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La maledizione della violenza sulle donne La lunga battaglia per non arrendersi | Femminicidi, strage senza fine – Le storie – Corriere.it

27esimaora.corriere.it – La maledizione della violenza sulle donne La lunga battaglia per non arrendersi | Femminicidi, strage senza fine – Le storie  – di Gian Antonio Stella

«È l’istinto che ordina: uccidi. E ciò risponde anche a morale perché tutto ciò che è a difesa della famiglia è voluto da Dio!».

È passato mezzo secolo da quel 1961 in cui l’avvocato e deputato crotonese Titta Madia si avventurò in quell’arringa mostruosa in difesa di un «assassino per onore». Dovuto all’«insopprimibile l’istinto dell’uomo di difendere il proprio focolare».

ricerca: Oltre la violenza

E davanti alle quattro donne che nelle ultimissime ore sono state ammazzate o ridotte in fin di vita a Bari, Caserta, Siena, Cagliari, ti chiedi sgomento: ancora?

Ancora? Ancora? «Che noia, questi femminicidi!», sbuffano sul fronte opposto i sedicenti «maschi alfa», «maschi selvatici» e via così, infastiditi dalla crescente attenzione all’interminabile catena di delitti.

E gli uomini uccisi, allora? Uffa, sempre le donne… Neanche il tempo che Franco Gabrielli, in audizione alla Commissione di inchiesta, manifestasse una cauta fiducia sulla «progressiva riduzione» dei femminicidi, passati dai 124 del 2011 ai 111 del 2016 (-11%), e la grandinata di violenza ha spazzato ogni fragile ottimismo.

Sono già almeno una cinquantina, nel solo 2017, le donne vittime della violenza di mariti ed ex, fidanzati ed ex, compagni ed ex…

Per un totale, certifica la conta quotidiana del nostro blog al femminile La27esimaora, di 660 mogli, fidanzate, compagne ammazzate negli ultimi cinque anni…

In larga parte, dice il rapporto «Gli omicidi delle donne» di Marzio Barbagli e Alessandra Minello, accoltellate, strangolate, bruciate vive. Certo, gli stessi autori dimostrano dati alla mano che il numero delle donne assassinate è da decenni in calo costante.

Femminicidi, strage senza fine – Le storie

Da quattro ogni centomila abitanti tra gli anni Quaranta e Cinquanta a meno di 0,5 nel 2016. Con una accelerazione (evviva) negli ultimi quindici anni. Il tutto, però, all’interno di un calo generalizzato degli assassinii molto più vistoso e virtuoso.

Tanto che «nell’ultimo ventennio l’Italia ha avuto un tasso di omicidio più basso del Regno Unito e della Francia, che per secoli sono stati, da questo punto di vista, paesi più sicuri».

Un esempio dice tutto: in Calabria e in Sicilia «la frequenza degli omicidi era nel 1991 ben tredici volte maggiore di oggi». Effetti della «pax mafiosa» che in nome del business contempla meno lupare assordanti e più società silenti? Può darsi.

Certo è che per gli studiosi i femminicidi sono scesi molto meno degli omicidi in generale. Tesi condivisa da Franco Gabrielli: «In un periodo di complessivo calo degli omicidi, infatti, le uccisioni di donne rappresentano la maggioranza degli episodi».

 Un fenomeno «frutto d’una subcultura» purtroppo radicata. Quella cultura del possesso, del «maschio selvatico», del «maschio cacciatore per natura», del «maschio padrone» che ripetutamente aggalla. La madre che difende il figlio assassino: «Lei se l’è tirata: glielo aveva detto mille volte di lavare i piatti».

Il sindaco che sdrammatizza lo stupro di gruppo di una quindicenne, costretta a lasciare il paese per trasferirsi all’estero, da parte di una dozzina di coetanei: «È stata una bambinata». La giovane messinese che difende il «fidanzato» che voleva darle fuoco con la benzina postando su Facebook: «Fatevi i cavoli vostri, so io cosa è successo e so io ciò che sento e provo».

E cosa prova? Gli scrive: «Sono pazza di te», «Ti amo», «Solo tu», «Ho il cuore a pezzi». Per non dire del commento della sventurata Barbara D’Urso: «Ci sono uomini che per troppo amore fanno cose che non vorrebbero fare».

È una Italia che non cambia mai? Un Paese dalla cui pancia escono ancora, a ogni processo, quegli avvocati che, spiegò il meridionalista Francesco Compagna al grande Gigi Ghirotti, han vissuto per decenni l’arringa in difesa dell’omicida d’onore come «la scena madre» di tutti i «“gigioni” del foro»?

Fino a dire, come il difensore di un siracusano condannato a 12 anni a Firenze, che «le giurie popolari dovrebbero essere composte da siciliani, quando sono in discussione fatti avvenuti tra siciliani»?

Eppure guai ad arrendersi. E sospirare sull’ineluttabilità di questi delitti che «sempre ci sono stati e sempre ci saranno». È cambiato il mondo, rispetto a una volta. Lo dice il coro di indignazione che sale a ogni delitto.

Lo dice la costanza con cui tante donne hanno tenuto duro come Emanuela Valente, che dopo aver fondato la banca dati inquantodonna.it fu messa nel mirino da un uomo che odia le donne: «Purtroppo tra le ammazzate non c’è ancora la Valente, ma speriamo che presto il vuoto venga colmato».

Lo dice la condanna del magistrato che prese sottogamba per dodici volte le denunce di Marianna Manduca prima che fosse uccisa. Lo dice una nuova consapevolezza di tanti uomini. Lo dice, infine, anche una lettera inviata ieri da Francesca Landi di ActionAid.

Che tra le vittime dei recenti femminicidi ha riconosciuto donne che avevano aderito alla campagna dell’Ong e cambiata l’immagine del profilo Facebook «inserendola all’interno di una cornice segnata dalla frase “No alla violenza sulle donne”».

C’erano tra loro Maria Timo, Antonietta Di Nunno, Arianna Rivara, altre ancora… Certo, non poteva bastare quel piccolo gesto a salvar loro la vita. La battaglia sarà ancora lunga.

E ci saranno, purtroppo, altre vittime fragili e indifese. Ma alla fine, potete scommetterci, il lupo travestito d’agnello sarà sconfitto.

Sorgente: La maledizione della violenza sulle donne La lunga battaglia per non arrendersi | Femminicidi, strage senza fine – Le storie – Corriere.it

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