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Storia di 7 indiani sikh che hanno fatto arrestare il loro caporale

Nei campi sterminati dell’Agro-pontino, il caporalato non fa più notizia. Qualche anno fa alcune grandi testate italiane hanno denunciato le pessime condizioni di lavoro cui sono sottoposti i circa 30mila braccianti indiani delle grandi aziende agricole attive nelle terre della bonifica fascista. E gli indiani Sikh in sella alle loro bici alle prime ore dell’alba o al tramonto, sono ‘compagni’ fissi per chi d’estate frequenta il litorale pontino, tra Terracina, San Felice Circeo e Sabaudia.

Ma quest’estate, alcuni di loro avranno di che festeggiare: sette ragazzi di nazionalità indiana hanno trovato il coraggio di denunciare il loro caporale (un connazionale) condannandolo alla custodia cautelare prima, e ai domiciliari poi. Appena qualche giorno fa, il giudice ha disposto il rinvio al giudizio e, se tutto procederà secondo i piani, all’inizio di luglio dovrebbe arrivare la sentenza definitiva. Si tratta di un duplice processo: uno contro il caporale e l’altro per ottenere le mancate retribuzioni per i lavoratori sfruttati. E quella di Sabaudia è la prima causa di questo tipo in tutto il Lazio e tra le prime in Italia. Agi ha incontrato i lavoratori che hanno sporto denuncia e l’avvocato che segue la causa.

Hardeep, Harjeet e Kapil, piegati 12 ore al giorno a raccogliere ravanelli

Sono le ore 18 di un venerdì sera e Hardeep, Harjeet e Kapil sono i primi a rientrare dal lavoro. Li aspettiamo, come da accordi, davanti la loro casa: una piccolissima abitazione presa in affitto in un piccolo borgo, vicino Sabaudia, e in cui vivono in 6, tutti provenienti dal Punjab, dove alcuni di loro hanno lasciato moglie e figli. Sono stati fuori casa 12 ore, piegati a raccogliere ravanelli, ma non è un’eccezione: spesso sono via anche 13-14 ore. Hardeep, Harjeet e Kapil hanno lavorato per 4 anni in un’azienda di proprietà olandese che esporta in tutto il mondo. Con regolare contratto con scadenza a due mesi, in teoria, pagati a cottimo, in pratica. Per anni si sono occupati della raccolta di ravanelli: 3 euro lorde per 100 mazzetti da 15 ravanelli, e così per 12 ore al giorno. “I primi due anni ci siamo trovati bene – racconta all’Agi Hardeep – lavoravamo tutto il giorno e la paga era bassa, ma non ci lamentavamo. Poi è arrivato Kumar. E’ entrato in azienda come un normale lavoratore, come noi. Ma dopo poco ha iniziato a fare i suoi giochi”.

 Indiani sikh a Sabaudia (Afp)

All’azienda serviva qualcuno che gestisse i lavoratori e la scelta è ricaduta su Kumar. E’ stato l’inizio della fine: “Si è imposto subito e chi non voleva sottostare lo mandava via”, spiega Harjeet, che racconta: “Abbiamo provato a chiedere un aumento della paga, e lui ha addirittura abbassato il compenso: 2 euro e 90 centesimi per 100 mazzetti da 15 ravanelli. La maggior parte delle aziende pagano 3.50-4 euro per lo stesso quantitativo. Insomma Kumar pagava pretendendo un lavoro più alto della media”. E a quanto pare, se c’è da raccogliere verdura, i ravanelli è il meglio che possa capitare: “Le zucchine puzzano, ti sporchi moltissimo e hai delle reazioni allergiche. I cocomeri sono molto pesanti e pagano poco perché ora il costo sul mercato è di circa 30 centesimi al chilo”. “Il ravanello è un buon compromesso”.

Per ora: “A 35 si può trascorre la giornata piegati per terra. Riesci a sopportare il mal di schiena, di braccia, le ginocchia che fanno male. Ma quando si diventa più anziani, no. Non è più possibile”, sottolinea Harjeet. Un lavoro faticoso da sostenere che ha sdoganato nell’Agro pontino il ricorso a sostanze dopanti e analgesici tra i lavoratori, i cui pusher molto spesso sono proprio i caporali o i datori di lavoro, che gli indiani chiamano “padrone”. Lo ha denunciato “In Migrazione” con un dossier “Doparsi per lavorare come schiavi”. Proprio la coop. “In Migrazione” per anni ha seguito e intervistato i lavoratori indiani e il suo responsabile scientifico, Marco Omizzolo, si è infiltrato nei campi agricoli come bracciante e ha lavorato sotto caporale per comprendere modalità di reclutamento e sfruttamento.

Per Hardeep una delle cose più dure da accettare era la convocazione in tarda serata tramite Whatsapp: “Tornavo a casa tardi, mangiavo, pulivo e mi sdraiavo sul letto a pregare che mi chiamasse per lavorare il giorno dopo”. Kumar aveva creato un gruppo su Whatsapp in cui gestiva una quarantina di lavoratori. Chi aveva provato ad alzare la testa nei campi veniva lasciato a casa per qualche giorno. Lo stesso accadeva al ritorno dall’India: “I suoi amici tornavano al lavoro il giorno dopo, noi abbiamo dovuto aspettare anche 20 giorni. Era una specie di punizione”. Anche la scadenza del permesso di soggiorno rappresentava un forte rischio di disoccupazione: “A chi non si era del tutto sottomesso, Kumar impediva di rinnovarlo in modo da prendere altre persone”.

