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Riina, Bindi all’Antimafia: garantita dignità, può anche tornare in cella – Rai News

Il 5 giugno la Suprema Corte ha aperto alla possibilità di un differimento della pena o agli arresti domiciliari per Totò Riina, in relazione al suo stato di salute. Ieri, commissione Antimafia a Parma per un sopralluogo nell’ospedale in cui il boss è ricoverato e nella cella in cui è stato fino al 2015. Bindi ha riferito oggi in Commissione: il boss gode attualmente di “condizioni di cura superiori ai domiciliari”. “Rimane capo di Cosa nostra, è pericoloso”
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13 giugno 2017
“Si può affermare che le sue condizioni di salute, sì imprevidibili data l’età, ma stazionarie, potrebbero in ipotesi a giudizio dei medici consentire il suo rientro in cella”. La presidente dell’Antimafia, Rosy Bindi, riferisce in Commissione dopo il sopralluogo di ieri all’Ospedale Maggiore di Parma, dove il boss è ricoverato dal novembre del 2015. Un sopralluogo arrivato dopo la sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha aperto alla possibilità di un differimento della pena o della concessione degli arresti domiciliari per Riina, in relazione alle sue condizioni di salute. “Ho preferito non interloquire con il detenuto”, comunica ai colleghi di San Macuto, ai quali illustra le condizioni del boss mafioso. “Si trovava seduto su una sedia a rotelle, in buon ordine e con uno sguardo vigile” “La camera dove si trova è di confortevoli dimensioni, assolutamente corrispondente a una qualsiasi stanza di degenza ospedaliera, dotata di bagno privato attrezzato per i disabili, e in ottime condizioni igieniche. Il personale medico ha inoltre spiegato che il Riina si alimenta autonomamente, è tenuto sotto stretta osservazione medica – quasi “a vista” – per il controllo delle sue patologie che peraltro, allo stato, non presentano manifestazioni acute, e, per quanto attiene alle sue generali condizioni di decadimento fisico, è costantemente assistito da una equipe di infermieri che lo accudisce più volte al giorno per ogni necessità”. Riina si trova, dunque, “in una condizione di cura e assistenza che sono identiche se non superiori a quelle che potrebbe godere in stato di libertà o a regime di arresti domiciliari”, aggiunge Bindi. Gli viene assicurato “il diritto a una vita dignitosa e a morire, quando avverrà, altrettanto dignitosamente”. Un trattamento conforme alle prescrizioni di legge, “a meno che non si voglia postulare un diritto a morire fuori dal carcere”. La presidente dell’antimafia aggiunge che Riiina è “pienamente in grado di intendere e di volere. È ancora vivamente interessato alle vicende processuali, e non ha mostrato alcun segno di ravvedimento”. Già pronto il progetto per una cella attrezzata La delegazione della Commissione Antimafia si è recata ieri anche presso il carcere di Parma, per un sopralluogo nella cella in cui Riina è stato fino al gennaio 2016 e dove potrebbe rientrare nel caso in cui il suo stato di salute dovesse consentirlo. “Si è notato che, nonostante le ristrette dimensioni della cella assegnatagli, del resto corrispondenti a quelle inserite nelle sezioni dedicate al regime dell’art. 41-bis op, vi era già comunque la presenza di un letto di degenza, seppure con sistema manuale di vecchia tipologia – ha spiegato Bindi- che, come detto dal direttore del carcere, venne fornito al detenuto sin dal momento in cui ne fu imposta la prescrizione, da oltre un anno. Inoltre, il direttore ha aggiunto che è già stato realizzato il progetto, di cui la Commissione ha visionato copia, per ampliare la stanza – in modo sia di installare un letto ospedaliero più moderno, sia di creare un bagno accessibile con la sedia a rotelle, sia di consentire al personale della ASL di somministrare con maggiore facilità i trattamenti riabilitativi – e che i lavori avranno inizio oggi e richiederanno pochi giorni lavorativi”. La sentenza della Cassazione La Suprema corte ha accolto il ricorso presentato dai difensori di Riina, annullando con rinvio la decisione del Tribunale di sorveglianza di Bologna, che aveva rigettato la richiesta. La Cassazione ritiene che si debba “affermare l’esistenza del diritto a morire dignitosamente” che “deve essere assicurato al detenuto”. Nel 2016, il tribunale di sorveglianza di Bologna aveva escluso l’ipotesi del differimento della pena, “non emergendo dalle relazioni sanitarie acquisite che le pur gravi condizioni di salute del detenuto fossero tali da rendere inefficace qualunque tipo di cure e dandosi, anzi, atto nelle stesse di numerosi e articolati trattamenti terapeutici praticati al detenuto” insieme a “un attento e continuo monitoraggio” che aveva portato anche ad alcuni ricoveri in ospedale. Dunque, per i giudici bolognesi le patologie di Totò Riina potevano essere trattate anche in carcere. La Cassazione ha però ritenuto che le motivazioni della sentenza sono “carenti” e “contraddittorie” in alcuni punti. In sostanza, deve essere emessa una nuova sentenza, con motivazioni diverse. Il boss è in ospedale dal novembre del 2015 Riina è ricoverato in ospedale a Parma, la città nel cui carcere sta scontando la pena, dal novembre del 2015. 84enne, soffre di problemi cardiaci, renali e di parkinsonismo vascolare. La sua stanza, cinque metri per cinque con affaccio sulla città, è sostanzialmente una cella blindata e l’accesso è consentito solo a medici, infermieri e guardie. “U curtu” dall’Asinara a Parma A partire dalla metà degli anni Novanta, Riina, detto Totò ‘u curtu, è stato in diversi istituti di detenzione: prima all’Asinara, in Sardegna, poi ad Ascoli Piceno e dal 2013 a Parma. È sottoposto al 41 bis, il regime di carcere duro inserito che dagli anni Novanta è stato applicato soprattutto ai condannati per mafia. Principale caratteristica del 41 bis è l’isolamento, che può essere di livelli diversi: nei casi più gravi, prevede che il condannato non interagisca con gli altri detenuti durante le cosiddette “ore d’aria”, e che abbia un numero molto limitato di telefonate e di incontri con i familiari e gli avvocati, uno o due al mese. La cella di chi in regime di 41bis è singola, costantemente sorvegliata e i contatti con gli agenti penitenziari sono ridotti al minimo. Il 41 bis non può essere assegnato senza limiti temporali, ma deve essere periodicamente rinnovato: questo perché è una misura legata alla pericolosità del detenuto e non alla gravità dei suoi crimini. Pg Bologna ha chiesto atti sulle sue condizioni. Il 7 luglio l’udienza, contatti con Palermo e Dna su ruolo boss Intanto, la Procura generale di Bologna ha chiesto al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria documentazione sulle attuali condizioni di Toto’ Riina. Gli atti sono in vista dell’udienza del 7 luglio davanti al tribunale di Sorveglianza: si tratta di una data fissata prima della recente pronuncia della Cassazione, che pone questioni analoghe a quelle su cui si è pronunciata la Suprema Corte. Non è escluso che i due fascicoli possano essere riuniti davanti al tribunale. Ci sono stati poi contatti tra la Procura generale bolognese guidata da Ignazio De Francisci, magistrato palermitano che fu nel pool di Falcone e Borsellino, con la Procura di Palermo e la Direzione nazionale antimafia. Non potendo fare indagini in senso tecnico in questi casi, la Procura generale è interessata ad acquisire elementi di fatto ostensibili sull’attuale ruolo di Riina. La Procura generale è indirizzata a chiedere la conferma dello status detentivo.

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