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Escalation e migliaia di morti: ecco perché gli Usa non colpiscono la Corea del Nord

NEW YORK – I tamburi di guerra tornano a farsi sentire nella penisola coreana. Ma qualunque “opzione militare” esaminata e messa a punto dal Pentagono non può finora sfuggire a una tragica realtà che tiene l’America e il mondo in allarme: ogni tentativo di colpire Pyongyang, anche con attacchi “chirurgici” destinati a disinnescare i suoi programmi atomici, appare destinato a scatenare un conflitto senza precedenti per le ultime generazioni. Con un bilancio delle vittime stimato probabilmente in centinaia di migliaia di persone, tra la Corea del Sud e il Giappone che sono oggi nel mirino delle artiglierie e dei missili nordcoreani.

Bilancio inaccettabile
Un bilancio, insomma, inaccettabile per Washington e i suoi alleati e che è il simbolo della paralisi della crisi, un’impasse della quale l’amministrazione di Donald Trump non riesce a venire a capo. I generali americani impegnati in manovre militari di rappresaglia simbolica con Seul hanno dichiarato di essere pronti se necessario a marciare, indicando che solo «l’autocontrollo”» resta come barriera. Ma lo stesso Trump è tornato questa mattina a suggerire l’altra strada maestra per affrontare Pyongyang, quella politica e diplomatica che passa per la Cina, anche se finora non ha prodotto risultati apprezzabili.

Ecco i tweet presidenziali, diventati veri aforismi della politica estera statunitense: «Gli Stati Uniti hanno firmato alcuni dei peggiori accordi commerciali nella storia del mondo. Perché dovremmo continuare queste intese con Paesi che non ci aiutano?». La criptica domanda riceve una risposta che chiarisce il tutto dopo pochi minuti: «L’interscambio tra Cina e Corea del Nord è cresciuto di quasi il 40% nel primo trimestre. E pensare che la Cina aveva detto di voler lavorare con noi – ma dovevamo provarci!». Numeri a parte – la cifra riflette solo un mese di blocco cinese dell’import di carbone di Pyongyang, scattato il 26 febbraio – il messaggio politico sembra chiaro: Pechino non sta facendo abbastanza per contenere il pericoloso alleato nordcoreano e deve fare di più.

Trump in Europa per il G20
Poco dopo Trump è partito alla volta dell’Europa, dove nel fine settimana parteciperà a un cruciale vertice del G20 durante il quale la Corea del Nord sarà tra i tempi più caldi e dove vedrà il leader cinese Xi Jinping. «Faremo molto bene» al G20 ha detto a chi gli chiedeva quali sono le aspettative. Con Xi però non sarà facile trovare una comunanza di strategie: la principale preoccupazione cinese è quella di non de-stabilizzare Pyongyang e la penisola coreana.

Se i focolai di tensioni al summit internazionale non mancheranno – dalle divergenze sull’ambiente con gli alleati europei all’incontro con Vladimir Putin all’ombra di Siria, Ucraina e interferenze nelle elezioni americane – Pyongyang occupa il posto d’onore a causa del peggioramento continuo della crisi e alle sue implicazioni per l’Asia e il mondo. Il generale Vincent Brooks, capo delle forze armate americane in Corea del Sud, ha avvertito che «l’autocontrollo, che è una scelta, è tutto ciò che separa l’armistizio della guerra» riferendosi al cessate il fuoco che nel 1953 pose fine allo scontro aperto senza mai ufficialmente risolvere il conflitto nella penisola. Riferendosi a esercitazioni congiunte con la Corea del Sud ora effettuate, Brooks ha aggiunto che «siamo in grado di cambiare questa scelta quando riceviamo l’ordine. Sarebbe un grave errore per chiunque credere il contrario».

I timori dei generali Usa
In realtà, a fermare quell’indice sul grilletto è ben più che autocontrollo. È il conto, cortesia delle stesse forze armate statunitensi, delle vittime e delle devastazioni che una eventuale nuova guerra lascerebbe sul terreno. Un attacco a Pyongyang provocherebbe una reazione immediata di migliaia di batterie di artiglieria nordcoreane – ottomila capaci di 300.000 lanci in un’ora, tra le quali sistemi Koksan e lanciarazzi – piazzate nelle regioni di confine e puntate su Seul, città di dieci milioni di abitanti, a soli 50 chilometri della frontiera. Metà di tutta la popolazione del Paese vive in un raggio di 80 chilometri dal nemico, un’area dove Pyongyang ha minacciato un «mare di fuoco». Prima che americani e sudcoreani possano zittire simili arsenali, anche rapidamente con i loro sofisticati arsenali, la tragedia sarebbe compiuta.
Senza contare che Pyongyang dovrebbe avere a disposizione anche arsenali chimici e biologici e almeno una dozzina di bombe nucleari e missili che, prima ancora del recente test di ordigni intercontinentali alla radice dell’ultima escalation della tensione, potrebbero raggiungere non solo la Corea del Sud ma il Giappone. Lanci multipli potrebbero essere difficili da intercettare completamente dai sistemi di difesa anti-missilistica americani.

Il precedente
L’ultima volta che il Pentagono ha seriamente considerato azioni militari contro Pyongyang, nel 1994, le ha rapidamente abbandonate. L’allora segretario alla Difesa William Perry, sotto il presidente democratico Bill Clinton, chiese un piano contro un reattore nucleare, archiviato all’ombra di possibili centinaia di migliaia di morti. Più di recente, nel 2012, un’analisi del Nautilus Institute for Security and Sustainability ha calcolato che una risposta nordcoreana su obiettivi militari ucciderebbe in poche ore forse tremila persone, una rappresaglia su target civili almeno 30.000. Le vittime salirebbero a 60.000 nel primo giorno intero di conflitto contro obiettivi bellici. Nel caso di una guerra totale alla popolazione civile le vittime potenziali potrebbero superare le 300.000 nel giro di pochi giorni. L’attuale Segretario alla Difesa James Mattis si è detto cosciente della posta in gioco nei mesi scorsi: «Sarebbe probabilmente il peggior conflitto della nostra vita».

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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