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Roma, Raggi sul caso partecipate: «Dei 669 licenziati non sapevo nulla»

di Simone Canettieri e Stefania Piras
ROMA «Sorpresa e arrabbiata». Virginia Raggi assicura di essere stata colta in contropiede dalla lettera che annuncia il licenziamento dal 31 luglio di 669 dipendenti di Multiservizi, la società partecipata per il 49% da Ama e per il resto da Manutencoop. Una mossa che la sindaca dice di aver subito. La lettera sarebbe piombata sul Campidoglio all’insaputa della sindaca, spiegano dallo staff della pentastellata, che adesso si ritrova a correre ai ripari. Anche perché con i sindacati Raggi sembra aver stretto da tempo un vero e proprio patto: che passa dal contratto decentrato dei 23mila dipendenti capitolini e arriva fino a Fabbrica Roma, il piano con le associazioni di categoria per cercare di risollevare la Capitale dalla crisi e dalla fuga di imprese. Sulla grana licenziamenti il Comune corre ai ripari per cercare di far riassorbire i lavoratori. Lunedì un tavolo a Palazzo Senatorio c’è tempo fino al 31 luglio.

L’ASSIST
«Dobbiamo rimboccarci le maniche e lavorare insieme: davanti all’allarme occupazionale e alla povertà relativa sempre crescente servono risposte ispirate alla concretezza, la politica autoreferenziale non serve. Il modello che proponiamo è fare squadra. Le porte del Campidoglio sono sempre aperte. Noi ci siamo», con queste parole ieri la grillina è andata a strappare applausi al congresso della Cisl. Occasione che l’ha vista contrapposta con il Governo. Raggi da sola da una parte, dall’altra tutto o quasi l’esecutivo di Gentiloni, a partire dal premier in prima fila. Ma il licenziamento all’insaputa della Raggi potrebbe in qualche, più o meno volontariamente, aprire la strada a una nuova strategia del Campidoglio. Per capirla occorre fare un passo indietro di due giorni e ritornare al pranzo che la sindaca ha avuto con Davide Casaleggio. Un pranzo come antipasto di una lunga analisi del Campidoglio che Casaleggio junior aspettava da tempo. La rassegna e le conversazioni riferite arrivano sempre un passo dopo la realtà che è complicatissima. Il leader milanese del M5S ha tuffato la testa dentro l’oceano capitolino e ha capito che è difficilissimo vederne il fondo. È venuto di persona dopo un anno che sperava di poter leggere da Milano i segnali di quella rivoluzione che il M5S si era cucito addosso in campagna elettorale. Una battaglia che serve per combattere una guerra burocratica che è dietro l’angolo «se davvero ci candidiamo a governare». Casaleggio è venuto a Roma due volte nel giro di una settimana per parlarne a quattr’occhi con Raggi di come si possa riuscire a far percepire all’esterno quel cambiamento con la c maiuscola. Ed è sceso nella Capitale perché i manager, milanesi come lui, che hanno accettato la sfida Roma raccontano scenari disastrosi. «Cifre che non corrispondono, non attendibili, voci di bilancio oscurissime». Gli esempi che hanno riferito a Casaleggio fanno ormai parte di un book degli orrori che fa dire a sempre più assessori che «a Roma ci vuole tempo e coraggio». «Sì, soprattutto coraggio però» ribadiscono dall’entourage del leader M5S. «Coraggio di sparigliare le carte, anche con mosse impopolari». Bocche cucite su come e quando. Ma se non fosse chiaro, la novità è che non si esclude nulla, neanche le soluzioni più estreme definite così: «le cose da fare». «È possibile che ogni volta spunti una cooperativa a espletare servizi che dovrebbe eseguire la società con i suoi dipendenti?». «Cosa fanno quei dipendenti?». «Tollerabile che con quell’esercito di lavoratori a disposizione ci siano innumerevoli esternalizzazioni dei servizi?». Domande retoriche a Roma, è vero. Ma dal quartier generale del M5S e da Genova (Grillo è preoccupatissimo per gli scenari tentacolari della macchina capitolina che gli hanno descritto i suoi) sono questioni che bastano perché lui, Casaleggio, e i suoi più fidati collaboratori, abbiano cominciato a prendere in considerazione la linea dell’intransigenza, e quindi della credibilità con soluzioni drastiche, impopolari dove il Campidoglio torni a pretendere servizi regolati in modo corretto.

L’unica amarezza che si registra è quella per le competenze che servono in questo momento storico per poter portare avanti una fase che è già molto complicata ma è soprattutto di analisi. La scorsa settimana Raggi ha convocato tutti i vertici apicali delle partecipate: la ricognizione dei dipendenti e delle società va avanti, per ora la marcia amministrativa resterà bassa. Poi, si arriverà alla sintesi operativa. D’altronde Beppe Grillo due anni fa aveva già compreso che sarebbe stato uno sforzo titanico. Era il 4 novembre 2015 e con una di quelle sue immagini fulminee diceva: «I romani devono saperlo, scioperi, gente che verrà in Comune a chiedere perché, persone che perderanno il lavoro. Ma devono capire i romani che miracoli qui non li fa nessuno. Se azzeriamo tutte le amministrazioni, quello che intendiamo fare, ci saranno nell’immediato effetti collaterali abbastanza pesanti. Ma poi nel medio-lungo termine questa città veramente potrà cambiare».

Sorgente: Roma, Raggi sul caso partecipate: «Dei 669 licenziati non sapevo nulla»

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