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Viaggio sul Po assetato – La Stampa

Le imbarcazioni turistiche rischiano di incagliarsi nelle secche Intere porzioni del letto del fiume si sono trasformate in spiagge

NICCOLÒ ZANCAN
INVIATO AD ARENA PO (PAVIA)

Quando la motonave Beatrice si è incagliata nel sabbione poco dopo il pontile di Parpanese, il comandate Faravelli ha usato il migliore dei diversivi, quello della leggerezza. «Ho alzato la musica da ballo, chiedendo ai 28 passeggeri di concentrarsi a poppa, mentre con la pompa svuotavo l’acqua di lavanda che avevo nei serbatoi di prua. E così, distribuendo meglio i pesi, con il motore indietro tutta, anche grazie alla corrente favorevole, ci siamo tirati fuori dalla secca. Era la notte dei fuochi, è sembrato quasi un gioco. Ma da quella volta non navigo più in direzione Est».

 

Se si escludono le due imbarcazioni finite incastrate sotto un ponte a Torino, Valentino e Valentina di proprietà comunale, il comandate Faravelli è il primo titolare di una licenza per la navigazione turistica che si incontra sul Po. Il suo ormeggio è al chilometro 280, fra Stradella e Piacenza, nel pieno di quella zona che era stata raccontata magnificamente da Mario Soldati. È la terra dei pescatori di anguille, della salama da sugo, delle nebbie e delle zanzare. I paesi hanno nomi come Zerbo, Predellina, Spessa. E prima di arrivare a sentire l’odore del grano e dell’acqua quasi ferma, tutto quello che si vede sono salumifici, campi di mais e girasoli ripiegati dall’afa, riluttanti ad assecondare la loro stessa natura.

 

 

Ed ecco il comandate Carlo Alberto Faravelli, figlio di Dante Faravelli, capo pontiere fino all’anno 1972 e poi manovratore sulle chiatte della ghiaia. «Io sono nato nel Po. Lo considero un parente. Dopo lunghe ricerche nei cantieri navali, ho fatto costruire “Beatrice” lo scorso anno, dandole il nome di mia figlia. È stato il mio regalo per la pensione. Porto i turisti, quelli che ci sono e quelli forse verranno quando sarà davvero completata la pista ciclabile da Venezia a Torino. Quello che vediamo qui, in questo tratto, è un fiume con poca acqua. A giugno è già svuotato come ad agosto. Posso risalire solo in direzione Ovest verso il Ponte della Becca, due ore e mezza di navigazione e ritorno. A valle il livello cala troppo, noi abbiamo bisogno di almeno 65 centimetri d’acqua. È quello il pescaggio di “Beatrice”, elica compresa. Non passiamo».

 

Ogni giorno l’Aipo, l’agenzia interregionale per il fiume Po, manda una mail con gli aggiornamenti. Oggi, alle 14.20, scrive: -1,81. Sempre dati negativi dalla primavera. Il fiume è sotto il livello dell’Adriatico, dove andrà a sfociare dopo altri 370 chilometri. Ma non è ancora il record dell’estate, che può toccare in questo punto anche -2. Si tratta di una magra prematura, come se le stagioni fossero sempre in anticipo su loro stesse. «Però le analisi sulla qualità dell’acqua sono buone da due anni», spiega il comandate Faravelli. «Noi diciamo, con una battuta amara, che il motivo è da ricercare nelle molte fabbriche che hanno dovuto chiudere per la crisi».

 

 

È l’estate della grande sete. Dei campi che soffrono. Dei contadini che lottano per non perdere il raccolto. Degli affluenti completamente a secco, come il Trebbia, il Tidone, l’Aversa, soltanto pietre a segnare l’alveo. Ci sono 37 gradi a metà pomeriggio, un cielo appiccicoso, temporali in arrivo, forse una tregua nell’anno più difficile, quello in cui il cambiamento climatico sta toccando anche in Italia la vita delle singole persone.