Nonostante le loro condizioni, i sette sono stati più fortunati di altri colleghi: loro, almeno, non hanno mai subito violenza fisica.

Il coraggio di denunciare pensando a… Falcone

“Non è stato facile per me decidere di sporgere denuncia”, racconta Hardeep. “La mia famiglia in India non lo sa. Non ho voluto dirglielo. Non avrebbero capito e mi avrebbero chiesto ‘Perché fai così?’”. Ma “abbiamo una vita molto breve ed è giusto fare qualcosa di buono”, spiega. Poi aggiunge: “Conoscete il giudice Falcone? Non è morto e il suo esempio vive ancora con noi”. E a lui ha pensato Hardeep quando ha firmato il documento per denunciare il suo caporale.

Subito dopo la denuncia, Hardeep, Harjeet e Kapil hanno perso il lavoro. Oggi i primi due fanno fatica a trovare un altro impiego continuativo. Portano a casa contratti di due mesi ma sempre con aziende agricole diverse. “E’ difficile ogni volta rientrare nei meccanismi”, sostiene Hardeep che racconta come con il nuovo datore di lavoro il pagamento sia più saltuario: “Alcuni colleghi non sono stati pagati affatto a maggio”. E poi c’è un altro scoglio: “I caporali sono quasi sempre indiani, conoscono Kumar, ed è da loro che bisogna passare se si vuole lavorare con un’azienda. Se si salta questo passaggio il caporale si sente scavalcato e impedisce l’assunzione”.

A Kapil, invece, è andata meglio: ha preso in affitto 4 ettari di terra vicino Sabaudia avviato una sua attività. “Coltivo zucchine e gestisco 5 persone, tutte con regolare contratto”. Per Hardeep, invece, il sogno non è quello di tornare in India ma di prendere la patente C, quella per i camion, e cambiare settore.

L’avvocato: “Un processo esemplare”

Siamo di fronte a un caso esemplare che potrebbe avere un impatto sia sociale che giuridico”, spiega all’Agi Diego Maria Santoro, l’avvocato che difende i sette indiani sikh. “Se il processo terminerà come speriamo, potrà servire non solo come punto di riferimento nelle cause di lavoro per differenza retributiva, ma soprattutto aumentare la consapevolezza dei propri diritti per tutte queste persone sfruttate nei campi”.

“Tutti loro avevano contratti a tempo determinato con buste paga relative a 7-10 giornate mensili, e con una retribuzione oraria di 9 euro l’ora come previsto dal contratto collettivo”. Almeno in teoria: “In realtà lavoravano tutti i giorni, compresi i festivi fino a 12-13 ore al giorno, senza pausa”. In pratica, le ore previste dal contratto le incassava il caporale che a sua volta pagava loro a cottimo, trattenendo per sé la differenza. Vantaggi economici accertati, dunque, e una condizione lavorativa e sociale di particolare difficoltà per i braccianti indiani vittime di questo sistema, che lo scorso anno, hanno incrociato le braccia in duemila per protestare contro lo sfruttamentoto e il caporalato. Una vicenda raccontata in un documentario in uscita tra pochi mesi, dal titolo “The Harvest” di SMK Videofactory.

Leggi anche: Lavoro nero, stop al caporalato. Ecco cosa cambia

La causa di Sabaudia, spiega ancora l’avvocato, “ha dimostrato come i giuristi convinti che non ci fosse bisogno di una legge sul caporalato da affiancare a quella sulla riduzione in schiavitù sbagliavano”. In questo caso “non siamo in presenza di una costrizione fisica, tanto che i ragazzi si recano nei campi con le loro bici, e quindi in teoria sono liberi di andare via”. Anche la stessa convocazione di Whatsapp, afferma Santoro “dimostra che c’è l’intermediazione, ma può essere contestata solo perché c’è una legge sul caporalato”, secondo il quale la riforma della legge dello scorso 2016 ha dato una spinta in più a questa causa. “Non è un caso che il rinvio al giudizio sia arrivato dopo la riforma che, tra le altre cose, ha inasprito le pene”.

Il caporalato, oltre 400 mila lavoratori sfruttati

Secondo quanto riporta il “Quinto Rapporto Agromafie” di Eurispe e Coldiretti, in Italia ci sono 400mila lavoratori agricoli sottoposti a caporalato, l’80% dei quali stranieri. La maggior parte dei quali nella provincia di Latina, in testa alla classifica.  Il fenomeno, insieme agli altri che caratterizzano le agromafie, alimentano un volume d’affari che lo scorso anno è salito a 21,8 miliardi di euro con un balzo del 30 per cento rispetto al 2015.

Sorgente: Storia di 7 indiani sikh che hanno fatto arrestare il loro caporale

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