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Il rifiuto del lavoro ai tempi della precarietà – di Franco Berardi Bifo – Effimera

effimera.org – Il rifiuto del lavoro ai tempi della precarietà – di Franco Berardi Bifo

Riprendiamo un testo di Franco Berardi dal libro Salari rubati. Economia, politica e conflitto ai tempi del salario gratuito, a cura di Francesca Coin, Ombre Corte 2017

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A un certo punto della storia della razza umana particolarmente nella seconda metà del ventesimo secolo, in seguito al verificarsi di una speciale costellazione di eventi la coscienza sociale si trovò a convergere con la tecno-evoluzione, in modo tale che le potenze della conoscenza parvero potersi emancipare dalla trappola del lavoro salariato.

Nel millennio precedente la legge dello scambio aveva profondamente permeato tutte le sfere della vita e aveva accompagnato la storia della rivoluzione industriale. L’attività umana venne ad essere sempre più intrappolata nella forma del lavoro salariato.

Poi, negli ultimi decenni del millennio l’evoluzione dell’attività cognitiva in processo di cooperazione in rete permise di intravvedere un nuovo paesaggio: la macchina intelligente connessa emerse come una forza di liberazione dell’attività sociale dalla necessità del lavoro salariato.

Eppure la nuova tecnologia rivelò di non essere di per sé capace di rompere la trappola del lavoro salariato, e alla fine fu anzi trasformata in uno strumento per la sottomissione delle stesse energie intellettuali.

Nel corso della transizione dalla predominanza dell’industria meccanica alla predominanza della produzione semiotica, che si verifica a partire dagli anni ’70, il movimento operaio fu incapace di comprendere l’opportunità che si delineava.

I sindacati, ad esempio, si opposero alla introduzione della tecnologia nel processo di lavoro e dedicarono la loro forza a difendere i posti di lavoro esistenti, legando così il loro destino alla composizione del lavoro industriale che in quella transizione stava perdendo la sua funzione centrale.

Il movimento operaio divenne una forza di conservazione, e la inarrestabile forza trasformativa delle tecnologie funzionò come fattore di rafforzamento del capitalismo finanziario.

La tecno-evoluzione e la coscienza sociale cominciarono allora a divergere, così che entrammo nell’epoca della tecno-barbarie: la ricchezza si trasformò in miseria di massa, la solidarietà venne trasformata in competizione e il cervello connesso fu isolato dal corpo mentre la potenza della conoscenza era dissociata dal benessere sociale.

Ciononostante le potenze dell’intelletto generale sono ancora presenti, seppure nascoste nelle connessioni del cervello collettivo e nelle sue possibili ricombinazioni.

Esse sono inerti, incapaci di mettere in moto un processo di emancipazione, perché la congiunzione tra corpi umani è divenuta precaria e fragile, mentre la connessione tra cervelli senza corpo si è irrobustita, è divenuta perpetua, ossessiva, onnicomprensiva, e alla fine ha sostituito la vita con la proiezione spettrale della vita sullo schermo ubiquo.

Ciononostante persistono, in forma di conoscenze e di energia conoscitiva, in attesa di una possibile rianimazione che solo un corpo nuovamente solidale potrà attuare.

Pensiamo all’effetto di trasformazione della telefonia cellulare

Pensiamo all’effetto di trasformazione che la telefonia cellulare ha reso possibile in tutto il pianeta: quando Steve Jobs presentò l’I-phone con le parole: this will change everything era il 2007. In meno di dieci anni lo smart-phone ha davvero cambiato tutto nella comunicazione, nella mobilità urbana, nel commercio, e perfino nella cognizione e nel linguaggio.

La reperibilità continua di ogni individuo umano in qualsiasi anfratto del pianeta (a prescindere dalla mutazione antropologica e dalle patologie che questa può comportare) costituisce un’innovazione merceologica immensa, della cui enormità dovremmo essere consci.

Ciononostante lo smart-phone non ha contribuito se non marginalmente a contrastare gli effetti della stagnazione, non ha rilanciato la dinamica della crescita. Intorno alla diffusione dello smartphone si sono costruite imprese di grande potenza, questo è fuori dubbio, ma l’effetto economico in termini di occupazione non è neppure lontanamente paragonabile all’introduzione dell’automobile nella produzione industriale del primo novecento.

Questo significa che la crescente informatizzazione del processo produttivo, e la crescente intellettualizzazione dei processi di lavoro moltiplica la potenza produttiva e contribuisce all’arricchimento della società in termini di valore d’uso disponibile, ma non sovverte la caduta del saggio di profitto, non restituisce energia alla crescita del valore.

Negli ultimi decenni la potenza produttiva ha continuato la sua espansione, si è anzi accelerata, e ha avuto una penetrazione più capillare che mai.

