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Tortura, presidente Mattarella: “Lavoriamo per sradicare questa pratica” – Rai News

Oggi ricorre il 28mo anniversario della ratifica della Convenzione dell’Onu. Quattro giorni fa, la CEDU (la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) ha condannato l’Italia per le violenze del G8 di Genova del 2001: si è trattato di tortura. Amnesty international Italia e Antigone chiedono l’approvazione di una legge che punisca il reato e criticano il testo approvato dal Senato lo scorso maggio e da oggi in discussione alla Camera per l’ok definitivo Tweet Reato tortura: Consiglio Europa: l’ Italia modifichi testo di legge Tortura, Grasso: il diritto internazionale chiede una legge Reato di tortura, Aula Senato approva il ddl con 195 sì. Ora torna a Camera 26 giugno 2017 “Lavorare insieme per combattere ogni forma di tortura rappresenta un obiettivo permanente”. Così il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, interviene nella Giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, sottolineando la centralità della società civile “nella promozione dei diritti umani e nell’assistenza a quanti lottano a loro difesa”. Il Presidente ha esortato il paese ad intensificare gli sforzi “per dar voce e offrire tutela a tutte le vittimi di ogni forma di tortura”. Il fine è quello di “sradicare questa pratica”. Parole dure che si richiamano a quelle del Santo Padre, che ha ribadito oggi “la ferma condanna di ogni forma di tortura”, invitando tutti ad “impegnarsi per la sua abolizione”. La condanna di Strasburgo In questi giorni in Italia si torna a parlare di tortura non soltanto in occasione della giornata istituita dalle Nazioni Unite. È del 22 giugno la condanna (la seconda) al nostro Paese della Corte di Strasburgo per i fatti di Genova del 2001. Violato l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, secondo la Corte, quello che recita che “nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. Alla Diaz, in quella notte calda di luglio, fu tortura. Le manganellate, i calci e i pugni che gli agenti del VII Nucleo Antisommossa perpetrarono ai danni dei manifestanti oggi puniscono pesantemente l’Italia, chiamata a risarcire somme che arrivano fino a 55mila euro. La condanna della CEDU all’Italia, però, passa anche per un’altra motivazione: l’assenza di leggi interne che possano garantire giustizia per questi atti. Perché in Italia, nel 2017, la tortura non è ancora un reato. Da Antigone a Amnesty: Il Parlamento non può più aspettare Un paradosso, quello del nostro paese di aver firmato 28 anni fa la Convenzione contro la tortura senza avere una legge che punisca il reato. Da anni, l’associazione Antigone – dalla parte dei diritti si batte per l’approvazione di una norma che tarda ad arrivare. “Il Parlamento non può più aspettare – ha affermato Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione – Si approvi da subito una legge che sia presentabile, applicabile e rispettosa delle Convenzioni internazionali”. Parla di “inadeguatezze del sistema normativo” e “scelte politiche sbagliate”, Amnesty International Italia in merito alla questione spinosa della tortura. La ong denuncia con forza come, per determinate fasce della popolazione in Italia, il rischio di subire violazione dei diritti umani (e di subirli) sia un problema grave e concreto. In occasione delle elezioni politiche del 2013, Amnesty ha presentato un programma di riforme racchiuso in un’Agenda in 10 punti, in cui, tra le altre istanze, si chiedeva a governo e parlamentari di procedere all’approvazione della legge contro il reato di tortura. La mancanza di un reato specifico di tortura nel codice penale – denuncia Amnesty – comporta che chi è accusato di tortura venga incriminato per reati generici, puniti con pene lievi e soggetti a termini di prescrizione brevi. Tra gli altri provvedimenti raccomandati dalla ong ci sono le misure per l’identificazione degli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico, la cui identità deve poter essere stabilita in sede di accertamento di eventuali responsabilità individuali per violazioni dei diritti umani. Il fine è proprio quello di prevenire violazioni dei diritti umani da parte di appartenenti a forze di polizia. Inoltre, sempre in relazione alle forze di polizia, Amnesty chiede che vi sia una “adeguata preparazione” per un impiego di “metodi non violenti e non letali e a ricorrere solo in caso di assoluta necessità a un uso legittimo e proporzionato della forza e delle armi, in linea con quanto stabilito dagli standard europei e internazionali in materia”. A che punto siamo con la legge A maggio, il disegno di legge che introduce il reato di tortura nel codice penale italiano – “una legge di civiltà”, per il Partito democratico – è stato approvato al Senato e da oggi è in discussione alla Camera per l’approvazione definitiva. Un testo che tradisce le aspettative e, soprattutto, chi in questo paese di tortura è morto. Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva sono solo alcuni dei nomi delle vittime della violenza impunita dello Stato. Oggi, se fossero in vita, avrebbero assistito all’approvazione di una legge “talmente inapplicabile da essere controproducente”, come ha affermato la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi. Un testo “stravolto”, a detta del padre della legge, il senatore Luigi Manconi, che vede innanzitutto il reato svincolato dall’operato dei pubblici ufficiali o di incaricati di pubblico servizio. Ma non solo: la confusione nel testo rende a tratti inapplicabile la legge. È il caso di un emendamento introdotto al Senato in cui si legge che il reato non sussiste “nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti”. Anche in merito alla tortura psicologica ci sono nodi difficilmente estinguibili: i traumi psichici andrebbero verificati, ma – come sottolinea Manconi – “i processi per tortura avvengono per loro natura anche a dieci anni dai fatti commessi. Come si fa a verificare dieci anni dopo un trauma avvenuto tanto tempo prima?”. Per Amnesty si tratta di un testo “impresentabile”, lontano dalla Convenzione dell’Onu. Un testo la cui priorità “è stata quella di voler proteggere gli appartenenti all’apparato statale anche quando commettono gravi violazioni dei diritti”. È difficile credere, quindi, che la legge che il Parlamento si appresta a varare elimini il rischio di una seconda Diaz. Un’altra “macelleria messicana” – come il vicequestore del primo Reparto mobile di Roma Michelangelo Fournier definì i fatti di Genova – è ancora possibile.

Sorgente: Tortura, presidente Mattarella: “Lavoriamo per sradicare questa pratica” – Rai News

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