisce che l’istanza deve contenere l’esposizione in modo chiaro e univoco della soluzione proposta”. Ed è qui che casca l’asino. Perché “nell’istanza in oggetto”, rimarca severa l’Agenzia, “il contribuente non prospetta alcuna soluzione relativamente ai quesiti posti”. Per capirci: Occhini ha fatto la domanda ma non si è dato la risposta, perciò la domanda medesima non è valida.

Ricapitoliamo. Nel luglio del 2000 a palazzo Chigi c’è Giuliano Amato e ministro delle Finanze è Ottaviano Del Turco, che ha sostituito Vincenzo Visco e non si stanca di proclamare: “Il Fisco deve avere un volto meno cerbero e più amico…”. Nasce quindi l’istituto dell’interpello a cui si riferisce nella replica a Occhini la direttrice dell’Agenzia delle entrate milanese Giovanna Alessio. Da allora chiunque può rivolgere un quesito al Fisco e avere un chiarimento. Così per quindici anni. Perché nel 2015 il governo di Matteo Renzi, ossia lo stesso che vuole rendere il Fisco tanto amico da recapitarci a casa il modello 730 precompilato, stabilisce con il decreto legislativo 156, esattamente alla lettera “e”, che nel formulare la domanda il contribuente deve anche prospettare una soluzione. Ci sarà certo una ragione. Magari l’interpello è stato immaginato per risolvere questioni meno elementari e dunque il nostro contribuente ha scelto un canale sbagliato. Magari. Ma perché, anziché sommergerlo di commi e prescrizioni su questo fantomatico “interpello” non gli hanno scritto queste tre righe: “Caro contribuente, la informiamo che ha scelto la strada sbagliata. In ogni caso la decorrenza per gli sgravi del coniuge a carico scatta dal giorno tot. Distinti saluti”? Avrebbero risparmiato tutti tempo e denaro. E l’immagine del Fisco presso il signor Occhini non sarebbe certo peggiorata.

Troppo facile per la nostra burocrazia. Infatti la lettera si premura di informare che ci sono tassativamente 30 giorni di tempo per “regolarizzare” (sigh!) l’istanza. Già, ma come? Semplice: riscrivendola con la soluzione. Questo, suo malgrado, il contribuente è costretto a fare. Ricorrendo all’unico mezzo che lui ha e invece pare del tutto assente dalle parti di chi scrive regole simili, il buonsenso. La legge sulle unioni civili è in vigore dal 5 giugno 2016? Allora, cara Agenzia, ecco la soluzione: lo sgravio per il coniuge a carico deve valere per forza dal giorno seguente. La nuova domanda con risposta incorporata, diretta allo stesso ufficio delle Entrate, parte il 24 maggio.

Da quel momento

decorrono i novanta giorni (tre mesi!) che il Fisco si concede per rispondere. E a oggi ancora tutto tace. C’è solo un piccolo particolare: il termine per la consegna del modello 730 tramite Caf scade il 7 luglio. Non c’è che dire, proprio una bella dimostrazione di amicizia

Sorgente: Unioni gay e Fisco surreale: “Valgono le detrazioni? Ce lo deve dire il contribuente” – Repubblica.it

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