Roma, 3 luglio 2017 – Uniti finché il Fisco non vi separi. Per finta, s’intende. «Sposati, che ti conviene», consigliavano i nonni, quando di darsi una regolata non si aveva mezza voglia.

Vuoi mettere l’avere a fianco il coniuge ogni volta che ci si lagna per due lineette di febbre o qualora si venga assaliti dal bisogno irrefrenabile di essere ascoltati dall’universo mondo, meglio se nel cuore della notte?

Buonanime, non avevano tutti i torti, sta di fatto, però, che oggi sono sempre più gli sposi che decidono formalmente di lasciarsi per sbarazzarsi, almeno in parte, della zavorra di imposte e tasse che gravano sulle famiglie.

L’associazione degli avvocati matrimonialisti stima che ogni anno, su un complessivo di 91mila separazioni, ben 6.400 siano fittizie. Il 7% del totale serve solo a eludere il Fisco attraverso una pioggia di sgravi. Il meccanismo è semplice e rodato.

Sulla carta moglie e marito non si sopportano più, sottoscrivono un accordo sugli aspetti economici e personali dell’interruzione del rapporto, si presentano in tribunale – la pratica si può sbrigare anche in Comune o attraverso la sola assistenza dei legali –, quindi recitano le loro parti e incassano l’agognata dichiarazione di separazione consensuale.

A quel punto il gioco è fatto. Sotto lo stesso tetto la vita continua come se nulla fosse, salvo per i risparmi che non tardano ad arrivare.

Sul piano fiscale salta il reddito unico familiare, con uno dei due che ogni mese strappa all’altro un sostanzioso assegno di mantenimento. Il più ricco paga meno tasse nella fascia alta del reddito. Il secondo le versa con aliquota Ierpef di solito più bassa. dalla differenza si genera il vantaggio Irpef.

Per lo più è sempre lo stesso marito a trasferirsi (mica per davvero!) nella villetta di famiglia al mare, magari a Portofino.

La mossa fa sì che entrambe le abitazioni dei furbetti della separazione figurino come prime case.

Zero Imu e niente Tasi, tutti soldi che restano nelle disponibilità della coppia. C’è poi il capitolo dei figli. Questi normalmente finiscono a carico della madre, con tanto di sconti su tasse scolastiche e ticket sanitari.

La riforma dell’Isee – ora vale anche il reddito del coniuge separato – ha stretto un po’ le maglie, ma qualche sgravio si riesce comunque a ottenere. Inoltre, non saranno euro, ma sono pur sempre vantaggi i balzi in avanti nelle graduatorie sul lavoro dei quali può beneficiare la mamma piantata in asso dal marito.

«In Italia assistiamo a due fenomeni contrapposti: da un lato, i separati in casa, che si odiano alla follia, dall’altra, i finti separati, insieme appassionatamente – commenta Gian Ettore Gassani, presidente degli avvocati matrimonialisti –.

I secondi sono in crescita costante, complice la pressione fiscale ai limiti della sopravvivenza nel nostro Paese. Sul web è facile imbattersi in siti di diritto tributario che spiegano per filo e per segno in che modo aggirare il Fisco, lasciando il proprio coniuge».

Ma quanto si può risparmiare di tasse con una separazione farlocca? «Il gioco vale la candela per una famiglia in cui lui è un libero professionista, con un reddito di 80-100mila euro l’anno netti, e lei o è casalinga o lavora part-time – puntualizza Gassani.

Coppie di questo tipo, considerando un assegno di mantenimento di 3mila euro al mese, possono beneficiare di sgravi Irpef di circa 7mila euro l’anno, per arrivare fino a quota 20mila con altri sgravi di varia natura. In una prospettiva di vita di 30 anni, significano fino 600mila euro messi da parte.

Come dire, il mutuo per l’acquisto di una casa in una zona residenziale lo pagano eludendo il Fisco».

A rimetterci è lo Stato, cioè i contribuenti, senza che nessuno possa farci nulla. Il presidente dei matrimonialisti lo sa bene: «Fino a quando non si riformerà la legislazione in modo da rendere obbligatoria, ai fini dell’omologa del giudice, l’effettiva separazione consensuale, stiamo certi che non cambierà nulla.

Ora come ora la magistratura ha le mani legate e con lei noi avvocati». Anni fa il Comune di Marina di Grosseto decise di passare al contrattacco.

L’ente locale riuscì a stanare 650 separati che, uscendo dal nucleo familiare, avevano preso la residenza da quelle parti. Seconde case trasformate in prime, senza abitarci, ma solo per non pagare le imposte sul mattone. Il più delle volte, un gioco da ragazzi.