Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

.

Un ricordo di Stefano Rodotà, maestro eternamente giovane – di Luciano Violante – corriere.it

corriere.it -Il giurista scomparso.  Un ricordo di Stefano Rodotà, maestro eternamente giovane.

Dalla lotta al terrorismo al rapporto tra giustizia e militanza, è sempre stato guidato da una lucidità e una impoliticità che non fanno scendere a compromessi (né invecchiare)

Stefano Rodotà aveva ottantaquattro anni. Sono rimasto stupito. Per me e per molti giuristi della mia generazione è sempre stato un giovane maestro.

Lo é stato tra la fine degli anni Sessanta e nei primi anni Settanta quando un gruppo di giovanissimi magistrati avviò un impegno civile nella professione per attuare la Costituzione attraverso eccezioni di costituzionalità e attraverso il dibattito pubblico.

Nel febbraio 1970, dopo una serie di interminabili discussioni tra di noi, con Rodotà e con altri giovani professori, diventati poi a che loro giuristi di fama, che si tenevano a Bologna, in casa di Federico Governatori, nacque

Quale Giustizia una rivista che per 10 anni ha segnato profondamente il cambiamento della magistratura. I giudici stavano modificando il proprio ruolo. Stefano Rodotà colse felicemente questa trasformazione osservando che la magistratura, da istituzione della stabilità, diventava istituzione della trasformazione.

Più volte, lui allora poco sotto i quarant’anni, alcuni di noi poco sotto i trenta, abbiamo analizzato il nuovo ruolo dei giudici e soprattutto le differenze che si manifestavano al nostro interno tra coloro che intendevano fare un’applicazione corretta e rigorosa della Costituzione e coloro che, invece, pensavano ad un uso ribellistico dei valori costituzionali.

Con Rodotà avevamo discusso a lungo delle differenze interne, soprattutto per difenderci dagli attacchi che venivano dalle forze politiche conservatrici e dalle componenti maggioritarie della magistratura che intendevano presentare Magistratura Democratica come una componente eversiva dominata dagli estremisti.

Stefano Rodotà in un articolo pubblicato su un numero speciale di Politica del Diritto del 1972 (Magistratura e sistema politico) avvertì: “…non è legittimo unificare sotto l’etichetta della politicizzazione i giudici che finalmente sono riusciti a far entrare nelle sentenze i principî costituzionali, e quelli che invocano la guerriglia giudiziaria.”. Gliene fummo grati. Gli anni del terrorismo segnarono il primo allontanamento.

Le leggi dell’emergenza scavarono un fossato tra autorità e libertà. Stefano Rodotà, meno giovane anagraficamente rispetto agli inizi del decennio, difendeva con freschezza intellettuale le ragioni della libertà. Altri difendevano quelle della autorità. Noi sostenevamo che il terrorismo avrebbe potuto distruggere la democrazia.

Rodotà sosteneva che quelle leggi avrebbero potuto distruggere le libertà. In quei dibattiti, intensi ma sempre reciprocamente rispettosi, si delineò un’altra sua caratteristica. Non temeva la impopolarità e la impoliticità delle posizioni che sosteneva. Le libertà, i diritti individuali, la coerenza dell’ordinamento venivano prima di ogni altra cosa.

Quando la Camera discusse dello scioglimento delle associazioni assimilabili alla P2, più volte con lucidi interventi Stefano Rodotà ci richiamò alla garanzia della libertà costituzionale di associazione senza timore di apparire difensore di quella loggia, cosa che certamente non era.

 La lucidità e la frequente impoliticità delle sue posizioni lo facevano sentire giovane, non disposto a mediazioni; il suo pensiero, come è proprio dei giovani, attraversava come una freccia le contraddizioni altrui, le negoziazioni inconcludenti, i ghirigori parlamentari attorno alle parole destinati a velare la verità più che a rivelarla.

Non è mai stato cinico nè calcolatore; solo i giovani possono permettersi queste licenze. Il terzo modo di essere giovane maestro ha riguardato i temi di frontiera che sono stati oggetto dei suoi studi: la procreazione assistita, la privacy nei confronti della rete, le nuove tecnologie. Temi tra loro diversi, ma legati insieme dall’unico filo delle libertà e dei diritti.

Sbaglierebbe chi lo considerasse un bigotto della costituzione e un fanatico del diritto. Prima di molti altri Stefano Rodotà segnalò i rischi dell’«imperialismo giuridico» l’invasione del diritto in tutti gli aspetti della vita umana.

Nelle prime pagine de La vita e le regole, un libro del 2009. analizzò i rischi di una società troppo piena di regole giuridiche che fa pensare “più che a una necessità, a una inarrestabile deriva”.

I veri maestri non si riconoscono durante la vita. Si riconoscono dopo la vita, quando le convenienze sono finite e comincia a farsi strada la verità. Per questo sono convinto che ora comincia la sua quarta giovinezza.

Sorgente: Corriere della Sera

Spread the love
  •  
  •   
  •   
  •   
  •   
  •  
  •  
468 ad
< >

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

adv