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Le banche in dissesto e le tonnellate d’oro “sparite” dalle aziende

Oltre 2,1 tonnellate di oro sono “sparite” dai magazzini di due imprese orafe del Vicentino, Vimet, e del Trevigiano, Tecnigold, che negli ultimi mesi sono finite in fallimento e in concordato. Sono solo gli ultimi due casi di una lunga catena di vicende simili che hanno tenuto banco nell’ultimo decennio, con la scomparsa di tonnellate e tonnellate di metallo prezioso tra furti, malversazioni, commercio in nero, esportazioni illegali, vere o simulate. Situazioni che, come un cerino, hanno coinvolto molti dei maggiori operatori del settore dell’oreficeria nazionale ma anche internazionale.

Inquirenti e magistratura indagano sulla “scomparsa” del metallo giallo, mentre molti creditori si leccano le ferite. Ma quali sono i meccanismi che regolano le giacenze e i controlli dell’oro fisico in deposito nelle aziende orafe? Com’è possibile che l’oro “scompaia” dai magazzini? Quali sono le possibili spiegazioni di questo fenomeno? E l’oro “scomparso”, dove finisce? Va ad alimentare la circolazione nei canali “in nero”? Infine: quali sono i legami con alcuni dei più recenti dissesti bancari?

La “scomparsa” di oltre 2,1 tonnellate d’oro da Tecnigold e Vimet
Il 26 febbraio 2016 la Tecnigold Group Spa di Borso del Grappa (Treviso), storico marchio dell’oreficeria fondata nel 1978, effettua controlli di magazzino. Sino a inizio anno veniva confermata la presenza di circa 780 chili d’oro. Ma «nel corso dell’ultima verifica di magazzino, effettuata dal revisore dei conti, si constatata una drastica diminuzione della giacenza di oro fisico». Il 14 marzo l’amministratore delegato si dimette e l’assemblea degli azionisti chiede la messa in liquidazione dell’azienda. Il 10 agosto i liquidatori presentano al Tribunale una relazione da cui emerge che «l’oro fisico effettivamente presente in azienda all’ultima verifica del revisore prima della domanda prenotativa del concordato» è «pari a soli 65 chili» ed è stato «quanto a circa 30 chili restituito ai clienti che lo avevano fornito in conto lavorazione, in forza dei relativi contratti» e «quanto a 35 chili circa consegnato alla società a Vicenza Sped perché fosse conservato presso i suoi caveau». All’appello, rispetto a quanto rilevato sino a inizio anno in magazzino, mancano dunque 715 chili d’oro che, secondo altre fonti, potrebbero però ridursi a 550 circa.

Nello stesso periodo esplode il dissesto della Vimet, altra storica azienda orafa del Vicentino tra i cui azionisti ci sono addirittura i frati della Basilica di Sant’Antonio da Padova. Il “Corriere Veneto” del 26 marzo 2016 rivela l’inchiesta “Marchio sfrenato”, una indagine su una frode milionaria in tutta Italia nel commercio dell’oro «con 36 società coinvolte, due delle quali beriche» e «47 persone, compreso il legale rappresentante di una Spa di Vicenza. Tutti coinvolti, per l’accusa, in un’organizzazione criminale che col solito sistema delle società fantoccio interposte nella filiera commerciale e delle fatture false… per oltre 350 milioni di euro quelle emesse… hanno portato ad evadere Iva per 25 milioni tra 2013 e 2014… La spa vicentina finita nel mirino è la Vimet». L’amministratore delegato della Vimet sarebbe un importante socio della Banca Popolare di Vicenza, titolare di 206.880 azioni di BpVi pari a 12,93 milioni di euro. Un investimento completamente azzerato dal collasso dell’ex Popolare berica. Il 3 marzo 2017 Vimet viene dichiarata fallita. L’inchiesta giudiziaria, tuttora in corso, sostiene che dai magazzini della società mancherebbe oro per 1,46 tonnellate, per un controvalore di oltre una cinquantina di milioni, una decina dei quali a danno della società aretina Chimet. L’azienda, al contrario di quanto dichiarato nei bilanci fino al 2016, non avrebbe più, tra l’altro, circa 230 chili di oro in prestito d’uso dalla Cassa di Risparmio del Veneto (gruppo Intesa SanPaolo) per 8,2 milioni e per circa 270 chili, pari a 10 milioni, in lingottini da investimento lasciati in deposito da risparmiatori. Ne resterebbe in magazzino un controvalore di solo 8,3 milioni costituiti soprattutto da residui (fanghi e “code” di lavorazione).

