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Grandi muraglie verdi, c’è chi ci ripensa – National Geographic

Fotografia per gentile concessione “Great green wall”

nationalgeographic.it – Grandi muraglie verdi, c’è chi ci ripensa. Dubbi sull’efficacia, cambiamento climatico e costi astronomici: tanto in Africa quanto in Cina aumentano le perplessità sulla realizzazione delle barriere vegetali anti-deserto   –  di Davide Michielin

Una suggestione lunga quasi 70 anni, radicata nella convinzione che solamente un gigante possa arginare l’avanzata di un altro gigante.

Una fascia di foresta larga 50 chilometri e lunga oltre 7mila, che attraverso undici nazioni percorra l’intera Africa, dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso e protegga dalla sabbia del Sahara una regione grande quanto l’Australia, oggi abitata da 232 milioni di persone.

Così fantasticava nel 1952 l'”Uomo degli alberi” Richard St. Barbe Baker, celebre attivista e silvicoltore inglese che il secolo scorso guidò una vera e propria lotta oltre le frontiere contro la deforestazione.

Rimasta nel cassetto per cinquant’anni, il progetto “Iniziativa della Grande Muraglia Verde per il Sahel e il Sahara” è stato rilanciato nel summit straordinario tenutosi in Ciad nel 2002, in occasione della giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità, e quindi approvato cinque anni più tardi dai leader della Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara.

Pur essendo stato ridotto nell’ampiezza, i chilometri del fronte verde sono passati da 50 a 15, l’idea di una grande barriera verde era ancora vista da molti come l’unica strada percorribile.

Tuttavia, sono molte le cose che possono cambiare in mezzo secolo: l’espansione del deserto, non più così vorace; la consapevolezza che il Sahara stesso è un ambiente naturale e non una malattia da estirpare; un diverso approccio ecologico che punta su interventi locali e mirati piuttosto che su opere faraoniche irrealistiche e di dubbia efficacia.

Senza dimenticare alcuni fenomeni demografici imponenti come la crescita della popolazione, l’abbandono delle campagne e infine i flussi migratori con destinazione l’Europa.

L’esperienza maturata nella realizzazione della più piccola ma efficace Diga Verde algerina, ha convinto nel 2012 i paesi membri a rivoluzionare radicalmente l’impostazione dell’iniziativa, conservandone solamente il nome.

Perciò, benvenuta nuova strategia regionale armonizzata: la visione attuale, sposata nel frattempo da altri nove paesi oltre ai fondatori, punta a circondare il deserto con un ampio mosaico di vegetazione – non solo alberi ma anche cespugli e arbusti – a protezione e ripristino dei terreni agricoli.

Il nuovo corso della Grande Muraglia Verde passa dunque per la rigenerazione naturale del terreno, attraverso la diffusione di specie vegetali autoctone e psammofile, cioè a loro agio in climi aridi e sferzati dalla sabbia.

In questo contesto, nota Lars Laestadius, professore di scienze forestali all’Università Svedese di Scienze agrarie, la dispersione e fertilizzazione dei semi fornite dagli animali sono un’alternativa efficace e a basso costo della piantumazione. Purché l’uomo vigili su incendi e sullo stesso bestiame.

Ecco perché le grandi opere sono state sostituite da stanziamenti per incentivare allevamento e agricoltura nelle regioni rurali, interrompendone l’abbandono. Fornire le risorse economiche direttamente a chi il territorio lo abita e ne conosce ogni singolo aspetto è una strada poco appariscente ma forse più sicura per garantire un futuro alla regione e ai suoi abitanti.

Chi non ha tempo da perdere è la Cina, minacciata dal deserto del Gobi. Le sue dune avanzano di venti metri all’anno, a una velocità tre volte superiore alla media del secolo scorso.

Per fermare le tempeste di sabbia, visitatrici ormai abituali di Pechino, fin dal 1978 il governo ha lanciato un programma forestale per incrementare del 10% l’estensione dei boschi nelle tre macroregioni del nord, dallo Xinjiang alla Manciuria.

Quando nel 2050 sarà completata, la muraglia verde cinese sarà lunga 4.500 chilometri; all’esterno vi saranno una fascia di vegetazione psammofila, disposta a scacchiera per stabilizzare le dune, e un basamento di ghiaia per ancorare la sabbia e promuovere la formazione di suolo.

Nel 2003 il programma è entrato nell’ultima fase, che prevede un sistema di incentivi per gli agricoltori ma soprattutto il ricorso alla semina aerea. Nonostante gli imponenti stanziamenti, nei primi cinque anni essa ha restituito risultati insoddisfacenti, finendo paradossalmente per aumentare l’aridità della regione.

E così nel 2011 il governo ha investito l’equivalente di 7 miliardi di euro per piantare trecento milioni di alberi nella regione dell’Hebei, con l’intenzione di creare ex novo una selva di 250 mila chilometri quadrati, un’estensione superiore a quella dell’intera Gran Bretagna. Rispetto al 2009, il monitoraggio del 2014 ha effettivamente registrato una diminuzione delle aree desertiche di circa 12mila chilometri quadrati. Un segnale incoraggiante che tuttavia, avvertono gli esperti, potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro.

Per raggiungere in fretta l’obiettivo, si è ricorso infatti a specie dalla crescita rapida come pioppi e betulle, estremamente esigenti dal punto di vista idrico. Una sorta di idrovore naturali, queste piante pescano dal suolo grandi volumi di acqua, abbassando il livello della falda e propagando quindi la desertificazione.

Il governo di Pechino sembra però non avere dubbi e per limitare le conseguenze ha deviato il corso di una ventina di fiumi, sconvolgendo in questo modo altrettanti ecosistemi. Una strategia discutibile che probabilmente farebbe sussultare persino St. Barbe Baker, convinto che “la ricchezza di una nazione, la sua ricchezza reale, si può misurare dal numero di alberi”.

Sorgente: Grandi muraglie verdi, c’è chi ci ripensa – National Geographic

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