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Lo stato e la trattativa con i terroristi Perché per Cirillo sì e per Moro no? – corriere.it

corriere.it – Lo stato e la trattativa con i terroristi Perché per Cirillo sì e per Moro no? Una domanda che resta ancora senza risposta. L’intervento decisivo del capo della camorra Raffaele Cutolo, il giallo di una verità scritta nelle pagine affidate a un notaio – di Marco Demarco

Perché per Aldo Moro no e per Ciro Cirillo sì? Perché per il leader nazionale lo Stato e la Dc esclusero una trattativa con le Br in nome della fermezza istituzionale, e per l’allora assessore regionale campano, morto oggi all’età di 96 anni, invece la accettarono per ragioni umanitarie?

Una volta oggetto solo di ricostruzioni giornalistiche e inserita anche nelle sceneggiature di un paio di film, quella trattativa è ora riportata come un dato di fatto in molti libri di storia.

Come tutti sanno, si fece ricorso alla mediazione di “don Raffaele”, lo stesso della canzone di De André, il Cutolo capo potentissimo della camorra, che al tempo era però già rinchiuso in un carcere di massima sicurezza.

Perché due pesi e due misure? Il nocciolo del caso Cirillo, rapito sotto casa a Torre del Greco il 27 aprile del 1981 e rilasciato alla periferia di Napoli 89 giorni dopo, è tutto qui. Un caso che è parte integrante dell’identità nazionale. Un’identità fatta anche di conflitti laceranti, misteri, rapporti promiscui, debolezze.

 «È stato un dirigente autorevole della Democrazia Cristiana. Ha subito la violenza delle Brigate Rosse e l’ha sopportata con compostezza ed riservatezza. È una persona che merita rispetto e riconoscenza». Oggi è così che, vicino al sentimento dei figli e dei nipoti, l’ex ministro Paolo Cirino a Pomicino parla di Cirillo.

Il tono della dichiarazione basta però a dare l’idea di quanta tensione si accumulò intorno a quel rapimento.

L’anno prima c’era stato l’attentato alla stazione di Bologna, che aveva fatto ottantacinque vittime, e l’anno dopo ripresero gli agguati delle Br. Terrorismo nero e terrorismo rosso facevano a gara a impedire la stabilizzazione del sistema politico.

In più, si era appena scatenata anche la natura: il terremoto dell’Irpinia, che aveva in ginocchio lo Stato, tanto che il presidente Pertini dovette tuonare contro i ritardi nei soccorsi.

Le Br saltarono sulle macerie e usarono Cirillo per impancarsi a difensori del disagio sociale. «No alle deportazioni!». Era questo il grido di battaglia contro una ricostruzione che minacciava di espellere dal centro storico di Napoli i ceti marginali.

Ma se tutto si concretizzò poi nel riscatto pagato per la liberazione di Cirillo, nel miliardo e 450 milioni che Giovanni Senzani, il capo della colonna napoletana delle Br, intascò su un autobus della capitale, è anche vero che la ricostruzione non fu più quella che era stata immaginata.

La Dc alla Regione e il Pci a Napoli si divisero la gestione dell’operazione. Si andò per le spicce, si adottarono procedure commissariali.

E in nome del compromesso tutto si tenne tranne il progetto urbanistico, la qualità degli interventi. Forse è ancora lì, in quegli anni, la ragione del deragliamento successivo di Napoli. Ne era certa, ad esempio, Fabrizia Ramondino che nei suoi romanzi cominciò a parlare di decadenza e corruzione morale.

Alla domanda cruciale, quella sulla differenza con il Caso Moro, fu lo stesso Cirillo, molti anni dopo il rapimento, in un’intervista rilasciata a Giuseppe D’Avanzo, a cercare di dare una risposta.

Disse: «La Dc non poteva tollerare altro sangue, non avrebbe sopportato un altro esponente di prima fila morto ammazzato dai terroristi…».Tutto qui. Cirillo disse anche che la sua verità l’aveva scritta in una quarantina di pagine consegnate a un notaio. Poi però smentì tutto.

E i suoi figli oggi confermano la smentita. «Quel documento non c’è», assicurano. E aggiungono: «C’è piuttosto la storia di un uomo che, dopo il rapimento, ha rinunciato a ciò che più amava, più della stessa politica: l’amministrazione pubblica».

@mdemarco55

Sorgente: Corriere della Sera

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