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facciamosinistra!: Una leadership sotto attacco nel Pd, divisiva tra gli elettori

di Michele Prospero 
La liquidazione della leadership di Renzi è la condizione indispensabile, ma certo non sufficiente, per una ripresa delle manovre a sinistra. Regalarlo all’oblio, e affidare il Pd assai ridimensionato a una conduzione meno provocatoria, sarebbe già un piccolo annuncio di inversione di tendenza. È vero che i problemi di fondo della democrazia italiana non sono riconducibili alle scelleratezze di una singola persona. Anche chi ama dipingersi come un uomo solo al comando e, nel suo delirio per il partito personale, manomette la Costituzione e combatte i diritti del lavoro, in realtà non scatena effetti di sistema con la sua pura volontà di arbitrio.
Contano sempre i rapporti di forza e le potenze sociali di cui una leadership è comunque espressione. E però rinunciare al forte impatto divisivo che la figura di Renzi esercita nella società non sarebbe ragionevole. Il popolo non sta con Renzi. È caduto “in odio all’universale” direbbe Machiavelli. E, fino a quando lui sarà al centro della contesa, i molti non aspetteranno altro che una qualsiasi arma politica per percuoterlo a reiterazione negandogli il consenso.
Non ci sono effettive possibilità di invertire il ciclo negativo con le trovate di un marketing ormai ripetitivo e con slogan fastidiosi come un ronzio testardo. Il meccanismo simbolico che la sua riapparizione ha scatenato rinvia al duello tra un capo irridente e un popolo che si sente beffato nei suoi pronunciamenti. Eppure un plebiscito non lascia libertà ermeneutica alcuna. Un politico appena savio dovrebbe scongiurare questa estrema polarizzazione tra l’alto e il basso, il capo e il popolo. Renzi invece accetta una corsa al massacro che trasforma un politico che veste il linguaggio del comico in uno sconfitto ad oltranza che per cocciutaggine infantile volge al martirio.
Poiché è difficile che una tardiva congiura possa sortire effetti liberatori, allontanandolo dal Nazareno dopo la sceneggiata dell’incoronazione avuta da un simulacro di partito, non resta che attendere lo schianto delle elezioni. Per motivi del tutto obiettivi, l’antirenzismo è uno dei collanti per abbozzare una alternativa al potere che ha aggredito lavoro, costituzione, scuola. Non è sufficiente l’immagine del nemico, ma intanto l’avversione radicale verso un leader non più tollerato è una cosa che si annusa nell’aria e impolitico sarebbe rinunciarvi. Occorrerebbe anche dell’altro, ma non esiste ancora una sinistra credibile e pronta per imbastire una alternativa progettuale.
Le sue difficoltà sono la sedimentazione di 25 anni di storia repubblicana non ripensati criticamente e quindi oltrepassati per davvero, senza camuffamenti strumentali. La rivendicazione del bilancio positivo di quanto realizzato dal centro sinistra nei suoi anni di governo è di sicuro legittima. Ma la puntigliosa difesa di un ceto politico che si è mantenuto lontano dalla corruzione, ha raggiunto un certo prestigio in Europa e ha anche mostrato una capacità di gestione della macchina dell’amministrazione, non dovrebbe occultare l’impatto strategico, nel complesso negativo, che nel lungo periodo ha esercitato la contagiosa metamorfosi culturale della sinistra Dc che, già negli anni ’80, si convertì alla venerazione del liberismo, dell’efficienza.
Da una tradizionale predilezione statalista (industria pubblica, politiche industriali, partecipazioni statali), la sinistra Dc, anche in competizione con il Psi, passò alla rivendicazione delle virtù dell’efficienza degli ingranaggi del libero mercato. In questo impeto contro lo Stato imprenditore, essa si incontrò con l’innamoramento della sinistra postcomunista per il nuovo verbo blariano che cantava l’elogio della concorrenza, delle privatizzazioni, dello Stato regolatore e non gestore. Molte scelte furono obbligate per una tradizione annichilita e spaesata dopo la sconfitta dell’Ottobre. E però una valutazione complessiva andrebbe ormai abbozzata per tentare un’operazione nel segno della discontinuità come quella di Corbyn.
Se dopo 25 anni l’Italia non cresce, la sua economia conserva gli stessi elementi di fragilità strutturale, con il riemergere di pesanti differenziazioni territoriali e con livelli insostenibili di disoccupazione e di esclusione sociale, ciò chiama in causa qualcosa di permanente, cioè l’abbandono dei canoni dell’antico governo pubblico dell’economia. Il maltrattamento dell’economia mista, l’esaltazione del vincolo esterno come irripetibile occasione di un recupero di competitività contro i lacci e lacciuoli dello Stato sociale, ha estirpato, con le degenerazioni e gli elementi di improduttività, con le sacche di corruzione e di inefficienza, anche le condizioni pubbliche a garanzia della crescita, dell’innovazione, degli investimenti produttivi, dell’occupazione, della redistribuzione.
Su questi punti di sofferenza epocale o declino è opportuno insistere criticamente non per imbastire affrettati processi sulle colpe delle classi dirigenti ma per immunizzarsi definitivamente da una cultura di governo che ha fallito nella sua idea di modernizzazione e indotto alla marginalizzazione sociale, alla perifericità dell’Italia nell’economia-mondo. Non per cercare capri espiatori ma per riproporsi come reali forze di alternativa, cioè come punto di riferimento in un tempo di crisi sociale cronicizzata, la sinistra dovrebbe ripensare le sue categorie, per definire un progetto nuovo che parli alle sofferenze ed esclusioni odierne.
Se questa apertura programmatica manca, alla sinistra plurale non resta che accontentarsi dell’antirenzismo. È unilaterale e rozzo il desiderio di abbattere la statua di un capo odiato che non se ne va, ma questa picconata a un’icona ostile sprigiona pur sempre un elemento di mobilitazione. Antirenzismo, allora? Sì, solo se serve per prendere tempo e lavorare a un progetto politico che non può cavarsela con una riedizione di un antico centro-sinistra.

Sorgente: facciamosinistra!: Una leadership sotto attacco nel Pd, divisiva tra gli elettori

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