Le banche coinvolte: spuntano Mps, Vicenza, Veneto Banca, Etruria
Cassa di Risparmio del Veneto (gruppo Intesa SanPaolo), esposta per oro in prestito d’uso nei confronti di Vimet, non è l’unica banca coinvolta nei più recenti dissesti delle aziende orafe. Nel crack della Balestra, fallita il 20 febbraio 2013 e per la quale è in corso un processo per bancarotta, i debiti bancari valevano oltre 40 milioni: di questi ad AntonVeneta (gruppo Mps) faceva capo una esposizione per 15 milioni. Altre banche che rimasero coinvolte nel dissesto Balestra sono Banca Nazionale del Lavoro, Banco di Brescia (gruppo Ubi), UniCredit, Monte dei Paschi di Siena e Cassa di Risparmio del Veneto (gruppo Intesa SanPaolo). Ma c’è anche il collasso della Tecnigold: qui l’esposizione finanziaria complessiva è di poco meno di una cinquantina milioni di euro, una quindicina dei quali per oro in prestito concesso dal grande banco metalli elvetico Argor-Heraeus, uno dei principali operatori al mondo per la lavorazione di metalli preziosi.

Da Licio Gelli a Fort Knox, leggende e traffici dell’oro illecito

Dalla sede centrale di Mendrisio (Canton Ticino), il gruppo elvetico che si occupa di raffinazione di oro, argento, platino e palladio,
trasformazione di prodotti finiti e semilavorati per banche, industria elettronica, chimica, orologeria e gioielleria e servizi a supporto del trading di metalli preziosi aveva prestato a Tecnigold, con un contratto sottoscritto nel 2008, «un quantitativo di oro massimo fino a concorrenza del minore tra il valore in dollari di 400 chili di oro calcolato sulla base del fixing alla data di utilizzo e l’ammontare di 15 milioni di dollari». Tra le altre banche coinvolte nel crack della Tecnigold vi sarebbero, secondo fonti interne alla vicenda, Popolare di Vicenza (6 milioni di crediti circa), Mps (3,4 milioni circa il credito vantato), Banca Etruria (4 milioni circa), Veneto Banca (2,5 milioni circa), UniCredit (5,5 milioni circa) e Bnl (9 milioni circa). Proprio Mps avrebbe presentato opposizione al concordato della Tecnigold, rigettata dal Tribunale di Treviso. Contro la sentenza di rigetto Mps avrebbe comunicato alle parti coinvolte di essere pronta a presentare appello.

I meccanismi di controllo dell’oro fisico in giacenza
I prestiti e le giacenze di oro nelle aziende orafe, ci spiega un esperto del settore che da anni amministra e controlla imprese del settore, sono sottoposti a controlli continui che si basano su verifiche fisiche e contabili. Le verifiche fisiche e chimiche, in capo ai revisori dei conti aziendali e agli esperti inviati periodicamente dai fornitori d’oro in prestito, consistono nella misurazione e pesatura e nel prelievo dal magazzino di campioni che vengono analizzati chimicamente per determinarne il titolo in metallo prezioso. Quanto alle verifiche contabili, si basano soprattutto sull’analisi della rotazione del magazzino: poiché il ciclo aziendale della trasformazione dell’oro in prodotti finiti, nelle imprese dell’oreficeria industriale, dura poco meno di una trentina di giorni, è ragionevole attendersi che la rotazione di magazzino avvenga 13 o 14 volte l’anno.

Così gli spalloni trasportano l’oro illecito

Qualunque presenza di quantità di oro fisico superiori alle necessità produttive, che riduce i tempi di rotazione della materia prima e aumenta parallelamente il costo del capitale immobilizzato nel metallo, è indicatore di uno squilibrio. Questo squilibrio può essere minimo, se l’indice di rotazione dato dalle giacenze di oro è vicino al valore “fisiologico” di 13/14, e dunque segnala un problema di efficienza produttiva che può essere risolto. Ma quando, come nei casi Vimet e Tecnigold, l’oro “apparentemente” in giacenza era tale da portare l’indice di rotazione a livelli bassi in modo abnorme (4/5), la “spia rossa” di una fortissima anomalia contabile avrebbe dovuto emergere chiaramente a tutti i controllori interni ed esterni: non solo gli amministratori, ma anche i sindaci, i revisori dei conti e gli esperti inviati dalle parti terze. L’eccessiva presenza di oro infatti avrebbe dovuto segnalare la probabile necessità di sostenere lo stato patrimoniale delle aziende ma, di converso, un appesantimento insostenibile degli oneri da capitale immobilizzato.

Come sparisce l’oro dai magazzini?
Come ci spiega l’esperto del settore, queste anomalie contabili non sono le uniche. Se la verifica fisico-chimica può essere falsata da sostituzioni truffaldine del campione di oro tra il prelievo e l’analisi, difficilmente si può nascondere ai controlli contabili la presenza di quantità eccessive di oro in magazzino. Risulta così evidente che, se si conduce un’analisi temporale delle giacenze sul lungo periodo, l’oro probabilmente è iniziato a mancare anni e anni addietro rispetto alla data della fortuita “scoperta” degli ammanchi. Come? Semplicemente attraverso la sua sostituzione con lingotti di metalli e leghe diverse, ma non troppo dissimili per non essere scoperti nelle verifiche “a peso”. In sostanza, al posto dei magazzini pieni di riserve di metallo giallo si rinvengono quantità di altri prodotti dipinti dello stesso colore. A quel punto emerge la distrazione che, molto probabilmente, non è stata improvvisa ma è stata condotta in più fasi nel tempo. Forse anche con complicità interne ed esterne.