Si tratta di un successo del capitalismo come sostiene la vulgata dell’economia neo-liberale? Niente affatto, si tratta di un effetto dell’attività cooperativa di milioni di lavoratori cognitivi, si tratta di un effetto della creatività di ingegneri, designer, filosofi e artisti. In termini di valore d’uso sono loro che hanno prodotto le innovazioni che trasformano la vita.

Ma se traduciamo l’innovazione nel linguaggio dell’economia, sostituendo la logica dell’accumulazione di valore a quella dell’espansione dei beni utili, ecco che tutto si colora di un altro colore: nonostante l’espansione del mondo dei beni disponibili, l’espansione del valore prodotto sembra inceppata.

Alcuni credono che uscire dall’epoca della crescita significhi entrare in un universo di ristrettezze, ridurre le possibilità di godimento e di comodità. Ma non è così. La crescita non è da identificare con l’espansione del mondo di esperienza potenziale. Il concetto di crescita è una codificazione economica di quel processo.

Crescita significa aumento dei profitti e dell’investimento di capitale, non significa aumento dei beni materiali o immateriali che rendono possibile esperienza.

È dunque la codificazione economica, la prescrizione della crescita come modello e come aspettativa, che funziona come una gabbia che imbriglia le possibilità di godimento del prodotto del lavoro sociale.

Diversamente da alcuni teorici che propongono la decrescita come progetto politico da realizzare, penso che la decrescita sia un processo in corso che si manifesta attualmente come impoverimento, ma che, liberato dalle attese prescrittive del modello capitalistico, può inaugurare un tempo di ricchezza vissuta e non di valore accumulato.

Non si tratta dunque di promuovere la decrescita: si tratta di semiotizzarlo entro categorie diverse da quelle del capitale, si tratta di distinguere il processo di arricchimento della sfera utile dal processo di valorizzazione di capitale.

Anche la nozione di salario

Anche la nozione di salario – come quella di crescita – sembra inadatta a descrivere il rapporto tra tempo di lavoro e produzione sociale. La prova sta nel fatto che si diffondono sempre di più forme di lavoro non salariato. In alcuni casi si manifesta un ritorno della relazione schiavistica, soprattutto in sezioni marginali del lavoro mondiale, dove la violenza ha ripreso il posto di comando.

Ma nel cuore stesso della società postindustriale si sono diffuse forme di sfruttamento del lavoro fondate sul ricatto, sulla promessa, sullo scambio puramente simbolico.

Le forme di sfruttamento di lavoro gratuito nel ciclo della semio-produzione sono innumerevoli: dall’Internship non pagata che si impone ai lavoratori della ricerca, dell’arte e dell’organizzazione culturale, alla richiesta di lavori in cambio di riconoscimenti formali che serviranno forse alla creazione di un curriculum.

L’obbligo di fornire lavoro gratuito rappresenta certamente una condizione di debolezza dei lavoratori, ma in termini evolutivi dobbiamo saper comprendere che il lavoro gratuito contiene elementi che vanno compresi nel quadro della sconnessione crescente tra l’attività cooperativa e la codificazione economica.

La diffusione di forme di lavoro gratuito indica al contempo due cose: da un lato indica il fatto che le mansioni svolte dal lavoratore cognitivo (a differenza delle mansioni svolte dall’operaio industriale) non sono totalmente estranee alla sua vita, al suo desiderio, anzi se ne alimentano.

Siamo perciò spesso costretti a vendere il nostro tempo di lavoro perché quel lavoro è anche la nostra attività desiderante, e non possiamo accedere all’attività senza accettare di subire lo sfruttamento non pagato.

Al tempo stesso però la diffusione di forme di lavoro non retribuito indica il fatto che la misurazione che era alla base del salario è venuta meno. La retribuzione di un lavoro ripetitivo di tipo meccanico può facilmente essere calcolata sulla base del tempo uniforme erogato. Quando si passa dal lavoro della ripetizione al lavoro della differenza, tutto cambia dal punto di vista della misurabilità.

Lo svuotamento della categoria di salario è anzitutto un effetto del venir meno della misurabilità dell’attività intelligente in variazione continua  in termini di denaro. Lavoro salariato e attività utile si sovrappongono sempre di più, divengono quasi la stessa cosa. Ma in quanto sottomessa alla forma del salario l’attività utile viene assorbita dalla dinamica della valorizzazione e si rivolge alla fine contro di sé.

Diviene a questo punto decisiva la questione delle expectations. Che ci aspettiamo dal futuro, oltre alle deprimenti prospettive probabili di stagnazione, di competizione sempre più dura e di precarietà sempre più profonda? Come possiamo districare un’aspettativa del possibile che non coincida con il probabile, che diverga dalla continuazione del modello presente e dalle prescrizioni economiche?

Forse la prospettiva della fuoriuscita dalla depressione contemporanea coincide con questa emancipazione delle aspettative di vita dal modello della crescita e del salario.

Sorgente: Il rifiuto del lavoro ai tempi della precarietà – di Franco Berardi Bifo – Effimera

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