 

Le storie e le leggende del Grande Fiume sono sempre all’altezza del suo mito. Il pesce siluro da 180 chili pescato dalle parti di Mortizza, le tracce di cocaina in alcune specie analizzate intorno all’Isola Serafini. Quando l’acqua è poca, i pesci si concentrano nelle pozze più profonde, nella zona fra Lombardia ed Emilia, perché lì c’è la diga per la centrale elettrica. Chi conosce ogni palmo di questa zona è Mauro Beghi, operaio di professione, ma amante del Po. Insieme a Dario Lucchini al timone, vanno a controllare che il fiume sia rispettato. È una guardia ambientale della Carp Fishing, insegue pescatori di frodo che approfittano della siccità per tirare fuori carpe, barbi, pesci gatto, i pochi lucci che ancora rimangono. «Abbiamo fatto 418 interventi nel 2016. Pescano con tramagli, nasse e cordini. Non rispettano i divieti, depredano la zona». Subito dopo la diga, c’è quello che viene chiamato il Po morto. Perché è il punto con meno passaggio d’acqua. Il canale per le barche della vecchia via per il mare è in disarmo. Intere porzioni del letto del fiume sono delle spiagge, dove adesso qualcuno sta cercando di far passare la giornata.

 

 

Qui il fondale diventa «pratone», come vengono chiamati i tratti senza profondità. Puoi avventurati solo con barche a idrogetto, cioè senza elica. Ed è possibile distinguere al passaggio ogni singola pietra, ogni filamento verde d’alga, ogni detrito venuto giù con chissà quale piena e arenato qui. Il signor Andrea Cravedi di mestiere fa il meatore, è addetto al controllo della profondità del fiume. Deve piazzare boe e segnaletica di riva per avvisare i naviganti di ogni pericolo. «Il tratto più in sofferenza è quello dopo Castel San Giovanni, da Piacenza non riusciamo a risalire oltre. Parpanese. San Zenone». È proprio lì che nella notte dei fuochi si è incagliata la motonave «Beatrice», il punto dove il fiume soffre di più. «Provate ad andare al Ponte della Becca», dice Cravedi. «Troverete piccole imbarcazioni private che vi potranno accompagnare nella secca».

 

Aveva ragione. Dove il Ticino si unisce al Po, mischiando acque verdi ad altre più argillose, c’è un porticciolo animato. Alle sette di sera riceviamo la cortesia di un imbarco da parte di Luana Bonfoco e Bruno Bertaggi, che navigano su un piccolo motoscafo in alluminio accompagnati dal cane Elvis. «Non c’è mai stata una situazione del genere a giugno», dice lei. «Vi portiamo a vedere cosa succede, non lontano da qua».

 

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Elvis, seduto a prua, drizza le orecchie in ascolto di qualunque rumore. Aironi che si alzano in volo, beccacce fra i rami, l’eco di un motore lontano amplificato dal ponte di ferro che divide le sponde. La barchetta ha il fondo piatto, solo 15 centimetri di pescaggio, si alza sul pelo dell’acqua nella luce immobile della sera. «Guardate quei relitti, sulla sponda lombarda. Non c’erano l’anno scorso. Erano completamente sommersi. E qui, in direzione Pavia, in questo tratto, si arriva ad avere un minimo di trenta centimetri di portata al centro». Significa che poco più di una spanna d’acqua separa l’elica dal fondo del fiume. E infatti, è opportuno togliere giri al fuoribordo, rallentare, procedere con prudenza. «L’acqua è tutta la nostra vita», raccontano Luana e Bruno, orgogliosi di questi posti che si possono vedere solo stando dentro al fiume. «Di mestiere, vendiamo tosaerba. Se non piove, sono guai. Così come per il Ticino e per il Po. Manca l’acqua. Ricorderemo a lungo questo torrido 2017».

 

 

Elvis abbaia, ha visto qualcosa. Sono due ragazzi che fanno il bagno, nonostante i divieti. Sono le otto di sera, ancora 35 gradi. Giù a Ponte di Lagoscuro, l’ultimo rilevamento prima dell’Adriatico, l’idrometro segna -6,45 sul livello del mare. Intanto qui, nella bassa Padana, il meatore ha messo le boe di segnalazione, il proprietario della motonave «Beatrice» prepara la prossima gita al riparo dalle secche, ci sarà un’altra notte di caccia ai pescatori di frodo. Ognuno sta facendo la sua parte sul Grande Fiume, aspettando la pioggia.

 

 

Sorgente: Viaggio sul Po assetato – La Stampa

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