Sulle rotte italo-svizzere del trafficante d’oro

Le cause della sparizione e del commercio “in nero” dell’oro
Lo stesso esperto del settore indica le cause strutturali della sparizione di grandi quantità di oro fisico dai magazzini delle imprese orafe e del commercio “in nero” del metallo giallo. Per la questione delle compravendite “in nero”, la motivazione è chiara: evadendo le imposte, l’operatore che acquista oro senza pagare l’Iva dispone di un vantaggio competitivo illegittimo nei confronti delle imprese corrette che operano in piena compliance fiscale ma a costi, ovviamente, superiori. Diversa è invece la questione della sparizione dell’oro dai magazzini: una questione che va inquadrata, secondo la nostra fonte, nella pressione competitiva sul settore. Le aziende dell’oreficeria industriale hanno vissuto una lunga storia: decenni or sono, l’oreficeria industriale italiana non aveva rivali e i margini, anche in termini di costo del lavoro sul costo preponderante dell’acquisto della materia prima, erano ancora abbastanza elevati. Il che permetteva ad alcuni operatori spregiudicati, ad esempio, di non dichiarare in bilancio il recupero di oro dalla produzione e dal procedimento di “legatura” (la trasformazione dell’oro puro 999 in lega 750, con l’immissione di altri metalli necessari a rendere lavorabile il metallo). Si trattava di possibilità di occultare ingenti quantità di metallo, perché il margine di perdita di metallo puro accordato dai fornitori alle imprese poteva arrivare anche sino al 5% dell’oro 999 conferito.

Dalla seconda metà degli anni ’90, però, l’ingresso sul mercato della concorrenza dei mercati emergenti (India su tutti, ma anche Indonesia e Paesi arabi) riduceva drasticamente i margini, anche di due terzi, portando molte imprese orafe alla necessità di indicare a bilancio tutti i recuperi di oro da produzione e all’aumento dell’efficienza industriale, nella quale le imprese italiane hanno un assoluto primato mondiale. Negli ultimi anni però, con la crisi finanziaria e la doppia recessione italiana del 2007-2013, molti operatori che non hanno gestito in modo corretto l’efficienza aziendale o che hanno operato investimenti sbagliati (spesso nel settore immobiliare o finanziario, talvolta utilizzando anche illegittimamente le giacenze di oro fisico aziendale come collaterale a garanzia) si sono trovati spiazzati e potrebbero essere stati indotti anno dopo anno ad alterare progressivamente le giacenze (e i valori, anche a garanzia verso terzi) di magazzino per rivendere “in nero” l’oro sottratto alle proprie aziende o per trafugarlo all’esterlo come “tesoretto” privato.

La dura presa di posizione di Federorafi
Contro queste vicende, che hanno creato un danno alle imprese corrette e rischiano di causare un appannamento all’immagine collettiva del settore dell’oreficeria italiana, il direttivo di Confindustria Federorafi il 21 gennaio scorso ha preso una dura posizione pubblica. In un comunicato, Confindustria-Federorafi ha dichiarato che «sta monitorando da tempo due inverosimili vicende che stanno generando estrema preoccupazione per il nostro settore. Come ben sapete nel settore orafo è avvenuto, negli ultimi dieci anni, un cambiamento epocale. L’aumento vertiginoso del prezzo dell’oro, il cambiamento del gusto dei consumatori, lo spostamento dei consumi dai Paesi maturi a quelli emergenti, eccetera hanno generato una vera metamorfosi del nostro mercato di riferimento. Le aziende che avevano previsto questa evoluzione e si sono adeguate al cambiamento sono rimaste nel mercato. Molte invece che purtroppo, per vari motivi, non sono riuscite ad adeguarsi alle nuove sfide sono uscite dal mercato, la maggior parte con onore e dignità. Osserviamo invece che nell’ultimo anno sono avvenute due inverosimili crisi presso due importanti e storiche realtà del nostro settore».

Secondo Federorafi, «oltre alla dissipazione di tutto l’attivo dell’azienda, tutto finanziato dal sistema bancario e dai fornitori, in queste aziende sono avvenuti degli incredibili ammanchi di oro, fatto di per sé inimmaginabile, incredibile e inaccettabile da parte di tutti noi. Questi fatti gravissimi e intollerabili stanno generando un deterioramento dell’immagine del nostro settore sia presso l’opinione pubblica in generale, ma in particolare modo verso il sistema bancario. Oltre a condannare vivamente questi reati, che comunque verranno perseguiti sicuramente dagli organi inquirenti, prendiamo nettamente le distanze da tali soggetti che non possono appartenere al nostro meraviglioso settore dove la dignità, la fiducia reciproca e l’onestà sono alla base di tutto», conclude Federorafi. Le vicende Vimet e Tecnigold (pur non iscritte a Federorafi) non sono state espressamente indicate nel comunicato ma risulta chiaro che è a quelle che l’associazione fa riferimento.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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